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venerdì 8 settembre 2017

Recensione Narrativa: LE NOTTI DI SALEM di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: 'Salem's Lot.
Anno: 1975.
Genere:  Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 523.
Prezzo: 12.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Terza lettura del 2017 che dedichiamo a Stephen King, l'autore definito dal marketing "il re dell'horror". In questa occasione proponiamo il suo secondo romanzo, iniziato a scrivere nel 1972 e dato alle stampe nel 1975 dopo l'uscita di Carrie. Da molti considerato una pietra miliare nella produzione dell'autore e addirittura del genere, deve molto del suo fascino al fatto di essere stata una delle prime fatiche dello scrittore. Le attenzioni, a mio avviso, sarebbero calate se fosse uscito a metà anni ottanta o nei primi anni novanta e non mi sarei meravigliato se fosse stato tacciato di originalità latente e di evidente battuta di arresto del "maestro del brivido". Si tratta infatti di un'opera che risente della giovane età dell'autore, per il suo presentarsi quale omaggio ai miti dell'infanzia piuttosto che contenitore di un'idea personale o veicolo di un messaggio da trasmettere al lettore sotto l'apparenza di romanzo di intrattenimento. 
King inizia a scriverlo quando ha soli venticinque anni e lo pubblica a ventotto, penso di poter dire, senza grandi pretese (sebbene in prefazione faccia pensare diversamente). Le Notti di Salem (nulla  a che fare con la storica cittadina del Massachusetts luogo del processo alle streghe di fine seicento) non aggiunge niente al genere, estrinsecandosi in un mero ed esclusivo tributo alla figura del vampiro, così come presentato dal Dracula (1897) di Bram Stoker. 

Al centro del romanzo abbiamo il classico "succhiasangue" incapace di resistere a croci, acqua santa, aglio, paletti di frassino e luce solare, del tutto inidoneo a relazionarsi con gli umani e stimolato da meri istinti animali. Non ci sono varianti allo stereotipo reso famoso da Stoker. Abbiamo un "padrone" che vampirizza le vittime e le condanna così alla sua stessa natura, senza resistenze e senza possibilità di redenzione. King si limita a spostare la storia dall'Europa agli Stati Uniti, in un'immaginaria cittadina del Maine che si chiama Jerusalem's Lot (dal nome di una mucca fuggita e inselvatichita al punto da generare strane leggende). Alla stregua di quanto narrato da Stoker, in questa banale cittadina di provincia un giorno giungono due stranieri che prendono possesso di una magione abbandonata che sovrasta dall'alto l'intero paese e che è stata teatro, in passato, di un omicidio seguito da un suicidio. E' una vera e propria cattedrale del male, maledetta da strani riti e sacrifici che si narra esservi stati perpetrati molto prima dell'avvento dei vampiri. "Io credo che quella casa possa essere il monumento di Hubert Marsten al male, una specie di cassa di risonanza psichica. Un radiofaro soprannaturale, se vogliamo.Uno dei due nuovi arrivati è una creatura costruita a immagine e somiglianza del Conte Dracula (seppur assai meno affascinante e aulica). King introduce questa creatura scimmiottando il collega irlandese, pur lasciandola molto più in background. Vediamo infatti degli operai andare al porto per trasportare delle pesanti casse al cui interno il vampiro, verosimilmente, ha viaggiato in incognito dall'Europa. Sulle casse non vi è scritta la natura del contenuto eppure nessuno le blocca e vengono pertanto condotte in casa Marsten (questo il nome della magione maledetta). Da questo momento in poi avranno inizio una serie di strane morti, con successive sottrazioni dei cadaveri, che porteranno all'estinzione dell'intera cittadina avvolta da un pestilenziale odore di putrefazione e da un immobilismo che sa di ipnosi collettiva (chi guarda negli occhi il vampiro ne viene soggiogato e controllato mentalmente).

Non si contano le citazioni o, se mi permettete, le scopiazzature sia da Stoker che da Matheson. Oltre ad alcune scene che richiamano l'uccisione "stokeriana" di Lucy, trafitta da un paletto di frassino conficcato nel cuore dal suo fidanzato alla presenza del poule chiamato a debellare la piaga vampiri, ci sono altri momenti cardinali che sono ricalcati su altri famosi romanzi (l'arrivo del vampiro al porto ne è un esempio) tra cui la parte finale che richiama l'atteggiamento del protagonista de Io Sono Leggenda (1954) di Richard Matheson. Vediamo infatti i protagonisti, tra cui l'immancabile bambino che perde i genitori e lo scrittore ritornato nella cittadina dell'infanzia per esorcizzare i fantasmi del passato (come molti dei successivi personaggi di King ha perso la moglie per un incidente stradale), approfittare del giorno per andare a scovare nei vari nascondigli i vampiri, in una lotta cadenzata dall'alba e dal tramonto che vede le due fazioni darsi il cambio nel ruolo di cacciatori e prede. 
A differenza delle opere di riferimento, lo abbiamo anticipato, manca un discorso autoriale. Se Bram Stoker ha avuto il merito di cristallizzare una creatura poi divenuta mitica e se Matheson ha saputo usare un canovaccio abusato per intessere ragionamenti di carattere filosofico, il giovane King si limita a narrare una storia di vampiri contrapposti agli umani in quello che è un gotico moderno dai contenuti molto classici ed esclusivamente di intrattenimento. 

Possiamo definire Le Notti di Salem un romanzo evitabile, eppure a suo modo degno di interesse ai fini dello studio dell'evoluzione della narrativa dello scrittore del Maine. Sono infatti presenti spunti e momenti che saranno ripresi e perfezionati nei romanzi successivi. Salta subito agli occhi la scelta di eleggere a ruolo di protagonista uno scrittore, caratterizzazione che si ripeterà ciclicamente nell'opera di King (Shining, La Metà Oscura, Misery etc), accompagnato da un bambino coraggioso che resiste al male per il fatto di accettarlo (a differenza degli adulti che rigettandolo, in quanto a loro modo di vedere visto come impossibile, ne vengon sopraffatti). Si prosegue in questo ragionamento con la costruzione di un'atmosfera da incubo fiabesco (si veda la scomparsa iniziale dei due fratellini), su cui King lavorerà anni dopo toccando il suo apice con il romanzo capolavoro It, innestata in un contesto provinciale che anticipa di quasi venti anni un romanzo come Cose Preziose (guarda caso il maggiordomo del vampiro apre, proprio come farà il demone del romanzo degli anni '90, un negozio di antiquariato in paese).
Da sottolinerare infine un altro aspetto che costituirà una caratteristica nella produzione kinghiana ovvero la sfiducia e la dannazione delle autorità religiose. Padre Callahan, interpellato dal gruppo di civili che cercheranno di contrastrare l'avanzata dei vampiri, viene tratteggiato quale un ubriacone che ha perduto la fede e che viene, anche per questo, abbandonato da Dio. Sono le persone comuni allora, addirittura neppure credenti praticanti, a diventare strumenti attraverso i quali si distenderà la "longa" mano del re dei cieli, in una benedizione che non cala l'attenzione sulla devozione ma piuttosto sulla purezza di cuore.

Da un punto di vista tecnico è un romanzo con tensione crescente. Prende le mosse in modo pacato, così da immergere il lettore nella cittadina e farlo familiarizzare con i tanti personaggi. King presenta ognuno di questi in momenti del comune vivere, con banali episodi scolastici, storie di amori che nascono, gelosie e rapporti familiari per poi introdurre a piccole dosi il paranormale nella vita di ognuno di questi per sconvolgere l'equilibrio e far irrompere la pazzia. Sviluppo quindi piuttosto lento, ma stile scorrevole.

Nel 1979 Tobe Hooper ne ha tratto una mini serie per la televisione americana, rimontata in una versione scellerata (con tagli di circa ottanta minuti) per il mercato europeo da destinarsi ai cinema. Ricordo di aver visto il film anni fa e di conservarne un ricordo tutt'altro che entusiasta sia per i contenuti che per messa in scena e make up.

Da evidenziare l'ultima ristampa della Sperling & Kupfer che ha corredato il romanzo di un'edizione illustrata (illustrazioni mediocri e scarse) che è da lodare per la presenza di una sezione in cui sono state riportate le parti di romanzo tagliate a suo tempo dalla casa editrice americana. Sono stati inoltre allegati i due racconti (Il Bicchiere della Staffa e Jerusalem's Lot) che sono stati la base di partenza del romanzo e che i più avranno già letto nella prima antologia pubblicata dall'autore: A Volte Ritornano.

Per concludere è un romanzo agevole da leggere che ha lo scopo di omaggiare la figura del vampiro, così come è stato concepito da Bram Stoker, senza spunti ulteriori e senza trovate geniali. Non costituisce una pietra miliare del genere. Da leggere per i fan di King e per ragioni culturali da chi è studioso di narrativa fantastica. Evitabile per tutti gli altri.


Lo scrittore e il regista de LE NOTTI DI SALEM
si scambiano pareri per concordare cosa fare.
Stephen King a sx, Tobe Hooper a dx.

"Matt, ti rendi conto di che cosa ti succederebbe se ti lasciassi scappare anche sola mezza parola di quello che hai raccontato a me? La gente comincerebbe  a picchiarsi l'indice sulla fronte alle tue spalle. I bambini, quando ti vedranno arrivare, recupereranno i denti da vampiro che usano per Halloween e salteranno fuori gridando: Bu! Qualcuno inventerà qualche filastrocca del tipo: un, due, tre, ora succhio il sangue a te. I colleghi si metteranno a guardarti in modo strano. C'è il rischio che cominci a ricevere telefonate anonime di persone che dicono di essere Danny Glick o Mike Ryerson. Il solo fatto che non sei sposato li indurrebbe a domandarsi se non hai qualche rotella fuori posto. La tua vita diventerebbe un inferno. In sei mesi ti constringerebbero a scappare."


venerdì 1 settembre 2017

Recensioni Narrativa: LA NOTTE DI VALPURGA di Gustav Meyrink.



Autore: Gustav Meyrink.
Titolo originale: Walpurgisnacht.
Anno: 1917.
Edizione: La Bussola Editrice, 1979.
Genere: Fantastico/Esoterico.
Pagine: 230.

A cura di Matteo Mancini.
La Notte di Valpurga di Gustav Meyrink costituisce l'ideale lettura utile a fungere da collegamento col precedente volume analizzato, ovvero Magia Rossa di Manfredi, segnando un deciso passo in alto nella scala esoterico/iniziatica della narrativa fantastica. Ritroviamo infatti in quest'opera il background che stava alla base del romanzo dell'autore italiano pur spostandoci da Milano a Praga. Le similitudini sono evidenti e ricorrenti. La storia è ambientata nel 1917, durante il periodo in cui l'Europa è insanguinata dalla I Guerra Mondiale (meno di venti anni dopo rispetto ai fatti di Milano), e viene innescata da un misterioso personaggio che risponde al nome di Zrcaldo, un attore. Se con Manfredi al centro del tutto c'era un soggetto figlio degli ambienti esoterici dotato di poteri magico-paranormali (fidanzato con un'attrice e anch'esso attore) tanto da riuscire - trasformatosi in spirito - a possedere le persone per orientarle; qua abbiamo un sonnambulo posseduto da un grande maestro orientale, un Manciù che si definisce appartenente al Regno di Mezzo (da intendersi a livello metaforico, cioè il regno sospeso tra quello terrestre e quello celestiale) e riesce a traslare il proprio spirito in corpi diversi dal proprio pur non essendo ancora morto (aweysha il nome di tale fenomenologia). Si tratta di un essere in grado di profetizzare il futuro, indicare il cammino (rompendo la suprema legge del silentium iniziatico) a coloro che possiedono le caratteristiche per poterlo vedere (non tutti gli uomini, a quanto pare, sono uguali, poiché solo alcuni sono maturi per il volo) e di far assumere al corpo che comanda le fisionomie più disparate per concretizzare le ossessioni delle varie persone che incontra (non a caso viene chiamato lo specchio). 
Sia in Magia Rossa che in La Notte di Valpurga troveremo i due personaggi a capo di un moto di rivolta popolare contro i capitalisti, i poteri costituiti e la nobiltà locale che avrà esiti nefasti per i rivoltosi (trucidati dall'esercito). Vediamo quindi come in entrambe le opere l'occultismo e l'esoterismo passino dagli ambienti iniziatici più o meno segreti a quelli popolari di indirizzo politico (deriva alquanto pericolosa come insegna la genesi della Germania nazista).
Vi è poi il tema del doppio e l'idea dell'eterno ritorno sotto altrui spoglie. Se Tommaso Reiner rivive in un ragazzo degli anni '80 in quel di Milano, con Meyrink torna alla carica Jan Zizka, un rivoluzionario che nel 1419 diede il via alla rivolta boema, e lo stesso avviene anche per la protagonista femminile, una giovane baronessa che scopre di avere gli stessi lineamenti di un'antica antenata che finisce per soggiogarla a livello psicologico col fine di difendere il rango aristocratico dall'involgarimento popolare.

C'è poi la magia rossa ovvero la magia sessuale. Se Manfredi accenna al tema dell'ermafrodito crowleiano che punta ad autogenerarsi per conquistare la vita eterna, Meyrink porta in scena direttamente Lucifero che così si definisce: “Io sono il Dio nelle cui mani gli uomini depongono i loro desideri... Io solo posso intendere i desideri, perché fra gli dei sono l'unico che abbia le reni cinte; gli altri non hanno sesso... La radice profonda e nascosta di ogni desiderio risiede sempre nel sesso, anche quando il desiderio sembra non avere nulla a che fare con la sessualità... Io odo solo i desideri dell'anima, per quelli pronunciati dalle sole labbra il mio orecchio è sordo.” Si badi bene che i desideri cui si riferisce Lucifero sono quelli materiali, esaudibili nella vita terrena ma del tutto inutili nell'aldilà (nel testo vedremo così una prostituta bramare per un amore cui non può più tendere perché divenuta decrepita; un medico che rimpiange la gioventù perduta; un violinista che vorrebbe essere Re; e via dicendo).

Questi gli ingredienti base di un romanzo piuttosto lineare, per gli standard dello scrittore, ma complesso nei contenuti filosofico-trascendentali che fungono da sottostrato alla vicenda. Meyrink, seppur marginalmente, introduce la tematica del taoismo che sarà poi esaltata nel successivo Il Domenicano Bianco. Parla infatti di polarità positiva e polarità negativa come principi che reggono ed equilibrano il mondo. Accenna poi alla necessità della ricerca del proprio Io come fine ultimo dell'esistenza terrena così da poter conquistare la propria anima e passare dallo stato di sonnambulo o morto vivente (non a caso Zrcaldo è un dormiente posseduto dallo spirito di un grande maestro) a quello di uomo risvegliato da intendersi il cosciente di sé stesso che ha raggiunto la gioia per il fatto di aver compreso il proprio io e non per aver avuto dei riscontri materiali (per essi si parla di “divertimento”). “Colui nel quale è penetrata la gioia distaccata, la gioia che non conosce causa, costui possiede la vita eterna poiché si è ricongiunto con l'Io , cui la morte è ignota.”

In Meyrink non c'è spazio per l'affidamento a una divinità superiore che intercede a garantire la salvezza e a cui rivolgersi con modi reverenziali. L'uomo non deve esser passivo dovendo invece evolvere in Dio di sé stesso. Si tratta di una visione antropocentrica dove al centro di tutto c'è l'uomo, piuttosto che una struttura gerarchico-piramidale, a cui è affidato il compito di conquistare sé stesso per poter così ascendere ed evolvere al livello degli dei. Dio non è un essere superiore, ma un essere perfetto a cui l'uomo deve e può tendere divenendone pari grado (se mi permettete il termine). Si tratta di una visione che è centrale in certi ambienti esoterici, specie in quelli definiti aderenti a un satanismo intellettuale contrapposto a quello rituale che si prende beffe della religione cristiana scimmiottandone le forme e le cerimonie. “Se voi credete di essere soltanto uomini, esseri staccati da Dio e diversi da lui, non potete sperare un mutamento, e il destino continuerà a sovrastarvi. Perché non credete che la vostra stessa bocca sia quella di Dio? Perché non dite a voi stessi: io sono Dio?” Una visione, ovviamente, narcisista che porterà a effetti apocalittici a fine romanzo, per l'incapacità dell'uomo medio di guardare oltre la vita che ci circonda. Una catastrofe di portata tale da travolgere tutti i protagonisti della vicenda sotto un tambureggiare che è orchestrato da Lucifero in persona. Meyrink tratteggia le forme del principe della notte (“Era un essere nudo, dal colorito oscuro, con i fianchi ravvolti da una pelle, magro e con una mitria nera sul capo dalla quale si sprigionavano scintille dorate”), dandogli però una caratterizzazione a mio avviso più neutrale che malvagia, alla stregua di un ispiratore che da buoni consigli ma al contempo occhieggia e tenta gli uomini portandoli dai valori spirituali (che lo stesso afferma esser basilari) a quelli materiali, poiché ogni desiderio è carnale e legato alla sfera sessuale, con conseguenziale morte dell'anima e perdita dell'Io.

Dunque un contenuto che fa de La Notte di Valpurga un romanzo che è tutto meno che narrativa dell'orrore. Chi sceglie di leggerlo pensando di aver a che fare con letteratura di intrattenimento o con una costruzione incentrata su un soggetto sprovvisto di letture ulteriori ai meri fatti narrati è anni luce fuori strada. Siamo al cospetto di un'opera complessa consigliabile solo a uno zoccolo duro di appassionati e studiosi, non certo a un lettore medio, figurarsi per chi pensa all'horror con accezione cinematografica. Meyrink trova anche spazio per la politica e lo fa denotando uno spiccato pessimismo. Fornisce un passaggio in perfetta sintonia col messaggio del peone interpretato da Steiger in Giù la Testa, quando dice che l'aspirazione dei politici popolari (anarchici e socialisti) è mascherata da buoni quanto mendaci propositi, col fine ultimo di prendere il posto della classe dirigente per mutuarne gli atteggiamenti e non rispettare quanto concordato alla vigilia della lotta (“la brama dello schiavo di divenire signore”). Rivolte e sommosse non portano a niente, se non alla morte della povera gente, come dice Steiger nel famoso film diretto da Sergio Leone e come succede nel delirante epilogo del romanzo che sembra fungere da presagio all'imminente crollo dell'impero austroungarico (di cui Praga faceva parte).


Il triangolo magico, in una vecchia copertina 
del romanzo,
 ideale congiunzione
con MAGIA ROSSA
di Manfredi

Chi non è capace di sentire le cose serie nell'umoristico, non è nemmeno capace di sentire l'umoristico e il comico che si cela dietro quella falsa serietà, che i bacchettoni considerano la suprema misura di una virilità dignitosa... La suprema sapienza va in veste di pazzia!”

lunedì 28 agosto 2017

Recensioni Narrativa: MAGIA ROSSA di Gianfranco Manfredi.



Autore: Gianfranco Manfredi.
Anno: 1983.
Genere: Horror.
Editore: Gargoyle Books.
Pagine: 220.
Prezzo: 15,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Romanzo uscito per la prima volta nel maggio del 1983 per conto della Feltrinelli Editore, segna il debutto in veste di narratore del milanese d'adozione Gianfranco Manfredi.
Classe 1948, da non confondere col più famoso Valerio Massimo Manfredi, si tratta di un artista a tutto tondo, nato in veste di cantautore (si parla di 300 canzoni), quindi critico musicale e poi sceneggiatore di commedie con una passione però celata fino a inizio anni '80: l'horror. Il nome Gianfranco Manfredi è proprio in quest'ultimo settore che è maggiormente considerato, al punto da essersi ritagliato uno spazio di particolare tenore nell'ambito del fantastico italiano tanto da esser definito uno dei padri del "gotico italiano". Sulla scia del successo ottenuto da Magia Rossa, ha dato alle stampe romanzi come Cromatica (1985), l'antologia horror Ultimi Vampiri (1987), il grottesco Nelle Tenebre mi Apparve Gesù (2005) o i citazionisti Ho Freddo (2008) e Tecniche di Resurrezione (2010) denotando uno spiccato interesse per l'insolito, l'esoterismo e le teorie cospirazionistiche, il tutto da cucire a quel retrogusto sociale tanto in voga negli anni '70 e '80 nella produzione cinematografica d'autore americana. Uno scrittore che non disdegna il grand guignol pur non riuscendo a fare a meno di quella forte dose di ironia che ne ha segnato i debutti sia da sceneggiatore che da compositore (un titolo di un suo album su tutti: Zombie di tutto il mondo unitevi, 1977). Ha avuto poi l'onere e l'onore di sceneggiare sette albi della serie regolare Dylan Dog (oltre a Tex e ad altri fumetti griffati Bonelli) e un copione di un piccolo ma interessante horror italiano: Il Nido del Ragno.


Gianfranco Manfredi.

Nel 1979 il cantautore esoterico Franco Battiato cantava, in modo alquanto criptico e metaforico, "spero che ritorni presto l'era del cinghiale bianco...", quattro anni dopo il collega Gianfranco Manfredi, sulla stessa falsa riga, seppur resa in modo maggiormente popolare, mette in scena il ritorno dell'era del levriero bianco e lo fa con un humor e una costruzione che ha spunti da grande maestro. Simbolismi sparsi ovunque, accenni alla grande tradizione esoterica paramassonica con tanto di chiamata in causa degli Illuminati (che poi faranno la fortuna, decenni dopo, di Dan Brown), dell'Alba Dorata (aleggia di continuo il rimando a questo termine e non si può non pensare alla Golden Dawn) e altri affini, il tutto con giochi di nomi, anagrammi, parole in codice a formare un linguaggio iniziatico ben incastonato nella scenografia di una Milano di fine ottocento (che comprende personaggi reali come lo scultore Conconi, il politico Stefano Labus, l'attrice Emma Ivon, gli scapigliati etc), quando lo spiritismo muoveva i suoi primi passi tra rivoluzione industriale, lotte di partito e repressioni sanguinolente di operai in rivolta. Anni per i quali il mio libro di storia delle superiori scriveva: "Bava Beccaris doma esemplarmente la rivolta sparando cannonate sulla folla". Manfredi gioca nel fare continui rimandi tra il fine ottocento e il fine novecento, scegliendo per protagonista un personaggio oscuro, maledetto, se vogliamo un antieroe che poi si scopre essere un antagonista, ai limiti del satanico: Tommaso Reiner. Un giovanotto dai capelli rosso rame, di cui si sa poco, ma che i resoconti della Milano di inizio secolo scorso trattegiano alla stregua di un mago prestigiatore, un illusionista capace di fermare i proiettili dei fucili dei carabinieri, di azionare i macchinari con la forza del pensiero e di compiere mirabolanti imprese stimolato dall'uso dell'oppio (la droga proposta quale strumento di apertura delle porte e superamento dei limiti umani). Un anarchico che sembra esser uscito da certi romanzi alla Zorro, ma che ha un anima assai più tenebrosa e maledetta. "Reiner sarebbe stato uno stregone negromante, che partecipava a sedute spiritiche in compagnia di alcuni Scapigliati di Brera" si spiega nel testo.

Manfredi struttura il tutto in trentatre capitoli (numero magico per eccellenza, quando si parla di certi contesti), a loro volta divisi in tre parti che hanno per titolo la costante del "triangolo", un altro simbolo cardinale nel contesto magico-esoterico. La scelta, come accenna l'autore che poi si meraviglia che nessuno l'abbia mai sottolineata nel corso degli anni, non è casuale. Del resto chi mai potrebbe pensare a un caso, dati i temi trattati? Solo chi ignora il background che risulta opprimente per tutta la vicenda e che comporta ammonimenti, inviti a non proseguire e minacce più o meno velate che sortiscono, non poteva esser diversamente, l'esatto effetto contrario.

Il romanzo prende l'abbrivio con un antefatto alla Conan Doyle. Il riferimento non va al personaggio di Sherlock Holmes, ma al racconto lungo Nel Paese delle Nebbie. Un avvocato, convinto sostenitore dell'infondatezza dello spiritismo, organizza presso la propria abitazione una seduta spiritica per dimostrare le frodi orchestrate dai presunti medium. L'esperimento ha un risvolto alquanto macabro e imprevedibile che serve a Manfredi per presentare il protagonista occulto del romanzo: Tommaso Reiner. E' un escamotage utile a portare subito nel vivo la storia per poi tessere una trama dalla tensione crescente e dallo sviluppo lento e graduale. Dal 1898 si passa al 1981. Manfredi costruisce un'intelaiatura mystery, più che fantastica, e la tiene viva per trequarti di romanzo. Lo spettatore resta sospeso in un'atmosfera esoterica tra giallo, mystery, fantastico e poliziesco. Gli sviluppi potrebbero prendere qualunque strada, ma alla fine avranno un esito imprevedibile, specie per l'epoca, alquanto grezzo rispetto alle molte soluzioni che si sarebbero potute scegliere. 

Manfredi ha una visione e uno stile che potremmo definire cinematografico. Si respira a pieni polmoni la simpatia per i film di Dario Argento e George A. Romero, ma anche Pupi Avati (si veda la parte col protagonista che si imbatte col ritratto di Reiner). Il ritmo è crescente e la tensione monta a poco a poco al procedere della storia. Per lunghi frangenti, chiudendo gli occhi, sembra quasi di rivivere le ambientazioni e le sequenze dei mitici spaghetti thriller che resero tanto importante, all'estero, il nostro cinema di genere. Tra questi mi viene in mente anche La Casa dalle Finestre che Ridono.

A far luce sui fatti del passato, che poi irromperanno nel presente, ci sono tre studiosi che scopriranno, loro malgrado, di esser pedine di un destino, a quanto pare, per Manfredi già scritto per ognuno di noi. Da un articolo di uno dei tre, riscoperto a distanza di anni da un secondo componente del terzetto fidanzato della donna di allora del primo, prende piede una ricerca che si trasla presto nel campo dell'ossessione. Cronache, articoli, lettere, messaggi codificati sottratti dalle polveri e dall'oblio sono la ragione degli effetti letali che si innescano, quali eventi inevitabili oggetto di una lontana profezia. Statue che sembrano muoversi, persone che scompaiono, strani incidenti e reperti magici di cui si stenta a capire la provenienza. Una fissazione per un'indagine in apparenza innocente, priva di potenziali pericoli, che assume presto la sostanza dell'incubo. Ciò che sembrava sepolto in un lontano passato riprende forma e lo fa all'ennesima potenza, alla stregua di un demone incatenato che non aspettava altro di esser liberato dalle catene per portare l'apocalisse sulla terra. 

"Il Levriero Bianco era una setta massonica. Non una normale loggia massonica, ma una filiazione spuria della massoneria egizia... si ispirava ai rituali di magia nera e Reiner ne era uno dei massimi affiliati." Una congrega che, a differenza degli Illuminati ("scopo della setta era l'eversione di tutti i poteri dello Stato e delle religioni per l'instaurazione di un cosmopolismo a base popolare"), ha come fine il ribaltamento dell'ordine costituito da intendersi non a livello politico, ma a livello naturale e anch'esso orientato a un socialismo che non ammette distinzioni di classi. 
"Il levriero cadrà nella Tomba di Luce e l'Alba dorata conoscerà il passo di un nuovo esercito. E, se son vivi loro, allora tu sei morto!" un concetto che ribalta ogni punto di vista, un po' come in Io Sono Leggenda di Matheson. Non vado nello specifico per evitare gli spoiler ma, pur nella sua ironia di fondo (alquanto spiccata in verità), è evidente come anche in Manfredi si assista a un sopraelevamento dello spirito (l'anima immortale che ritorna nella sua integrità) rispetto alla materia (i corpi che marciscono) andando a capovolgere gli ordinari valori in campo per un ritorno alle origini finalizzato al superamento del Kali Yuga ovvero l'era dell'oscurità che collasserà con la fine del mondo (si veda il metaforico attacco finale alla cabina dell'Enel ovvero la generatrice di luce). Un epilogo, quello che va al di là dell'umanamente concepibile, che non può essere accettato dall'autorità costituita: "Ho scritto un ottimo rapporto" dice il poliziotto (una macchietta) che conduce le indagini per mascherare l'impossibile agli occhi della popolazione e dei superiori, ben conscio di aver scritto una falsità colossale (non a caso si dimette). "Ogni avvenimento è stato considerato per quel che era... un guasto meccanico, una fuga di gas, una compagnia di profanatori... Ho scritto un vero e proprio capolavoro!"

Che tipo di lettura vi aspetta, allora? Beh, un mix di generi che si chiude in un modo un po' fracassone, dati i presupposti aulici e l'attenzione a chiamare in causa un substrato di fondo esoterico. Epilogo fracassone, certo, ma non per questo banale. Una conclusione forse frettolosa, eppure di grande effetto visivo e contenutisticamente giustificabile. Un nuovo anno (il 1984, data che evoca la società distopica per eccellenza, a livello narrativo) che si apre all'insegna di un nuovo (dis)ordine e che viene preannunciato dal solito messaggio del Presidente della Repubblica italiana che parla di "un anno di crisi, ma non mancano i sintomi di una ripresa." L'humor nero regna sovrano, ovviamente, e non poteva esser diversamente guardando le origini artistiche dell'autore.
Forte il legame, più che alla narrativa fantastica, al cinema italiano di genere e  a quello di Romero. Ci sono omicidi che rievocano Suspiria (penso alla scena di Berlino col cane che azzanna al collo il cieco), altri Profondo Rosso (l'uso del pupazzo animato che introduce l'assassinio), ma attenzione all'evocativa parte ambientata nella città fantasma di Crespi d'Adda, il momento in cui il romanzo vira decisamente all'horror (c'è pure qualche reminescenza lovecraftiana) con Reiner che si addentra nel villaggio costruito nel 1878 "per ospitare le famiglie delle maestranze al fine di tenerle vicine alle fabbrice e lontane dalle osterie". Una scenografia desolata, molto più di quella reale, che fa saltare alla mente la città industriale di Pripjat, così come appare oggi dopo la catastrofe nucleare e la morte (verrebbe da dire la macellazione) degli operai e dei familiari che lavoravano nella vicina centrale. 

Magia Rossa è dunque una lettura che non annoia, agevolata da uno stile scorrevole e da una trama accattivante che si lascia leggere in periodo compreso tra due e tre giorni. Consigliato agli amanti dei B-Movie, a coloro che apprezzano il grand guignol  e a chi ami l'horror dai risvolti sociali e ironici. Si astengano i puristi del romanzo fantastico classico e serioso, specie quelli del gotico dell'ottocento.



Polizia e Carabinieri pronti a irrompere
nel cimitero di Crespi d'Adda
nella copertina dell'edizione
Feltrinelli.

"Il volgere dell'ultima era è ormai imminente. Solo un'Autorità Superiore può fermare la Corsa del Veltro... e questa autorità è la Luce Pura, l'Occhio stesso della Divinità: il Triangolo d'Argento."

sabato 26 agosto 2017

Recensione Narrativa: LA CITTA' VAMPIRA di Paul Feval.



Autore: Paul Feval.
Genere: Horror.
Titolo originaleLa Ville Vampire.
Anno: 1867.
Edizioni: Mondadori, Collana Urania Horror, n.13.
Pagine: 126.
Prezzo: 9,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Raro prodotto tradotto in lingua italiana della sterminata produzione firmata Paul Feval (si parla di qualcosa come 200 opere). Autore di straordinario successo in patria nel primo ottocento, svalutato poi nel novecento da un atteggiamento di disinteresse generale. Ex avvocato, poi banchiere poco convinto e infine scrittore di fueilleton con predilezione per il romanzo d'avventura e l'azione. Paul Feval, classe 1817, è anche stato uno dei precursori della narrativa fantastica francese e non solo di essa. Contemporaneo di Gerarad de Nerval e di Merimee, dieci anni più vecchio di Jules Verne, ha il merito di anticipare alcuni temi e alcuni soggetti che staranno alla base della narrativa popolare a seguire. Anticipa un personaggio alla Zorro con Le Loup Blanc (1843), orchestra un romanzo fiume a sfondo poliziesco dal titolo I Misteri di Londra (1843) e confeziona uno dei primi thriller della storia della letteratura con un delinquente protagonista che fungerà da ispirazione per il "nostro" Diabolik: Jean Diable (1862).

Tra i vari temi toccati, Feval si interessa anche di narrativa fantastica concentrando la propria attenzione su due argomenti: il vampiro e le organizzazioni segrete (al punto che qualcuno per spiegare la morte di Kennedy dirà: "Non perdete tempo a leggere i giornali. Leggete Feval"). Sulla scia de Il Vampiro (1819) di John Polidori, è tra i primi a mettere in scena in narrativa i vampiri, anticipa in questo pure John Sheridan Le Fanu e il suo celebre Carmilla (1872). E' di Feval, infatti, la prima vampira donna col romanzo La Vampira (1865), preceduto da Il Cavaliere delle Tenebre (1860) che esce trentasette anni prima di Dracula.  Si tratta quindi di un passaggio obbligatorio per i fan di questa figura archetipica che da secoli funesta le notti dei maggiormente impressionabili. Nonostante l'indubbia importanza storica, il nome Feval viene del tutto omesso da volumi come Guida alla Letteratura Horror dell'Odoya o dal Dizionario dell'Orrore di Pilo. Ne fa invece cenno la splendida guida Maestri della Letteratura Fantastica della Edipem, ma solo perché si tratta di un volume francese. Tale mancanza è giustificata dal disinteresse dell'editoria italiana che solo di recente si è accorta di questo autore. Le opere di Feval in italiano sono rare, per giunta lo scrittore, originario di Rennes, è caduto nell'oblio anche in Francia per effetto dei cattivi investimenti e di una lenta ma graduale pazzia che lo ha portato a rinchiudersi in un convento di frati a distruggere le opere non in linea con il credo cattolico a cui ha aderito poco prima di morire. Un destino quest'ultimo comune al più famoso Huysmans.


L'autore Paul Feval.

La Città Vampira è il capitolo di chiusura, pensiamo di poter dire, della trilogia di Feval dedicata alla figura del vampiro. Si tratta di un romanzo breve, appena 120 pagine, che risente in parte degli anni e allo stesso tempo si presenta come moderno con punte oniriche piuttoso rare per il periodo. Scritto nel 1867 (probabilmente revisionato nel 1875 con il taglio di alcune parti), ingloba al suo interno svariati generi proprio come il vampiro Otto Goetzi farà con le sue vittime. Feval ha un approccio farsesco, mi verrebbe da dire grottesco. I personaggi sono sopra le righe, si esprimono in maniera poco consona a un racconto del terrore e hanno quel che di fracassone che poi si trasmette all'intera opera. Claudia Salvadori, in prefazione, parla addirittura di parodia del romanzo gotico. A mio avviso sarebbe più giusto parlare di satira sugli usi e costumi di inglesi, irlandesi e olandesi. L'autore si diverte a estremizzare le caratteristiche degli abitanti di queste nazioni, dileggia gli inglesi presentandoli, da francese, alla stregua della massima ispirazione della nobiltà e della perfezione umana.

Feval fonde in un'unica opera il romanzo gotico, rappresentato dal canovaccio dell'eroina che si lancia in soccorso dell'amico fraterno per far sì che i cattivoni di turno non facciano venire meno il matrimonio dallo stesso organizzato, con l'avventura da intrattenimento miscelata a un orrore che ha delle punte di grande originalità. Lo scontro finale, all'interno di un castello, è il collegamento più evidente alla narrativa lanciata da Horace Walpole, con fantasmi, catene e complotti più o meno terrestri. L'esperimento viene reso gustoso dalla presenza di Ann Radcliffe, madrina del romanzo gotico, quale protagonista diretta della storia. Feval immagina infatti che l'estro narrativo della futura scrittrice derivi da un'esperienza paranormale che l'ha vista coinvolta. Gli ingredienti ci sono, tuttavia l'intreccio, che assume presto i contenuti di un giallo con storie nella storia e continui colpi di scena, procede tra alti e bassi. La trovata metanarrativa è un importante quanto raro valore aggiunto (per l'epoca), purtroppo però il racconto ha una prima parte pesante (che sarà ripresa in parte da Stoker), sullo stile del romanzo rosa epistolare. Pecca inoltre di una certa ripetitività, al fine forse di rendere chiari i fatti e gli intrecci. Il racconto viene narrato da una persona centenaria che rivela esserle stato raccontato dalla Radcliffe in persona e si apre con quest'ultima, prossima a sposarsi, che legge le lettere di un amico fraterno e della sua promessa sposa che dovranno congiungersi in matrimonio lo stesso giorno in cui la stessa Radcliffe dovrà convolare a nozze. Lo snodo che innesca la storia è il rapimento della promessa sposa dell'amico della Radcliffe, giustificato da ragioni di eredità e di denaro. La "nostra" eroina, seguita dal fedele servitore, deciderà di lanciarsi all'inseguimento di coloro che hanno orchestrato il rapimento e scoprirà che questi ultimi, il padre della ragazza (un conte) e la precettrice della stessa, si sono avvalsi di un losco individuo che in realtà è un vampiro e che intendono incamerare le ricchezze di cui la giovane è divenuta erede.

Al di là del soggetto, La Città Vampira e, più in generale, l'opera di Feval è interessante materia di studio poiché qua poteva cristallizzarsi la figura del succhiasangue per antonomasia. Feval infatti indica le caratteristiche e i poteri dei (suoi) vampiri. Stoker rivedrà il tutto in modo massiccio e si dovrà a lui la figura che oggi caratterizza l'immaginario collettivo. I vampiri di Feval hanno la caratteristica di esser accompagnati da una fluorescenza verde, sono originari della Serbia, e riescono a contenere in sé le proprie vittime con la possibilità, all'occorrenza, di farle uscire dal proprio corpo (in una nuova forma rispetto all'originaria, comprendente anche quella animale) fino al punto di sdoppiarsi. Chi viene vampirizzato diviene a sua volta vampiro ma non è una creatura libera. Diviene infatti una sorta di proiezione del vampiro originario che ha la possibilità di richiamare il proprio servitore e di annetterlo a sé stesso. La morte del vampiro principale determina la morte di tutte le altre forme, salvo scollegamento di particolari nervi contenuti all'interno dello stesso. I vampiri di Feval succhiano il sangue non per effetto dei canini allungati, ma per via di una lingua appuntita tramite la quale perforano la carne delle vittime. Come per Stoker, prediligono sangue di vergini. Non viene fatto cenno all'uso di rimedi quale agli, crocefissi o paletti di frassino, l'unica cosa che li fa morire è l'estirpazione del cuore e la successiva cottura dello stesso sulla brace oltre che al gettito della cenere di vampiri defunti (provoca delle vere e proprie esplosioni!?).

A rendere meritevole di lettura e di riscoperta questo romanzo è la parte centrale in cui i protagonisti si recano nella città dei vampiri: Selene. Siamo in Serbia, poco dopo Zemun (periferia di Belgrado). Feval regala una perla onirica che teme pochi confronti per l'epoca. Descrive una realtà oscura, impenetrabile dalla luce (anche a mezzogiorno), quasi parallela alla nostra, dove i protagonisti si addentrano e in cui vi è un'ora in cui tutto tace e nulla si muove (l'ora del riposo). A Selene sono presenti le tombe di tutti i vampiri del mondo e queste, a seconda dell'importanza del vampiro, hanno strutture di templi o di palazzi. All'interno di ogni tomba riposa il vampiro di casa. La città vampira è una metropoli di tombe imponenti, ornate di sculture e rifiniture capaci di animarsi al momento opportuno. Feval narra con dovizia di particolari i vari quartieri di questa città e fa schizzare la tensione, nonostate i personaggi siano guasconi e tamarri, ai limiti della macchietta.

Purtroppo l'epilogo non è all'altezza di questa parte. Si torna di nuovo dalle parti del gotico di primo ottecento, con un doppio finale che risente degli anni e che si regge su una soluzione, ai giorni nostri, trita e ritrita.

Nell'estate del 2017 Giuseppe Lippi ha deciso comunque di includere il romanzo all'interno del numero 13 di Urania Horror intitolato Cerimonie Nere, che comprende anche l'antologia Il Villaggio Nero di Grabinski e il romanzo La Cerimonia di Laird Barron, rendendo così fruibile La Città Vampira al grande pubblico. Così come accennato da alcuni lettori della recensione, il testo era già stato pubblicato nell'antologia della Feltrinelli intitolata I Vampiri tra Noi (1960)..

In conclusione si tratta di una buona occasione per conoscere questo importante autore francese, ma soprattutto per comprendere, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come la figura del vampiro non sia frutto di un'ideazione di Bram Stoker ma che, al di là delle preesistenti leggende folkloristiche, era già stata trattata e caratterizzata da altri autori. Feval è forse il meno reclamizzato tra questi, ma è stato di sicuro letto dai vari Le Fanu e Bram Stoker al punto da poter esser considerato un autore centrale per lo sviluppo e l'evoluzione della figura del vampiro.



"E' più che certo che il miglior rimedio contro il vampiro sia la cenere di vampiro."

domenica 13 agosto 2017

Recensione Narrativa: Cose Preziose di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Needful Things.
Anno: 1991.
Genere: Fantastico / Horror.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 768.
Prezzo: 11.90 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Definito il capitolo di chiusura di una trilogia di romanzi (in realtà sono quattro) ambientati a Castle Rock, costituisce un grottesco gioco degli equivoci innescato dai e sui peccati umani debitamente stimolati e sviluppati dalla mano di chi sa farli fruttare all'eccesso. Tutto succede a Castle Rock, l'immaginaria cittadina ideata dal “maestro del terrore” Stephen King e il cui nome arriva dal romanzo Il Signore delle Mosche (titolo che si addice perfettamente al protagonista del romanzo) del premio Nobel William Golding. Castle Rock, terra in cui i fan dello scrittore del Maine erano già stati catapultati in occasione di Cujo e La Meta Oscura, come ricorda l'autore con gustose autocitazioni nel testo, ma anche in occasione de La Zona Morta (ecco perché non si può parlare di trilogia) e di altri racconti.

È un romanzo buono, inutile fare boccucce o critiche addirittura tese a indicarlo quale uno dei peggiori libri di King. Ottimo per le caratterizzazioni e la gestione della tensione, ma soprattutto per il messaggio sottinteso che lo eleva da semplice opera di intrattenimento a opera d'autore. Certo, non è privo di difetti. Purtroppo c'è quel gusto grossolano tipicamente kinghiano, amato dai lettori popolari meno da quelli tradizionalisti del fantastico, che va a depauperare l'orrore dalla forza occulta insita nell'influenza attiva delle "forze del male". Mi spiego meglio. Anche qua King cade nel facilone e soprattutto nel fracassone macchiettistico di stampo fantasy e blockbusterone (si veda il finale del romanzo, guarda caso modificato in blocco dalla trasposizione cinematografica) piuttosto che classico, eppure ciò non inficia molto il valore del testo. King è stato bravo nella costruzione, nel suo rendere briosa la narrazione che scivola via come un bel bicchiere di fresca acqua potabile bevuto in pieno deserto dopo ore di marcia. Cose Preziose è un romanzo da leggere, a suo modo educativo (pur se con almeno tre momenti crudissimi di una cattiveria unica), vuoi per il ritmo e la fluidità nella lettura, vuoi per il background che ne sta alla base, vuoi per il misterioso personaggio di Leland Gaunt caratterizzato in modo divino. King, con questo personaggio, offre, qualora ce ne fosse bisogno, la dimostrazione delle proprie eccezionali doti di caratterizzatore (su questo nulla da obiettare). Leland Gaunt è il vecchio antiquario che giunge, a suo dire, da Akron, Ohio, per fare affari aprendo un negozio di oggetti da collezione. 

L'autore è bravissimo nello stillare le proprie carte e nel sorbire al lettore le piccole dosi di suspence che ha per lui confezionato. Così costruisce un quadro d'insieme magistrale, andando a tratteggiare i profili dei vari cittadini di Castle Rock, individualmente ma anche collettivamente. Tutti vorrebbero entrare dentro il negozio ma nessuno, inizialmente, vuole fare il passo decisivo perché a Castle Rock, o meglio nella provincia americana, per “perlustrare un negozio nuovo ci sono delle regole non scritte.” Presunte regole della buonma condotta, tanto sceme quanto rispettate. Nessuno sa che cosa ci sia dentro quel negozio dalle vetrine insaponate né è chiaro chi sia il proprietario, eppure quest'ultimo sa tutto dei cittadini. Questi ultimi altro non sono che modelli stereotipati, così diversi tra loro quanto identici ai prototipi stampati dalla società americana (e non solo quella). “Sapere è il mio mestiere. E il suo è sospettare” dirà più avanti Gaunt. 

Leland Gaunt interpretato da
Mox von Sydow nell'omonimo film
diretto da Fraser C. Heston, 
figlio di Charlton Heston e Lydia Clarke.
"SPLENDIDO, ORA COMINCIA LO SPASSO" dice Von Sydow
in questa scena.

Ma chi è questo Gaunt? È un personaggio pienamente riuscito, poco da dire in contrario, ogni volta che King lo mette in scena il fascino e la bramosia di leggere salgono alle stelle per effetto di una personalità camaleontica, multiforme e poliedrica. Cambia atteggiamento in funzione del cliente e della situazione, racconta aneddoti di una sua vita passata, molto remota, addirittura dice di esser l'incarnazione di un iracheno venditore di tappeti. Affabile, educato, persino melassoso con modi da gentleman ottocentesco capace di trasformarsi, all'occorrenza, in dittatore, manipolatore e persino uomo che si esprime con gergo da frequentatore di bordelli di infima lega. King, a differenza di quanto farà Heston, figlio del grande Charlton presentatore della serie La Bibbia, protagonista de Furia Bianca (1953), Pony Express (1958) ma soprattutto Il Seme della Follia (1995), una storia dal retrogusto La Metà Oscura, e narratore di un film dal titolo qui quanto mai profetico Armaggeddon - Giudizio Finale (1998) dato che Gaunt sosterrà di essere "il miglior giudice", è vago sulla vera natura del personaggio. Intendo vago per spiegare che non gli da una vera e propria caratterizzazione religiosa (come invece farà Heston col suo sceneggiatore da terremoto di scala Richter). Nel romanzo Gaunt è un sagace interprete delle emozioni umane, un manovratore che tocca corde atte a far sciogliere ciascun personaggio di Castle Rock. È la personificazione umana della sostanza stupefacente, intesa proprio alla stregua di una droga. Promette felicità e raggiungimento dei desideri, quando invece induce al baratro la propria clientela che è tuttavia, come Cristo insegna, libera di scegliere. Il suo è un gioco che va avanti da secoli. 

Lo stimolo gli veniva soprattutto dal divertimento. Puro e semplice divertimento. Diventava l'unico scopo dopo qualche tempo, perché quando gli anni son lunghi si cerca svago come e dove si può... La gente pensava sempre in termini di anime, e naturalmente di quelle ne avrebbe prese quante più possibile una volta chiuso il negozio; per Gaunt erano come i trofei per il cacciatore.” Chi vi ricorda come modus operandi...? Pensateci bene... Si, probabilmente è proprio lui, ma King lo usa non tanto per costruire una storia dal retrogusto solfureo (che comunque c'è e si sente tutto) ma per fare una critica al consumismo e, più in particolare, alla spiccata predisposizione umana per il materialismo in luogo dello spiritualismo che dovrebbe segnare il cammino degli uomini. L'autore, come giusto che sia in narrativa, estremizza il tutto, lo porta sul versante del grottesco per condurre all'eccesso tutti gli sviluppi del caso, ma i fili che muove non sono per nulla banali, anzi, corrispondono alla triste realtà su cui è costruita la società della civiltà occidentale. “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” diceva Chuck Palahniuk (mi vengono in mente anche gli scherzetti iniziatici per fare parte del Fight Club) ed è proprio quello che succede in Cose Preziose. La volontà di possesso, l'adulazione degli oggetti, alla stregua del vitello d'oro della parabola biblica, l'ambizione e l'invidia portano le varie persone a comportarsi alla stregua di eroinomani disposti a tutto pur di avere la soddisfazione che cercano, diventando preda di vere e proprie ossessioni (tipo il terrore che le cose vengano rubate o distrutte da altri), esaltate in modo divino nella scena della donna che fa l'amore col ritratto di Elvis Presley. Un maelstroem di follia orchestrata da illusioni e visioni distorte della realtà. Non si salva nessuno, il peccato è filtrato in ogni dove, pure laddove dovrebbe esser combattuto. 
Gaunt agisce a livello mentale, plagia chi incontra, conquista, entra nei sogni della gente e alla fine ordina di fare per suo conto degli scherzetti, quale contropartita suppletiva del prezzo (stracciato) pattuito per l'acquisto dei vari  oggetti. Scherzetti... così li chiama lui. In verità sono dei veri e propri reati che vanno dalla violazione di domicilio, passando per il danneggiamento, la minaccia aggravata fino all'uccisione di animale. 

King simboleggia per questa via la contaminazione della purezza umana (non a caso il primo cliente è un ragazzino di undici anni). L'uomo è peggiore degli animali. Accecato dal materialismo e da peccati quali superbia, ira, invidia e lussuria, è una vera e propria macchina di morte. Non è colpa delle televisioni, dei film o delle letture, è predisposizione naturale. Gaunt sfrutta tutto questo per compiere il suo fine, quello di generare caos e vincere così le anime dei cittadini, ciò nonostante non è un vero e proprio personaggio negativo. Non lo è, perché si limita a trattare con personaggi che non sono degli interdetti, certo il suo modo di fare non è per nulla corretto. Sa benissimo la bomba che sta innescando, ma la colpa, in fondo in fondo, di chi è? Dissapori preesistenti, chiusura mentale, idea della persona amata come un oggetto, attaccamento ai soldi, agli oggetti e poi.... cos'altro? Tutto questo è l'humus in cui Gaunt innesca le sue bombe, mandando i vari soggetti a compiere dispetti su persone che poi pensano che gli stessi siano stati commessi da altri.  Inevitabile il finale.


Se Gaunt è joker... Batman è forse la sua metà oscura?
Un ritratto di King con alle spalle la sua creatura più famosa:
IT.

Mi piacerebbe proprio sapere come mai c'è tanta gente che è convinta che tutte le risposte siano in un portafogli... Eppure, per le cose di cui la gente ha veramente bisogno, il portafogli non da risposte” commenta sarcastico Gaunt che sa bene quale sia la ragione. Potremmo definirla la vuotezza dell'anima, l'assenza di una visione trascendente e ulteriore. E' sempre la solita solfa, signori miei. 
“Quando il negozio era chiuso, i visitatori facevano un passo indietro con un'espressione di irritata delusione, come quella dei tossicodipendenti in crisi che non trovano il loro fornitore dove aveva promesso di essere.” Eccola la spiegazione, una scena da L'Alba dei Morti Viventi di George A. Romero, è la triste realtà di una società dove fenomeni come la moda dimostrano ogni giorno quanto siano pensanti le menti del popolo. Ligotti chiama tutto questo "il teatrino delle marionette", e poco lontano va dalla realtà. L'uomo è schiavo del materialismo. 
Persino le due confessioni religiose della città, Battisti e Cattolici, finiscono in guerra tra di loro, rivendicando entrambe il proprio dominio sui dettami impartiti da Dio, come esegeti dell'interpretazione delle sacre scritture che devono estirpare gli infedeli dall'opera di allontanamento dal gregge dei fratelli per effetto di convinzioni erronee. I cattolici vengono criticati dai Battisti di venerare la Madonna, come se quest'ultima fosse la meretrice di Babilonia quando invece è la madre del soggetto che venerano gli altri. Ed ecco che parte una vera e propria guerra capitanata da un reverendo da una parte e da un prete dall'altra al grido: “Alla pugna contro gli infedeli, Cristo ci guida dall'alto dei cieli.” Usare il nome di Dio per compiere nefandezze, il più grosso peccato che possa compiere un religioso. Ora magari qualcuno riderà nel leggere queste scene, che potrebbero sembrare situazioni da macchietta, ma spostate un po' l'attenzione dalla narrativa alla cronaca nera di questi ultimi anni... vi sembra davvero una macchietta? Poesia pura per il principe della notte, che divertito assiste, senza avere colpe (mi verrebbe da dire), all'idiozia dell'uomo, perché è sempre quest'ultimo quello che poi agisce e non il Gaunt di turno che si limita a muovere i fili. "No, Dio non è con noi..." dice Il Buono in un indimenticabile film di Leone: "Perché anche lui odia gli imbecilli..." Come dargli torto?

King è di un'ironia pazzesca, per tutto il testo. Utilizza nomignoli che si rifanno al cinema tipo “Buster Keeton” (ma perché lo chiamano Buster? Dice una donna poco avvezza al cinema, ottenendo di risposta "chi lo sa il perché" come se fosse difficile trovare la risposta) alla musica “Oh, Georgie Porgie...” (mitica canzone dei Toto), o altri alla narrativa fantastica. Spettacolare sequenza in una città fantasma con un tale soprannominato Asso che tira fuori da un garage un prototipo (definito un capolavoro) giallo canarino eppure invisibile persino alla polizia. Mentre con fare circospetto cammina nelle vie di questa città legge sui muri scritte a lui incomprenisbili: REGOLE DI YOG-SOTHOTH. Poi sniffa una polverina bianca speciale che gli ha fornito Gaunt e che proviene dalle fantomatiche pianure di Leng. Non sempre queste citazioni sono ben amalgamate al testo, talvolta appaiono un po' celebrative e gratuite ma agli appassionati non possono che fare piacere. Bene, voi che siete buoni lettori (altrimenti non perdereste certo tempo a leggere una recensione tanto lunga), per rifarmi a una celebra massima di Jorge Borges, avrete di certo capito il riferimento narrativo. Non manca poi uno sguardo al microcosmo creato nel corso degli anni da King. Si tenga presente che Cose Preziose è all'incirca il suo ventesimo romanzo, così troviamo riferimenti a Inside View (rivista del paranormale su cui ruota la vicenda del Volatore Notturno dove per protagonista c'è un personaggio secondario de La Zona Morta) e ad altri omaggi della narrativa kinghiana che impreziosiscono l'opera.

Possiamo quindi definire il testo un'opera matura, pur nel suo giocare col grossolano, una vera e propria critica all'atteggiamento consumista dell'uomo e al suo voler essere “pecorone”, ma anche alla sua cecità persino in presenza delle prove tangibili. Non solo i cittadini non vedono cosa comprano, ma rifutano anche ciò che sfugge dalla loro comprensione come se non esistesse. Cogito ergo sum diceva Cartesio, qui bisognerebbe dire: "Non lo capisco quindi non esiste." Emblematica una delle battute finali con un poliziotto che chiede allo sceriffo se ha visto bene. "La macchina di quel Tizio si è trasformata in un carro che se n'è andato volando nel cielo?” e lo sceriffo risponde: “Non lo so e, davanti a Dio, credimi, non voglio sapere...” 
Dunque la volontà, ancora una volta, di voler restare attaccati alle cose terrene, di non voler considerare che vi è un altrove che interagisce o che, comunque, costituisce un monito per seguire vie diverse da quelle sponsorizzate dai venditori. Una cecità che, per un bizzarro scherzo del destino, non si verifica, anzi diviene di portata inversa, quando si comprano cianfrusaglie scambiandole per oggetti preziosi. Gaunt tutto questo lo sa, ed è sarcastico a livelli di satira: “Non crederete ai vostri occhi” canzona gli acquirenti fin dall'emblema del suo negozio, modificando di continuo tra l'altro il colore dei propri, di occhi, al cospetto dei clienti che neppure se ne accorgono, così come non si accorgono di quel che comprano. Qual'è la “base di tutte le magie se non l'equivoco?” scrive King, proprio come nella satira che è tutta giocata sugli equivoci e per questo divertente, quando non è rivolta agli stessi che ridono però. 
Un personaggio quello di Gaunt che non considero maligno né diabolico, è un mero strumento di giustizia divina, una sorta di strumento per mettere alla prova le imperfette creature generate da Dio. L'uomo è un essere imperfetto che vive la sua vita per cercare di superare i limiti che gli sono stati messi, perché deve fare una scelta. E la scelta è condizione imprescindibile per ciò che poi succede dopo. Il male è la componente imprescindibile di una stessa medaglia, volerlo rimuovere equivalerebbe a uccidere la vita.

Tensione, paura, raccapriccio dunque, ma anche sano divertimento. YOU SAY HELLO I SAY GOODBYE GOODBYE GOODBYE... I DON'T KNOW WHY YOU SAY HELLO I SAY GOODBYE” lascia scritto alla fine Gaunt, ribaltando il titolo della storica canzone dei Beatles, sulla porta del proprio negozio. Lo fa per canzonare lo sceriffo, un appassionato di illusionismo e cortometraggi amatoriali, che non ha capito cosa stia succedendo e su cui si innescherà una raffazzonata intercessione divina. Lo sceriffo diviene strumento di Dio in un epilogo non all'altezza del resto del romanzo. Non è la magia che entra in scena, come ho letto in certi commenti, ma è la volontà superiore. Uno sceriffo cosa mai potrebbe fare col personaggione che ha davanti? Niente... Le armi e le leggi terrestri non possono andare ad arrestare l'inarrestabile, ma il “male”, con King, perde. Questo, a mio avviso, è un peccato, perché come detto il male è una componente del bene (“Io sono un pacifista, uno dei grandi pacifisti del mondo” dice Gaunt che infatti opera sempre indirettamente). “L'immagine di Gaunt era quella di Joker, la nemesi di Batman” scrive King, ma non c'è certo da meravigliarsi in un paese in cui, per la notte dei morti (31 ottobre), i cattolici pensano bene di organizzare una serata di casinò in Chiesa per beneficenza e dove il primo consigliere è un giocatore incallito che spende alle corse dei cavalli i soldi dei contribuenti pretendendo, non a torto, di parcheggiare negli stalli degli handicappati. Castle Rock diviene quindi l'ideale teatro di un gioco complessivo in cui succede di tutto, fino al finale apocalittico altamente esplosivo.

Voglio riportare, per sommi capi, uno dei passaggi più esilaranti del volume, per sottolineare come King vada a condire il tutto con quel tocco di ilarità che stempera situazioni fin troppo paradossali. Del resto, quale linguaggio utilizzare parlando di personaggi che perdono letteralmente il senno, in taluni casi, per delle assurdità banali come chi deve passare la notte con un soggetto immaginario? Ecco allora uno di questi passaggi:
Sul letto c'era il Re, ma non era il solo. Seduta sopra di lui, a montarlo come un pony c'era Myra Evans. Si è girata a fissarla, quando aveva aperto i battenti. Il Re non aveva staccato lo sguardo da Myra, sbattendo le palpebre su quei magnifici, languidi occhi blu.
«Myra, che cosa fai qui!» aveva esclamato Cora.
«Non sto certo passando l'aspirapolvere... Siamo occupati... non è vero... El?»
«Dici bene, gioia» le aveva risposto il Re. «Occupati come Ricci.»
Poco dopo Cora va tutta arrabbiata dal negozio di Gaunt, perché il Re deve essere suo e solo suo, sta a lei galopparci sopra, non è certo la Furia di Mal dei Primitives con cui ci si poteva fare un ammucchiata anche in tre.
«Ah, Cora» esclamò il signor Gaunt. «Mi domandavo quando saresti passata.»
«Quella puttana!» vomitò Cora. «Quella porca traditrice!»
«Scusa, Cora» le si rivolse il signor Gaunt con zelante cortesia «ma mi sembra che ti sei dimenticata di allacciarti qualche bottone.» Indicò il vestito che indossava con l'indice straordinariamente lungo.
Cora si era infilata il primo indumento che aveva trovato ed era riuscita ad allacciarsi solo il primo bottone, sotto il quale i lembi della casacca si allargavano lasciandola scoperta fino ai riccioli del pube.»
«Chi se ne frega?» ribatté lei in tono brusco.
«Non io di certo, anzi...» rispose candidamente il signor Gaunt.

Un breve cenno al film, uscito due anni dopo. Fraser Heston lo dirige con mano sicura, ma semplifica molto, elimina diversi personaggi, e cambia interamente la parte finale. Non mi sento di criticarlo per questo, anzi forse è stata una scelta intelligente. La sua modifica è utile per evitare possibili cadute nel ridicolo, situazioni che sulla carta funzionano mentre sul grande schermo non altrettanto. Trasforma Gaunt (magistrale interpretazione di Max von Sydow che passa così da L'Esorcista all'avversario) nel diavolo, una sorta di djin che avvera le richieste dei clienti (tra i quali persino Hitler). La tensione non manca e, alla fine, grazie soprattutto a Von Sydow, il film regge bene alla distanza. "Finiremo sui giornali, parleranno di noi a Giakarta" canzona il diavolo nel finale all'attonito sceriffo interpretato da Ed Harris, quasi a voler dire (giusto per far pari con la citazione dei Beatles e per sottolineare il fatto che nel testo sottolinea varie volte l'orgoglio delle donne come la sua passione) "vanità, decisamente il mio peccato preferito..."


J.T WALSH l'attore che interpreta Buster Keeton,
il PRIMO CONSIGLIERE patito
per le corse dei cavalli. Per lui Gaunt
ha un gioco che è una tavoletta ouija che indica
i vincitori delle varie corse in programma nel vicino ippodromo.


"Forse non è nemmeno un libro. Forse tutte le cose molto speciali che vendo non sono come sembrano. Forse sono oggetti amorfi che hanno un'unica proprietà straordinaria, quella cioè di assumere la forma degli oggetti che animano i sogni di uomini e di donne."

giovedì 3 agosto 2017

Recensione Narrativa: LA CERIMONIA di Laird Barron.



Autore: Laird Barron.
Genere: Horror.
Titolo originaleThe Croning.
Anno: 2012.
Edizioni: Hypnos.
Prezzo: 17,90 euro.

A cura di Matteo Mancini.
Il volume che esaminiamo in questa pagina ci permette di fare la conoscenza di Laird Barron, autore ancora di nicchia non troppo conosciuto in Italia eppure molto prolifico. Solo nell'ultimo anno ha dato alle stampe i volumi Swift to Chase, Man with no Name X's for Eyes (quest'ultimo edito nel 2017 in Italia anche dalla Hypnos col titolo X per Occhi). Che si condiva o meno, è considerato negli Stati Uniti una delle più grandi promesse della nuova narrativa horror. Classe 1970, di origine e formazione alquanto curiosa, così come il suo presentarsi con una benda con un toppino calato sull'occhio destro a ricordare gli antichi pirati o, per gli amanti di sci-fi, lo Jena Plissken di 1997 Fuga da New York. Nato e cresciuto in Alaska, ex conduttore di slitte di cani poi pescatore sullo stretto di Bering, reinventato scrittore dopo essersi trasfertio a Washington dalla metà degli anni '90. Appassionato di poesia e di rock and roll, parte con i racconti con i quali, nel nuovo secolo, riceve una certa considerazione e riscuote svariati apprezzamenti che si traducono in premi importanti, tra i quali due edizioni dello Shirley Jackson Award.
The Croning è il suo secondo romanzo, scritto in un momento di crisi e prendendo al balzo un periodo di vacanza presso la casa del fratello, Jason, nel Montana. Lo completa in otto mesi nel 2012, miscelando in un unico progetto i generi più disparati: dall'heroic fantasy passando per il giallo e lo spionaggio e concludere con il cosmic horror. La piccola Hypnos di Andrea Vaccaro, casa editrice tra le più interessanti nell'ultimo decennio nell'ambito della narrativa fantastica, decide di scommettere su questo scrittore e acquista subito i diritti per la distribuzione sul territorio italiano. L'investimento si rivelerà quanto mai "indovinato", quanto meno dal punto di vista commerciale, dato che cinque anni dopo Vaccaro vende (credo di poter dire) i diritti alla Mondadori per la pubblicazione del testo in un numero della collana Urania Horror. Il romanzo esce così una prima volta nel 2012 col titolo La Cerimonia e viene ristampato nel luglio del 2017 dalla Mondadori, all'interno dell'ultimo volume della collana Urania Horror, come romanzo conclusivo di una raccolta edita col titolo Cerimonie Nere.
La pubblicazione sotto il marchio Mondadori rende più popolare il nome Barron che inizia così a circolare, in Italia, in un contesto se vogliamo più diffuso, sdoganandolo dal confine delle narrativa e dell'editoria di ultra nicchia, offrendo altresì la possibilità alla Hypnos di farsi conoscere da un maggior numero di persone. In seconda questione permette, per effetto di una distribuzione e di un volume di vendite molto più ampio, di abbattere il prezzo dell'opera che passa dai 17,90 euro iniziali ai 9,90 statuiti dalla Mondadori, con l'omaggio di due ulteriori opere da non perdere (tra cui la splendida antologia del polacco Grabinski da noi già analizzata in questo blog).

Nuovamente pubblicato all'intero
di un'antologia di romanzi 
per la collana URANIA HORROR.

Veniamo ora all'analisi del romanzo. Rivisitazione in chiave moderna, soprattutto per lo stile linguistico e la struttura adottata, dell'orrore cosmico portato in auge da Howard Philips Lovecraft a inizi novecento. Laird Barron ripropone l'idea di una realtà umana sprovvista di un futuro trascendente (il futuro è caso mai orizzontale ovvero come possibilità di acquistare l'immortalità terrena), assoggettata, in buona parte inconsapevolmente, al controllo di creature che si spostano su un piano spazio-temporale grazie a dei portali, soprattutto caverne, che mettono in contatto il nostro mondo con l'altrove. Si tratta però di un altrove non dimensionale, lo definirei, piuttosto, concreto, verrebbe da dire universale e stellare, popolato da esseri che più dei veri Dei sono degli alieni mostruosi (“una razza che esiste ai margini dell'universo, chiamata dagli uomini I Figli dell'Antica Sanguisuga”), dalla forma vermiforme, dotati di capacità superiori alle umane e in grado di sostituirsi, sotto il falso involucro esterno, all'uomo stesso, un po' come visto in film quali L'Invasione degli Ultracorpi (di DON Siegel, da cui Barron prende in omaggio il nome del suo protagonista, non a caso cita direttamente il film nel testo), Astronaut's Wife, La Cosa o Essi Vivono (da cui arriva l'idea del Governo Ombra), al fine di controllare le vicende dell'alta società umana. Barron suggerisce, addirittura, una sorta di controllo mentale messo in atto da questi mostri per effetto di “un'aura che uccide piccole chiazze del cervello, come una radiazione che avvelena la mente, fino a far evaporare le memorie degli uomini.” Creature che sarebbero addirittura responsabili dell'estinzione dei dinosauri e di altri mondi, che si nutrono di bambini appena nati, ma anche dell'orrore e della disperazione dell'uomo (ricorda un po' certa narrativa di Clive Barker in questo) in una visione pessimista della condizione umana che richiama Thomas Ligotti. Barron, verosimilmente, ha voluto omaggiare il suo collega, predisponendo dei passaggi che sembrano presi a prestito dalla narrativa dell'asso di Detroit, oltre che a far gravitare il tutto su un plot ideale continuo del racconto L'Ultimo Banchetto di Arlecchino. Da quest'ultimo testo infatti arrivano le idee dell'antropologo in contatto con popolazioni indigene intente a effettuare strani rituali risalenti all'alba dei tempi, ma anche l'abusato tema dei sacrifici umani (che coinvolgono parenti delle precedenti donne sacrificate) e soprattutto la presenza di adepti che sembrerebbero umani ma poi mutano sembianze tornando alla loro vera natura che è quella di esseri striscianti alla stregua dei vermi. Chi decide infatti di collaborare con gli "alieni" (a quanto pare la vecchia regola del libero arbitrio regge pure in questa visione orrorifica fantastica), a completamento di un vero e proprio rito di iniziazione, diviene essere ibrido, un po' come quegli angeli/demoni citati da Ligotti nel sopraindicato testo.
Emblematico inoltre il passaggio finale in cui Barron traccia il sistema umano assimilandolo, di fatto, a quello di un acquario in cui guizzano i pesci gestiti e amministrati da esseri superiori. L'uomo non è creatura capace di amministrare il proprio mondo, sono altri a farlo in sua vece. “E realizzò, nel suo cupo momento di chiarezza, come i fili da marionetta delle sue spalle andassero estendendosi fino a brillare in pugno alla sua comatosa moglie; come ogni passo da lui fatto fosse l'andirivieni di una danza solo da lei condotta con piccoli strattoni su quei fili; come il proprio futuro gli riservasse altre di quelle danze. Il suo cosiddetto futuro, il suo cosiddetto passato... Spettacoli di marionette. Mia cara, chi è che tira i tuoi fili?” Vedete dunque come torna la figura metaforica della "marionetta" tanto cara a Ligotti, è per via di questo aspetto che alcuni hanno trovato delle analogie tra i due autori. Analogie non certo stilistiche. Laddovè Ligotti è poetico e aulico, l'altro è immediato e pulpeggiante.

Questo il contenuto del romanzo che ha una struttura non perfettamente riuscita e soprattutto diluita all'eccesso. Laird Barron, assai più di un autore come Stephen King (il che è tutto dire), si perde in caratterizzazioni eccessive, sotto trame da spy story che coinvolgono la CIA, la Nasa e gli agenti federali (manco si fosse in X-Files), teorie cospirazionistiche (stile organizzazioni segrete e governi ombra), con un'alternanza di capitoli che vanno dal passato al presente per sottolineare l'incapacità del protagonista di ricordare i fatti traumatici che lo hanno colpito. L'amnesia viene vista come una difesa, più o meno razionale, al cospetto dell'irrazionale. Dimenticare per non impazzire, cancellare per non vedere sgretolare le certezze impartite dall'educazione umana e trovarsi così perduti in un oceano di cui si ignorava l'esistenza. “L'amnesia è un meccanismo di autoconservazione. La coscienza valuta la minaccia posta da certi affronti alla sanità mentale, e decide di abbassare le luci e appendere il cartello con scritto FUORI SERVIZIO.”

Il risultato dello schema narrativo scelto da Barron, tuttavia, sortisce la controindicazione di un ritmo molto rallentato con “ingessamento” della storia, che ha dei momenti di una noia che definir mortale è dir poco. Una partenza subito in quarta marcia, con un prologo dal retrogusto fiabesco caratterizzato da una scelta linguistica che modernizza (non so quanto sia un bene) il taglio pulp di Robert Ervin Howard, si pensi alla serie Conan o Solomon Kane, catturando il lettore per effetto di sagaci venature erotiche, gran gusto per il weird (penso alle descrizioni dei tempi pagani o dei castelli dal sapore gotico) e lo splatter. Si tratta però di un fuoco di paglia su cui, in seguito, si innesca una trama gialla che sembra finire dopo un capitolo, quindi un'estenuante caratterizzazione dei personaggi con un background da spy story e con un protagonista smemorato che non sa neppure chi sia davvero sua moglie e perché lo abbia abbordato ai tempi dell'Università. Quest'ultima, esponente di una famiglia alquanto misteriosa e con conoscenze influenti, è un'antropologa che vaga per il mondo alla ricerca di conferme circa la teoria della terra cava, fervente sostenitrice dell'esistenza del c.d. piccolo popolo e ossessionata dalla ricerca di informazioni che possano permetterle di ricostruire il proprio albero genealogico. Per darvi un'idea pensate alla coppia costituita da Schwarzenegger e Jamie Lee Curtis in True Lies, con la seconda che ha una vita di facciata utile a coprire la vera vita, quella segreta, che sta invece alla base dei suoi lunghi viaggi e che è completamente ignorata dal marito. Prima di arrivare agli ultimi due capitoli sembra di leggere un romanzo di un giallista prestato alla narrativa fantastica, un qualcuno che non riesce a staccare dal suo convenzionale campo d'azione. Per fortuna arrivano gli ultimi capitoli a risollevare, di molto, il romanzo. Barron riesce a suscitare angoscia, sia grazie a pennellate atte a stimolare la paura del buio e degli spazi chiusi, sia toccando corde di un orrore esistenziale legato ai rapporti con le persone più care di un'intera vita. La famosa ansia che fa tremare i genitori pensando che possa succedere qualcosa di brutto ai figli. C'è persino una strizzatina d'occhio alla parabola biblica di Abramo e Isacco, con il nano malefico che chiede al protagonista di sacrificare la vita del nascituro nipotino per aver salva la propria ed estenderla fino al crepuscolo del mondo, mostrandogli quella che sarà la Terra dell'apocalisse finale (visione ballardiana niente male, stile la trilogia in cui è inserito Il Mondo Sommerso). Non è un caso che Barron abbia deciso di chiudere così il romanzo, dato che, a ragione (lo dico da sempre pure io), ha sostenuto nelle interviste che “la Bibbia sia il più grande libro di storie horror che sia mai stato scritto.

Per chiudere mi sento di dover promuovere a metà questo The Croning, che è costruito su un plot buono, pur se molto derivativo, ma paga dazio per un'assurda mania di caratterizzazione che sembra aver rapito Laird Barron durante la stesura. Un atteggiamento che, a mio avviso, non sarebbe per nulla piaciuto a quel Howard Philips Lovecraft a cui viene accostato il nativo della splendida Alaska. Un'altra cosa che mi porta a promuovere a metà il lavoro è il linguaggio narrativo adottato. Barron non è molto equilibrato in questo. Parte in un modo pulpeggiante, prosegue in uno stile da giallo poi diviene classicheggiante per ritornare a un lessico sporco e volgarizzato da letteratura mainstreaming. Per rispondere a una domanda che mi è stata fatta, La Cerimonia è un libro da esaltare? “Ni”.

Laird Barron.


"L'uomo della luna disse: Ragazzo mio, è una bella sensazione. E un nero sciame d'insetti si riversò dalla sua bocca e si disperse in un gelido vuoto senza limiti."

venerdì 28 luglio 2017

Recensioni Narrativa: I CANTI DI UN SOGNATORE MORTO di Thomas Ligotti.



Autore: Thomas Ligotti.
Genere: Antologia Horror.
Titolo originale: Songs of a Dead Dreamer.
Anno: 1986.
Edizioni: Elara, 2012.

A cura di Matteo Mancini.
Prima antologia data alle stampe in Italia dello scrittore americano Thomas Ligotti, uscita negli Stati Uniti nel 1986 in appena trecento copie (poi ovviamente ristampata). Siamo nell'ambito della narrativa del terrore, ma non cadete nell'errore di pensare al truculento piuttosto che al gotico, Ligotti plasma quasi un nuovo sottogenere, un genere tutto suo, tutt'altro che commerciale, molto introspettivo funzionale a fuggire dalla realtà. La sua è una cura per esorcizzare la depressione e gli attacchi di ansia che lo attanagliano dall'età di diciassette anni. Scrittore complesso e complessato, ha poco da spartire con l'horror tradizionale che rimodula sempre con una chiave interpretativa personale anche quando affronta tematiche classiche come il vampirismo (La Perduta Arte del Crepuscolo, in cui un ragazzo generato da una vampira e un umano fa di tutto per scongiurare che la parte mostruosa che è in lui prevalga) o la ghost story (La Clinica del Dottor Locrian o I Tormenti del Dr Thoss). La psicosi (ma è poi tale?) della manipolazione mentale, l'idea dell'uomo identificato in un stolto burattino manovrato da forze superiori o da menti illuminate (più o meno aliene), un essere che agisce senza neanche sapere di farlo o che ha opinioni che non sono tali essendo invece l'esatto risultato perseguito da altri e generato da un lavoro teso ad alterare nella massa la percezione della realtà in modo da determinarne le scelte trasformando l'oggettività in soggettività, sono i temi ritornanti della produzione di questo scrittore e racchiusi nell'antologia I Canti di un Sognatore Morto. 

È difficile in molti casi parlare di sinossi dei racconti, più di una ventina. Ligotti ha uno stile lirico, pura poesia in prosa, molto autoriale e in perfetto contrasto con le logiche “imposte“ dall'editoria commerciale. Non è un autore facile e i suoi lavori sono destinati a un pubblico di nicchia, è inevitabile. Lo stile non è mero strumento di narrazione, non si rende veicolo atto a proporre storie canoniche destinate al grande pubblico. No, niente di tutto questo. Con Ligotti lo stile diviene componente centrale del testo, di valore pari se non superiore al racconto in sé per sé. Ligotti è un “pescatore di emozioni“, evocatore di incubi e di angosce, altamente claustrofobico. Muove corde emotive che disturbano il lettore, spesso e volentieri disperso, insieme ai vari protagonisti dei racconti, in labirinti mentali sprovvisti di punti di riferimento (esempio emblematico il racconto “La Voce nelle Ossa") o costretto alla deriva per la disintegrazione delle certezze via via maturate nella lettura (in "I Mistici di Muelenburg", molto prima di film come Matrix, si mette addirittura in dubbio la consistenza della materia: "tutto è irreale"). Non appena si costruisce un filo logico, Ligotti lo stravolge, muta forme e situazioni come un bizzoso alchimista che si diverte a giocare con la sua arte. Nei racconti “Il Chimico“, peraltro il primo scritto dell'autore (nel lontano 1981), nello stesso “La voce nelle Ossa“ o nel lovecraftiano La Setta dell'Idiota si parla del potere di materializzare i sogni (intesi come componenti di valore onirico e non obiettivi cui tendere nella vita), intervenendo in una realtà che diviene incubo, in cui niente è quello che sembra e in cui tutto si trasforma e niente si distrugge. Emblematico, al riguardo, l'evoluzione in mostro del protagonista de La Setta dell'Idiota, che sogna una confraternita di creature tentacolari di struttura antropomorfa, che determinano le sorti del mondo salmodiando versi incomprensibili nell'ultima stanza del palazzo più alto del paese, e scopre che le stesse esistono davvero tramutandosi in una di loro.
In Vastarien c'è addirittura un tentativo di fuggire dal mondo "reale" percepito come illusorio per penetrare in un mondo onirico sostitutivo, poiché "il valore di questo mondo consiste nella sua capacità di suggerire l'esistenza di un altro mondo." Ligotti rompe con ogni scuola precostituita arrivando a dire che "il solo regno della redenzione è quello dell'irrealtà". Il protagonista della sua storia vi accede per mezzo di un libro la cui lettura ipnotica lo conduce in una landa fantastica e fantasiosa; un libro molto particolare (autorigenerante) che lo spingerà all'omicidio per evitare che questi sogni gli vengan rubati da chi non è in condizione di interpretare a dovere il testo. Inutile dire che la scoperta di Vastarien porterà all'annichilimento dell'altra vita, quella in mezzo ai comuni mortali.

Non è un autore semplice, penso che si capisca anche da questo mio breve profilo, né vuole esserlo. È uno dei rari casi di scrittore che incarna un ideale di distintività che trapela subito dalle sue opere che sono difficilmente imitabili e mutuabili e dunque facilmente identificabili.

Di che parla questo racconto? Quante volte lo avrete sentito dire...? Nel caso di Ligotti non si può dire, si deve leggere e ricercare personalmente il senso ultimo, il fine voluto, con dozzine di riferimenti disseminati nel testo. La lettura dei suoi testi è pura esperienza, va al di là di un soggetto e del suo sviluppo. Si tratta di opere che devono esser rilette almeno due volte per comprenderne la portata, spesso e volentieri raccontate in prima persona da personaggi che stan vivendo un incubo a occhi aperti. Claustrofobico oltre ogni limite (bellissimo Sogno di un Manichino con la storia di un sogno dentro un sogno che poi si riversa nella realtà con variazione continua del rapporto uomo-manichino), rende i suoi racconti recettizi delle sue stesse psicosi e delle sue stesse paure. Solo di rado si tratta di incubi terreni (si veda Il Birichino con una guardia penitenziaria che teme l'evasione di uno strano carcerato che promette sorprese), il più delle volte si sconfina nel fantastico puro. Non è un caso che molte di queste storie gravitino attorno a veri e propri giocolieri della mente, soggetti che nella società contemporanea sono da ricercare in figure come psiconalisti, illusionisti, maestri esoterici e persino scienziati alla ricerca di nuove forme di droga in grado di alterare la percezione e manipolare menti.

Sperimentale in alcuni testi, addirittura riesce a fondere il saggio al racconto con Appunti sulla Scrittura dell'Orrore col quale mostra le diverse prospettive di scrittura sviluppando in modo diverso la medesima idea iniziale, ripetendosi poi con Brevi Lezioni del Professor Nessuno sull'Orrore Sovrannaturale.



Splendido Bevi a me Soltanto con Occhi Labirintini che, a dispetto del titolo sgrammaticato, è un capolavoro di scrittura ipnotica, con tanto di quelli che nella programmazione neurolinguistica si chiamano "ancoraggi". A differenza di altri testi di Ligotti, questo è molto più lineare ed è incentranto sul tema dell'ipnotismo e dell'illusionismo. Un mago che si definisce “evoluto fino a essersi addentrato in un territorio mesmerico mai esplorato da altri“ realizza uno spettacolo di magia, a pagamento, a favore di un pubblico che non si rende conto di essere stato ipnotizzato e di esser in completa balia del mago, un prestigiatore della mente (un Grande Maestro come lo stesso si definisce) che può far credere al pubblico qualsiasi cosa lui voglia, tipo trasformare un pezzo deforme di carne putrida nella più bella ragazza mai vista sulla terra. Chiusura in puro stile racconto mystery o del giallo, con colpo di scena finale impreziosisto da quel gusto del macabro degno di un Edgar Allan Poe.

Altro racconto degno di nota, pur se diverso dagli altri, è Mascherata della Spada Morta, un testo di cornice fantastico-medievale (vagamente citazionista nei confronti di Edgar Allan Poe), ambientato in un Ducato di fantasia (ducato di Soldori). Si tratta di un vero e proprio testo che segue, a differenza degli altri racconti di Ligotti, lo schema tipico di certa narrativa esoterica. Criptico, con un linguaggio che tende a procedere per ossimori, che suggerisce e al tempo stesso cela, chiarisce riccorrendo alla confusione. La confusione in cui vive il mondo e che, nel testo, viene rappresentato dai cittadini di un ducato che ricorrono a ogni forma di nefandezza, perchè protetti da delle maschere che ne nascondono l'identità. In questo contesto, vestito da giullare, va a operare uno spadaccino trasformatosi in uomo di valore dopo aver ricevuto in sorte un amuleto. Si tratta di un uomo che ha delle visioni, in sogno (elemento ricorrente in tutta la narrativa di Ligotti), di morte e di distruzione che incarnano la vera natura dell'anima del mondo. Il pessimismo di Ligotti non si scopre certo in questo testo, ma qua tocca vette massime che sfiorano il concetto filosofico. "L'anima del singolo uomo non può essere sanata quando non vi è speranza di risanare l'anima stessa del mondo" dice il mago al protagonista che, in un certo senso, tenta di scongiurare la pazzia che fa capolino nei suoi sonni per diffondersi nella sua veglia. "Ci sono altri occhi dentro i nostri occhi e quando questi altri occhi si aprono tutto diventa confusione e orrore." Siamo alle prese col classico "monito" della narrativa iniziatico-esoterica ovvero la minaccia al viandante o studioso non preparato, l'avvertimento che solo chi è dotato di conoscenze tali da gestire l'occulto può sperare di affrontarlo senza sconfinare nella pazzia (nel testo, in verità, sembra cadere anche questa ultima possibilità, infatti il mago soccomberà). Ligotti usa la metafora degli occhiali dotati di lenti scure (filtro di analisi e di interpretazione o anche oggetto di lettura) per affrontare il mondo, poiché una volta in cui si è superato la cortina che divide la supposta realtà dall'ipotetica irrealtà (con concetti poi ribaltati alla luce dei fatti) nulla torna più come prima. "Attraverso le lenti verrai accecato per poter vedere con maggiore acutezza", classico ossimoro della tradizione esoterica (indice della famosa vista interiore o del proverbiale "terzo occhio"). L'autore parla di Anima Mundi, ovvero la reale natura del mondo, la parte segreta dell'anima dell'uomo con accezione, se vogliamo, addirittura divina. "L'Anima Mundi ti si è rivelata nel suo aspetto più selvaggio, mostrando quello che potremmo chiamare il suo volto segreto" spiega il mago. L'unico modo per contenere gli effetti è ignorare l'impossibile (quanto meno secondo i canoni della comune esperienza), accettare qualunque cosa accada, poiché solo così si può scongiurare la pazzia. "Il potere più grande, il solo potere, è non curarsi di nulla." Sul punto mi salta in mente Clive Barker quando diceva che "nel momento in cui si crede che una tigre sia una tigre, si è già in metà in suo possesso." Non a caso, nel testo, si assisterà a un duplice omicidio dettato da una sbagliata visione della realtà, con due innamorati scambiati per due sanguisughe per effetto di un numero di magia. Nonostante i buoni propositi, il protagonista viene ingannato e il suo tentativo di aiuto a un innamorato che cerca la propria promessa sposa segregata nella corte del duca si ritorce contro i due giovani. Ligotti impreziosisce il racconto con pennellate splatter niente male e con un tocco di magia ipnotico-onirica che rende caratteristico il testo. All'epilogo ci sarà spazio per l'Anima Mundi. Si presenterà al cospetto del protagonista nelle vesti di Re, mentre l'altro calzerà un costume da giullare (messaggio sottointeso direi piuttosto inequivocabile e metaforicamente forte). Per il protagonista è quasi una vittoria, il privilegio di avere in esclusiva la risposta alla domanda che assilla l'uomo fin dall'alba dei tempi. Ligotti però è brutale. L'Anima Mundi è uno spirito corrotto che incarna la vera natura del mondo, visto non come un eden ma come un vero e proprio inferno da cui non vi è via di redenzione, in cui la menzogna e l'ipocrisia sono le linee guida. Impossibile scongiurare la pazzia, questo il finale firmato Ligotti, poiché non vi è spazio per la speranza.

Ci sono poi racconti che rendono omaggio agli scrittori ispiratori della passione narrativa di Ligotti. L'Ultimo Banchetto di Arlecchino, a esempio, è un esplicito tributo a Lovecraft (ricorda un po' anche Jerusalem's Lot di Stephen King) con tanto di dedica iniziale alla memoria. In questa opera, in particolare, un antropologo interessato alla figura del clown viene reso edotto dell'esistenza di un'antica festa pagana che si tiene in occasione del solstizio d'inverno in una fantomatica cittadina americana (Mirocaw). Incuriosito dall'evento, una sorta di carnevale invernale, si imbatte in due tipologie di clown, tra cui gli adepti di una setta erede dei Saturniani, una setta di gnostici siriani, che credevano che il genere umano fosse stato creato da angeli a loro volta creati dal Supremo Ignoto, esseri, questi ultimi, incapaci di far camminare erette le loro creature costrette per lungo tempo sulla terra a strisciare come vermi. Intenzionato a scoprire cosa si nasconda dietro le bizzarre figure dei clown, il protagonista decide di infiltrarsi e di farsi condurre in aperta compagna, dove si troverà a tu per tu con l'orrore. Non è un Ligotti all'ennesima potenza quello che esce fuori da questo racconto che, invece, segue una costruzione e un epilogo in puro stile Lovecraft. Massima attenzione all'architettura urbana, agli usi chiusi e bigotti dei cittadini e soprattutto costruzione di un finale dalla tensione crescente in cui gli adepti si trasformano in esseri serpentiformi all'apice di un sabba che vede una giovane ragazza destinata a fungere da vittima sacrificale issata su un altare sotterraneo. Piacerà ai fan del solitario. Un altro racconto che potremmo definire citazionista è La Musica della Luna, ascrivibile al sottogenere della musica e l'orrore. Un insonne cronico se ne va in giro di notte per noia, quando per caso si imbatte in un volantino che pubblicizza un evento musicale. Sulle prime l'uomo glissa poi, in un secondo momento, si trova a vagare nei corridoi di un vasto palazzo finché non entra nella sala dove è in corso lo spettacolo. La musica è ipnotica e induce i presenti a cadere preda del sonno. Quello che nessuno di loro sa è che i musicisti sono dei mostri assimilabili a ragni che tessono la loro tela per privarli degli occhi.

Un cenno va infine fatto per la bella analisi in chiusura al volume di Armando Corridore che sottolinea, rifacendosi all'opera dello scrittore di Detroit, come intorno a noi ci siano manichini che hanno rinunciato al proprio Io per indossare una maschera (tema su cui Ligotti si sofferma anche nel racconto Il più Grande Festival delle Maschere, in cui gli uomini che le indossano perdono la propria identità a vantaggio di una vuota) e che finiscono per rendere la vita un grottesco teatro inautentico. Sono questi soggetti a incarnare la popolazione dei racconti di Ligotti, soggetti a loro volta innescati in un contesto mutevole, multiforme, che ha più le sembianze di una colossale illusione che quella di una concreta realtà, ritenuta tale solo perché così vuole la maggioranza degli uomini. Pensate all'idea portante di Matrix e intuirete l'insieme su cui lavora Ligotti. Un mondo gestito da poteri occulti, in cui fenomenologie come la moda altro non sono che la prova evidente di quanto la massa sia influenzabile e priva di posizioni ideologiche frutto di un percorso interiore e filosofico personale. Corridore calca la mano e scrive grandi verità parlando di "manichini e gente mascherata che hanno amici solo in base alle circostanze e si dimenticano di loro al cambiare di casa o di lavoro; che fanno sesso col ragazzo o con la ragazza, perché è ovvio, stiamo insieme magari tanto per provare, e riducono la conoscenza dei corpi a routine, a qualcosa che occorre fare sperando che piaccia, perché lo fanno tutti come lo shopping... Manichini che vivono emozioni prese in prestito, che si nutrono di alibi per non sentire il battito del cuore, pensando così di allontanare il dolore del vivere e finendo per allontanare solo la vita." Un'analisi questa di Corridore pertinente, che emerge in modo evidente dalla narrativa di Ligotti, e che evidenzia come la scrittura fantastica con la "F" maiuscola non si consumi in mere storie di intrattenimento, ma sia occasione di riflessione e di analisi dettagliata sia della società in cui viviamo sia dei valori superiori come quelli legati alla trascendenza. Mi preme poi sottolineare come gli scrittori "esoterici" abbiano da sempre cercato di scardinare la deriva che oggi, inutile negarlo, coinvolge molti cittadini che vivono strettamente legati al c.d. mondo reale subendo tutto il resto (anzi spesso dileggiandolo con una supposta superiorità che altro non è che pura arroganza), non ricordandosi che il "mondo reale" è un qualcosa da cui tutti quanti dovremo, prima o poi, staccarci, proprio come una cozza che viene staccata dal suo scoglio per allietare i nostri palati magari associata a uno spaghettino e a un pugno di prezzemolo.
Ligotti non offre risposte, non indica vie da seguire. Si limita a constatare, in un pessimismo nero superiore persino a quello del suo ispiratore Giacomo Leopardi (si pensi alla bellissima poesia La Ginestra, dove la vita trionfa sempre sulla morte). Ligotti è un agnostico che non vede per l'uomo nessuna speranza, quasi come se lo stesso sia vittima di un gioco orchestrato da creature superiori, una cavia da esperimento destinata a una fine predeterminata da cui non ha via d'uscita. Nell'introduzione al volume edito da Elara si parla, giustamente, di "universo condannato, perverso, in disfacimento, il nulla urlante che si nasconde dietro la solida apparenza della materia." Vedete dunque come un tipo allucinato come Ligotti (definito da Walter Catalano, in Guida alla Letteratura Horror, "un ossesso") diventi savio osservatore molto più attento di chi invece si ritiene un razionale uomo di mondo e come il primo possa tentare di riqualificarsi per effetto della propria scrittura al contrario del secondo che si trasforma invece in un incosciente cieco viandante delle vie del mondo. E' la magia della narrativa fantastica e di quella esoterica, un continuo e perenne ribaltamento delle situazioni, in cui nulla è come sembra e in cui tutto, materia compresa (pensate al decadiemento dei corpi), si trasforma presto in un nulla.

Thomas Ligotti.

"L'esistenza equivale all'incubo. Se la vita non è un sogno allora nulla in essa ha senso poiché in quanto realtà la vita non è che un supremo fallimento."