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giovedì 31 luglio 2014

Recensioni Narrativa: IL FANTASMA DELL'OPERA di Gaston Leroux


Autore: Gaston Leroux.
Genere: Narrativa Fantastica.
Anno: 1911.
Pagine: 258.
Editore: Newton Compton.
Prezzo: 6,00 euro.

Commento Matteo Mancini.
Capolavoro assoluto della narrativa fantastica e più in generale della narrativa tout court come dimostrano le numerose e variegate trasposizioni cinematografiche che si sono succedute negli anni, a partire dagli anni '20, e che vanno dai musical di Brian De Palma o di Joel Schumacher alle versioni più personalizzate e orrorifiche di Dario Argento e di Robert Englung (il Freddy Krueger di Nightmare).

Si tratta di un romanzo che potremmo definire estemporaneo nella produzione di Gaston Leroux (che pure era un appassionato di narrativa del terrore, per lo più breve), scrittore francese rinomato soprattutto nel campo della narrativa gialla/poliziesca, per aver ideato il sottofilone dei c.d. delitti delle camere chiuse con il romanzo Il Mistero della Camera Gialla (1907) e aver poi proseguito con Il Profumo della Signora in Nero (1907), lanciando la figura del giovane reporter Joseph Josephin detto Rouletabille, intento a indagare su omicidi più o meno misteriosi. A fine carriera saranno circa dieci le avventure di questo personaggio, a cui si aggiungeranno oltre una mezza dozzina di romanzi, di impronta più poliziesca, dedicati alle avventure di un evaso della Cayenna perseguitato dalla legge perché ritenuto colpevole di omicidio (tale Chéri-Bibi).

Laureato in giurisprudenza, Leroux prima di dedicarsi alla scrittura aveva esercitato per circa tre anni la professione di avvocato, ma senza grande entusiasmo. Uomo sognante col gusto sfrenato per la narrazione, il teatro e il gioco d'azzardo, abbandonò presto la professione legale per intraprendere quella di giornalista di cronaca nera. In quest'ultima veste attirò subito le attenzioni di uno dei più importanti giornali di Parigi, Le Matin, che lo mise sotto contratto e lo impiegò come inviato di guerra all'estero (suoi gli articoli, dai relativi fronti, sulla rivoluzione russa, fatale per lo Zar, e sulle battaglie della prima guerra mondiale). L'estro e un atteggiamento poco incline ai compromessi lo portarono nel 1907 a rompere il sodalizio con la famosa testata francese (lo licenziò per le sue intemperanze) e a provare la via della scrittura creativa come professione. Prenderà altresì l'abitudine di salutare ogni sua nuova opera sparando con la pistola un intero caricatore fuori dalla finestra e incentivando i familiari a rompere piatti e suonare tamburi. Un personaggio dunque abbastanza fuori schema, ma in grado di conoscere la fortuna economica in vita.

Gaston Leroux

Il suo Fantasma dell'Opera è un vero e proprio romanzo contenitore che ha nel romanticismo decadente la componente prioritaria. Leroux punta un occhio a Bram Stoker (Dracula) e a Mary Shelley (Frankenstein), ne mutua lo stile adottando la struttura del romanzo epistolare e diaristico pur inserendo punti di vista di svariati personaggi, con testimonianze e memorie di ciascuno di loro; ne riprende altresì la triste sorte di un personaggio tanto geniale quanto maledetto e rivisita la favola de La Bella e la Bestia, miscelandola con i giochi di prestigio all'epoca in voga e che avevano in Harry Houdinì il loro massimo rappresentante. Ne deriva un romanzo dove al terrore e al fantastico, si aggiunge una fortissima ironia di fondo (specie nella prima parte) ben calibrata a un soggetto tragico, disperato, che ha come elemento cardine la storia di un amore impossibile tra una bella soprano e un talentuoso mostro, evitato da tutti per la sua bruttezza, costretto a vivere nei sotterranei del Teatro dell'Opera di Parigi. Non manca poi la componente poliziesca, anche se i poliziotti e gli indagatori, per una volta, sono alla mercé del Fantasma, un vero e proprio mattatore che si prende gioco di tutti quanti.

L'autore è minuzioso nel caratterizzare personaggi e location (in particolare descrive con cura i sotterranei dell'Opera che si snodano in un mondo misterioso, fatto di cunicoli, scale e laghi artificiali), ma soprattutto è abile a intrattenere il lettore con un lessico elegante e accattivante. Molti i passaggi sospesi tra il poetico, il tenebroso e perfino lo scanzonato (protagonisti i direttori del teatro, convinti di essere vittime di scherzi orchestrati dai loro predecessori). Bellissime le caratterizzazioni dei personaggi, su tutti Erik, il fantasma che da origine al titolo del romanzo. "Chiedeva soltanto di essere qualcuno, come tutti gli altri! Ma era troppo mostruoso! E dovette nascondere il proprio genio o utilizzarlo per compiere trucchi, quando con un viso normale, sarebbe stato uno degli spiriti più nobili della razza umana! Aveva un cuore capace di contenere il mondo intero, ma alla fine dovette accontentarsi di una caverna" così se ne parla all'ultima pagina del libro. Un personaggio diabolico e al contempo serafico, capace di omicidi crudeli e di sentimenti commoventi figli di una dolcezza degna di un principe azzurro. I suoi sono modi da seduttore mentale (piuttosto che carnale), intenzionato a conquistare il cuore dell'amata, ma allo stesso tempo è un killer che sfrutta le arti magiche e le capacità di prestigiatore per far fuori i nemici. Così diranno coloro che cercheranno di far luce sui fatti: "la verità fu lenta a penetrare nella mia mente, turbata da un'indagine che incappava continuamente in eventi che, a prima vista, si potevano ritenere extraterrestri. Erik congegna trappole crudeli, camere delle torture idonee a suscitare allucinazioni alle vittime al fine di spingerle alla pazzia e da questa al suicidio. Pur relegato fuori dal mondo, Erik è uomo di cultura., è un vero e proprio esperto di recitazione teatrale, oltre che provetto compositore (recensisce persino gli spettacoli, dispensando elogi e critiche) e cantante, tanto preparato da trasformare una mediocre soprano nella più talentuosa artista dell'Opera di Parigi. Un'abilità smodata ai confini del genio, che tuttavia pretende il più caro dei dazi da pagare, quello più immediato nei rapporti interpersonali ovvero la bruttezza dell'aspetto esteriore. Erik è una creatura ai limite dell'umano, al posto del volto ha un teschio fiammeggiante (caratteristica che, tra gli altri, sarà ripresa per importanti personaggi quali Ghost Rider e Darkman) e degli occhi iniettati di rosso che lo rendono infernale ("Sono fatto interamente di morte, dalla testa ai piedi"). Per non mostare il proprio aspetto è costretto a vivere indossando una maschera di tessuto nero che gli copre l'intero volto. Bistrattato e deriso, ha sviluppato un odio represso che tuttavia cerca di contenere limitandosi a ricattare i direttori del teatro compiendo misfatti  e delitti se non viene accontentato nelle sue richieste (in particolare pretende una retta mensile e l'esclusiva sull'intero palco numero cinque che non vuole venga affittato agli spettatori). La sua è una forza talmente incidente da costringere gli altri a cedere. E' in grado di controllare tutto, perché è stato lui stesso a costruire il teatro. Origlia dai muri, aziona botole, passa da passaggi segreti e aziona specchi mobili. "E' un curiosissimo genio...Fa cose che nessun altro uomo potrebbe fare, sa cose che il mondo dei vivi ignora." Un po' come farà Dylan Dog, Erik ha un cruccio particolare: lavora a uno spartito musicale tristissimo, intitolato il Don Giovanni Trionfante.

Il fantasma non è l'unico essere assurdo che popola i sotterranei dell'Opera, ce n'è un altro, una sorta di Batman, di cui Leroux fa appena un cenno, lasciando perplessi i lettori (riferirà di aver promesso ai direttori di mantere il segreto su tale personalità, pur lasciando intendere che sia connessa ai Servizi di Stato). "Un'ombra passava nell'oscurità. Sentirono sui loro volti il vento caldo del suo mantello... Riuscirono a distinguerla quanto basta per vedere che aveva un mantello che l'avvolgeva dalla testa ai piedi. Sulla testa aveva un cappello floscio di feltro. Si allontanò, radendo i muri e colpendo talvolta con delle pedate gli angoli delle pareti." Riferendosi a essa, il Persiano (personaggio che aiuterà il fidanzato della protagonista, a fine romanzo, nella discesa verso la magione del Fantasma), dirà che è un essere ben peggiore della vigilanza del teatro e che risponde agli ordini dei direttori.

Al fianco del mostro di turno, c'è la giovane e sognante Christine che si trova al centro di una contesa amorosa che le spezza il cuore. Da una parte c'è Erik, che, consumato dalla gelosia, finirà per rapirla pur di convincerla a vivere con lui, portandola nel profondo dei sotterranei del teatro; dall'altra c'è un nobile lamentoso (non fa altro che rimproverare la ragazza di non amarlo) che si metterà in contrasto con l'intera famiglia, contraria al suo amore, perché infatuato dalla voce e dalla bellezza scandinava della giovane. Quest'ultimo farà di tutto per destarla dai sortilegi manipolatori dell'altro, finendo preda dei giochi illusionistici del suo avversario. L'ingenuità della giovane, tra l'altro, è così forte che inizialmente penserà di esser entrata in contatto con un Angelo in grado di renderla una vera artista (il fantasma, infatti, inizialmente le si presenta sotto forma di voce), capendo svariati giorni dopo la vera realtà delle cose.

Leroux regala qualche citazione gustosa, ad esempio, in un capitolo, porta in scena una festa in maschera con un personaggio vestito da Morte Rossa (emblematico riferimento a un celebre racconto di Edgar Allan Poe), trasformando a poco a poco il romanzo in una storia dell'orrore. Gli ultimi capitoli sono carichi di tensione, con squarci visionari spettacolari per l'epoca (bellissima tutta la parte nella camera dei supplizi, con i due malcapitati, il nobile e il persiano, che hanno la sensazione di muoversi in una forestra tropicale). La polizia brancola nel buio, il commissario di turno si convince di esser finito in una gabbia di matti anche perché i direttori, inizialmente diffidenti circa l'esistenza del fantasma, iniziano a dare i numeri. Vedendo correre il fidanzato di Christine, scomparsa d'un colpo durante uno spettacolo come svanita nel nulla, ha il coraggio e l'ironia di dire: "Adesso corre, vola! E' il mio principale collaboratore! E' tutta qui, signori, quest'arte della polizia, ritenuta tanto complicata, ma che diventa così semplice non appena si è compreso che tutto sta nel far fare il poliziotto a chi non lo è!"

Un romanzo dunque bellissimo, sentimentale e con un finale tragico in tributo del vero amore; sì, quello che va oltre all'egoismo e che rappresenta la vera componente di questo sentimento nobile ovvero un sentimento che va oltre gelosie ed egoismi in funzione della gioia della persona amata, anche quando questa gioia non è compatibile con quanto si sognerebbe per sé stessi, persino quando la gioia altrui si trasforma in dolore proprio. In altre parole Leroux, con la sua metafora fantastica, ci parla dell'amore inteso come un donarsi all'altro e non un pretendere o un volere. Erik, cioè quello che dovrebbe essere un mostro, alla fine lo comprenderà e rinuncerà alla sua amata, andando incontro a una sofferenza così irresistibile che lo condurrà alla morte, ben consapevole però del fatto di aver fatto felice la sua amata, la quale, volente o dolente, lo porterà per sempre nel cuore. Un romanzo dunque consigliato a tutti, dagli amanti del fantastico puro, a coloro che ricercano storie dai forti contenuti romantico/sentimentali, passando per i fan del giallo. Capolavoro che non scopro certo io, ma di cui è sempre ben parlare e che lancia Leroux tra i più grandi maestri del fantastico.

Mi piace chiudere con la descrizione che il persiano (personaggio decisivo per l'esito del romanzo, ma che entra in scena solo alla fine come una sorta di cacciatore di taglie) fa di Erik:
"Che cos'è mai un duello con il più terribile degli spadaccini a paragone di uno scontro con il più geniale dei prestigiatori? Io stesso facevo fatica al pensiero di dovermi battere con un uomo che si rende visibile solo quando vuole lui e che, in compenso, vede tutto attorno a sé quando ogni cosa per voi resta oscura! Con un uomo cui una scienza bizzarra, acume, immaginazione e abilità consentono di disporre di tutte le forze naturali, combinate per creare ai vostri occhi o alle vostre orecchie l'illusione che vi rende perduti! E tutto questo nei sotterranei dell'Opera, vale a dire nella patria stessa dalla fantasmagoria! Un Robert Houdinì feroce e burlone, che ora beffa e ora odia! Ora vuota le tasche, ora uccide!"

venerdì 25 luglio 2014

Recensione Saggi: FAR WEST LAZIO - IL VOLO DI UCCELLINO di Simone Manservisi


Autore: Simone Manservisi.
Genere: Libro Intervista.
Editore: Il Foglio.
Anno: 2014.
Pagine: 152.
Prezzo: 14 Euro.

Commento Matteo Mancini.
Volume atipico che, al di là del titolo, si struttura come un viaggio nella vita del calciatore PIER PAOLO MANSERVISI, protagonista (anche se con poche presenze) nella Lazio allenata da Maestrelli che vinse il campionato di serie A nel 1973/74. Una squadra composta da elementi esagitati ("quella Lazio era una gabbia di matti"), divisi da rivalità e con soggetti che non si parlavano tra loro, ma che diventavano un corpo unito e compatto quando dovevano scendere in campo. Il titolo Far West deriva dall'abitudine di alcuni di questi calciatori, tra i quali Giorgione Chinaglia, di utilizzare pistole in assurdi giochi tanto per sentirsi dei machi (Chinaglia finì addirittura per impallinare un cameriere). Il sottotitolo "uccellino" è invece legato al soprannome di Hamrin, funambolico giocatore della Fiorentina a cui Manservisi si ispirava.

Tutto dunque potrebbe lasciare presagire a un saggio sulla carriera di Manservisi (che non lesina in aneddoti), sviluppato con l'escamotage dell'intervista condotta dal figlio Simone. In realtà il volume, pur rispondendo in parte a quanto appena detto, è molto di più. L'autore alterna le vicessitudini del padre (e dei suoi compagni di squadra) con intermezzi fantastici, dove usa nomi fittizzi per parlare di partite effettive e dove ricorre ad atmosfere ai limiti dell'onirismo, ma soprattutto parla della propria esperienza di figlio d'arte, dei sogni della propria adolescenza (è stato anch'egli un calciatore, ma solo di C/2) e di come questi si siano sfaldati (per mancanza di carattere) costringendolo a risalire la china per costruirsi una nuova vita (da scrittore di belle speranze, alla sua undicesima pubblicazione). Ne deriva un volume piuttosto atipico intriso di una filosofia e di un romanticismo malinconico che non può che commuovere gli uomini con la "U" maiuscola e che cerca fare un parellelo tra il calcio del tempo che fu e quello invece odierno (un business dalla ferocia di un leviatano che fagocita emozioni e valori: "il calcio è lo specchio della società" dice l'autore).

Simone Manservisi rigetta la filosofia machiavellica del risultato a ogni costo e del fine giustifica i mezzi, per sposare una visione personale fondata sui valori della lealtà, della ricerca del bello, del culto dell'errore ("sono gli errori che ti mettono sulla retta via, che ti fanno comprendere meglio il senso del nostro vagabondare terrestre") e soprattutto del rispetto della propria persona ("la gente è spesso depressa e insoddisfatta perché non corre dietro ai propri sogni"). "Quando i soldi, la vittoria a tutti i costi e gli interessi di partito diventano prioritari rispetto alla grandezza delle persone, siamo arrivati ai titoli di coda... Sono solo un povero Don Chisciotte e combattere contro i mulini a vento è impresa inutile. Magari però, pur senza poterli sconfiggere, posso lottare meglio con draghi e mostri su altri terreni, dove non ci sono umani in carne e ossa. Nei libri magari."
Sono davvero molti i passaggi meritevoli di esser citati. Ne indico giusto qualcuno per far comprendere al lettore l'atmosfera che potrà respirare assaporando le circa centocinquanta pagine (c'è anche qualche foto) che compongono l'opera. Manservisi afferma, innanzitutto, che "prima bisogna morire per imparare a vivere. Poi si può vivere per imparare a morire." Il concetto potrebbe apparire assurdo, ma penso che l'autore voglia dire che è nelle difficoltà più estreme che si riesce a guardare dentro sé stessi, a compredere che la materia (intesa come beni materiali) non è la cosa da ricercare, poiché la vera ricchezza è quella interiore ovvero la capacità di essere dei fari guida per gli altri allo scopo di farli crescere interiormente.  "Se uno vuole fare carriera senza guardare in faccia a nessuno, è libero di farlo. E' anche probabile che ce la farà, io preferisco perdere, ma potermi guardare allo specchio senza rimorsi. Per me, sentire che ci sono persone che mi stimano per come sono dentro, è più importante che avere riconoscimenti per quello che ottengo fuori. Fama e soldi sono nulla confronto alla ricchezza che porta una coscienza linda. Potremmo paragonarci a Zeman, nel senso che per noi i valori da coltivare sono altri. Se in questo mondo conta solo vincere, ce ne freghiamo e portiamo avanti comunque la nostra filosofia. E' proprio nella sconfitta che vinciamo le nostre sfide"
Ed è qua che diviene importante, basilare, lo sviluppo giornaliero della propria personalità, da ricercare continuamente, giorno dopo giorno, senza tuttavia dimenticare la spensieratezza e l'allegria tipiche della fanciullezza. In fondo la vita è un po' come un gioco, anche se spesse volte è crudele e ingiusta. "Se mi sono salvato dall'autodistruzione, lo devo anche al fatto di esser sempre rimasto un po' bambino, consapevole che i dolori della vita si possono e si devono trasformare in grandissime opportunità per vivere al meglio il presente." La fantasia, o meglio il sogno, sono concetti che ritornano di continuo in questa opera, così come emerge in modo preponderande l'importanza della lettura, dello studio appassionato e appassionante visto come l'angelo custode che protegge dalla morte dell'animo e dall'incubo di ritenersi una persona fallita, sensazione che può minacciare personalità troppo sensibili: "E' scoppiato l'amore per la letteratura, per lo scrivere. E questo ha contribuito a farmi crescere, a evolvermi come persona, pensatore e artista, a irrobustire le radici del mio complesso carattere"

L'amore che Manservisi prova per il padre è palpabile, continuo, onnipresente, come giusto che sia. Allo stesso modo è costante la verve ironica che anima l'autore, lo capiamo quando attacca la Juventus o quando rigetta le logiche commerciali che governano una certa editoria ("Ah, chiamarsi Fabio Volo, quanti libri venderei! Se un giorno dovessi diventare un noto autore che scrive seguendo le mode, uccidetemi!").

Il messaggio che i due Manservisi ci lasciano e che da blasone a questo piccolo saggio è che si deve continuare a sognare, fregandosene dell'invidia altrui ("tutta questa gente ignorante e omologata") e ricercando il bene nel concetto socratico del termine, perché chi sogna a occhi aperti (come avrebbe detto Lawrence d'Arabia) diventerà quel sogno (concetto che mi richiama alla mente certi aforismi di un certo Bruce Lee), il successo della vita sta tutto qui e non certo nel raggiungimento della fama e dei soldi. Chapeau.

Saluto con le stesse parole di Simone Manservisi: "Se fossi un regista farei un film proprio su un personaggio come te (P.P.Manservisi). E nella colonna sonora ci metterei: Una vita da mediano di Ligabue".





martedì 15 luglio 2014

Prove dal set di Z3D, scena combattimento. Regia Matteo Mancini e Cristian Del Cherico.


video

Piccola sequenza, peraltro priva di alcune inquadrature (dove saranno inserite delle voci fuori campo) e di tutti gli effetti del caso (dai filtri video agli effetti sonori). La colonna sonora che sentite ovviamente non sarà quella montata nella versione definitiva essendo quella utlizzata da Anderson in Mortal Kombat.
Si tratta della scena di presentazione del mio personaggio.
E' un piccolo assaggio. I due "interpreti" che vedete in scena si sono trovati per la loro prima volta davanti alla macchina da presa (io pure dietro, la scena del tronco di albero è una mia trovata così come l'introduzione iniziale che omaggia proprio Mortal Kombat). Coreaografie di Del Cherico Christian maestro di Jeet Kune Do. 
A Ottobre per il corto definitivo, nel frattempo spero di poter aver disponibile il trailer. Il corto è in fase di post-produzione, anche se mancano ancora alcune scene da girare.

domenica 13 luglio 2014

Filosofia Greca in pillole, da Socrate in poi

SOCRATE. Eccoci giunti al mio filosofo preferito in assoluto, quanto meno del periodo greco. Nasce ad Atene nel 470 A.C. Non ha mai scritto niente in quanto preferiva il dialogo. Il suo pensiero ci giunge grazie alle opere dei suoi allievi, in particolare Platone e Aristotele, nonché da Senofonte. E' ricordato come un soldato privo di paure e soprattutto in grado di superare i disagi della guerra con la massima indifferenza.
Disinteressato a ogni forma di lusso, esteticamente di brutto aspetto e dall'apparenza di un buffone, vestiva in modo dismesso ed era spesso propenso a cadere in catalessi. A quest'ultimo riguardo sosteneva di avere un Demone interiore che lo consigliava nei momenti difficili. Non a caso affermava la superiorità dell'anima (intesa come l'essenza dell'Io ed essenza della persona umana) sui piaceri del corpo e sulle ricchezze materiali: "Non del corpo dovete aver cura, nè delle ricchezze né di alcun altra cosa, prima e più dell'animaCiò che veramente conta è la mente, l'anima e l'intelligenza. L'Io non si identifica con il corpo, infatti esso permane anche quando il corpo deperisce con la vecchiaia."

Apprezzato da tutti, forse anche troppo anche perché utilizzava un linguaggio da uomo del popolo, finì con l'essere ingiustamente accusato di empietà. "Sono troppi quelli che si sentono stupidi al suo confronto, e nessuno è più vendicativo di colui che si accorge di essere inferiore" dice giustamente un cittadino interrogandosi sulle ragioni dell'accusa. 
Socrate si difese energicamente durante il processo, celebri alcuni suoi monologhi: "Io invece non cesserò mai di stimolarvi, di perseuadervi, di rampognarvi uno per uno, di starvi addosso tutto il giorno, dovunque voi siate, come un tafano che punge ai fianchi una cavalla che vuol dormire, perché è questo che mi chiede il Dio Apollo. O cittadini, la cavalla di cui sto parlando è Atene, e se voi mi condannerete a morte non troverete tanto facilmente un altro tafano che potrà tenere sveglia la vostra coscienza!"
La giuria però non si fece convincere, a ogni buon conto, dopo aver letto il dispositivo di condanna, chiese all'imputato di proporre una pena alternativa alla condanna a morte. Socrate, in grande stile e per nulla disposto ad accettare compromessi, rispose in modo provocatorio: "Una pena alternativa? E cosa mai ho fatto per meritare una pena? Per tutta la vita ho trascurato gli interessi personali, la famiglia e la casa. Non ho mai aspirato a comandi militari, né a pubblici onori. Non mi sono immischiato in congiure. Non vorrei sbagliarmi, ma credo di aver diritto a un premio, quello di essere ospitato nel Pritaneo a spese dello Stato!" Fu così condannato a morte, condanna da cui non si sottrasse, nonostante le proposte di evasione, per coerenza filosofica: "E quali ragionamenti potrei ancora fare sulla virtù e sulla giustizia se dovessi infrangere le leggi?"

Socrate affermava di essere il più saggio degli uomini perché sapeva di non sapere. Era mosso da un impulso interiore che lo faceva sentire investito da una missione etica tesa a sviluppare le personalità che trovava sul suo cammino (si definiva un esaminatore di anime), tanto da rifiutare ogni forma di pagamento per i suoi insegnamenti. "Conosci te stesso, i tuoi limiti e le tue potenzialità" diceva agli allievi per richiamare la loro attenzione su loro stessi.
Il suo fine era quello di risvegliare le coscienze, rendere gli uomini consapevoli delle proprie idee e delle proprie azioni, attraverso un continuo autoesame, liberandoli così dai pregiudizi e dalle influenze esterne e ricercare quindi la verità in un modo razionale.

E' famoso soprattutto per la Maieutica ovvero l'arte di far partorire le menti, che Socrate contrapponeva alla retorica dei Sofisti anch'essi cultori del dialogo. In altre parole Socrate non si presentava come un depositario di una sua verità ma, a differenza dei Sofisti, non ne negava l'esistenza ("la verità esiste, solo che io non la conosco e quindi la ricerco"). Dunque un approccio flessibile, libero da forme e preconcetti. Si presentava agli occhi degli interlocutori convinti di una fede o di un ragionamento qualsiasi (i c.d. sapienti), dichiarandosi ignorante e bramoso di sapere e chiedeva continue precisazioni per farsi convincere. Alla fine della chiacchierata, però, evidenziava le contraddizioni e i punti di rottura della verità altrui e lasciava l'interlocutore spiazzato (e a volte ridicolizzato) al cospetto dei punti deboli del suo discorso. Se invece l'interlocutore si dichiarava ignorante, Socrate procedeva con un percorso inverso per giungere da certezze minori a certezze più complesse. Socrate voleva così dimostare l'importanza di discutere ogni insegnamento e ogni dottrina senza accettarle passivamente (c.d. lotta al principio di autorità).

Socrate

I SOCRATICI. Tra i vari discepoli del grande maestro, sette si distinsero per il loro pensiero, i loro nomi sono: Antistene, Aristippo, Euclide, Fedone, Platone, Eschine e Senofonte. Nonostante la comune fonte di origine questi filosofi si odiarono profondamente ritenendosi ciascuno di loro il solo depositario del pensiero del maestro. Vediamoli uno a uno.

ANTISTENE. Nato ad Atene nel 446 A.C., è il più estremo degli allievi di Socrate, al punto da rifiutare la vita esteriore concentrandosi invece solo su quella interiore e sul concetto della privazione totale dai piaceri. "La virtù consiste nel seguire la natura e perseguire la libertà interiore". Viveva per la strada avvolgendosi in un mantello che gli faceva da vestito e da coperta, sostenendo che "nessun uomo amante del denaro può essere buono". In altre parole, citando il film Fight Club, sposava la tesi secondo la quale "le cose che possiedi alla fine ti possiedono" e quindi riteneva necessario liberarsi da ogni bene in modo da lavorare sul proprio Io ("accontentarsi di poco per non subire la schiavitù dei piaceri").
Fondò la scuola cinica (il nome deriva dal luogo di ritrovo, il concetto richiama l'idea del cane randagio) basata soprattutto sull'astensione e sulla sofferenza come via per apprezzare ciò che ci sta intorno. I filosofi che ne fecero parte si disinteressarono alla politica, alla fisica, concentrandosi unicamente sull'etica poiché si definivano "cittadini del mondo". "Per far diventare più desiderabili i cibi, sfrutto il mio stesso appetito: mi astengo dal mangiare per un po' così che qualsiasi cibo io mi porti alla bocca diventa di grande pregio. Quando il mio corpo ha bisogno di amore, mi accoppio con una donna brutta, così che lei, proprio perché nessuno la desidera, mi possa accogliere con grandissima gioia "

Suo allievo principale fu Diogene di Sinope, nato nel 404 A.C., il quale viveva all'interno di una botte e andava in giro con una lanterna, anche in pieno giorno, urlando: "Io cerco l'uomo!". Anche lui aveva un mantello come abito e come letto. Era un teorizzatore della pratica della masturbazione che considerava più sbrigativa e quindi preferibile al sesso di coppia.
Per temprarsi era solito rotolarsi nella neve d'inverno e sdraiarsi sulla sabbia rovente d'estate.
Dotato di una forte ironia, si divertiva a mettere a disagio il prossimo. Una volta fu visto interrogare una statua, avvicinato da alcuni disse: "Mi alleno a chiedere invano!" Un'altra volta, assistendo a un'esercitazione di un arciere particolarmente maldestro, andò a sedersi accanto al bersaglio: "E' l'unico punto dove mi sento al sicuro!"

ARISTIPPO. A differenza di Antistene, Aristippo era uno snob individualista, nato in una famiglia ricca e aveva un pensiero quasi diametralmente opposto. A differenza di Socrate si faceva pagare per le sue lezioni, praticando prezzi diversi a seconda degli allievi, più questi erano bravi meno pagavano.
Era un teorizzatore della filosofia del presente e dell'edonismo, cioè sosteneva che bisogna esser capaci di saper vivere l'attimo che fugge attraversando i piaceri della vita senza restarne invischiati poiché la felicità umana risiede nel piacere. A tal proposito dichiarava di possedere un equilibrio interno tale da poter attraversare senza paura i mari della ricchezza, del potere e dell'eros.

Fondò la scuola Cirenaica, di cui fece parte Teodoro detto l'Ateo, il quale era persino più individualista e arrogante del suo maestro, visto che sosteneva l'importanza di conquistare il piacere rigettando falsi moralismi e persino ritenendo superfluo e ipocrita il valore dell'amicizia. "I saggi, in quanto autosufficienti, non avvertono il bisogno dell'amicizia."

Un altro componente della scuola era Egesia, che tuttavia si caratterizzava per un pessimismo di fondo talmente radicato da andare in giro a cercare di convincere i cittadini a suicidarsi, poiché il piacere, un po' come dirà Leopardi, è una pace troppo effimera sospesa tra una tempesta di dolori e un'altra.

EUCLIDE. E' l'allievo più giovane di Socrate. Si caratterizza per aver cercato di fondere la dottrina di Parmenide a quella del maestro. A suo avviso le cose di questo mondo hanno un valore intrinseco e uno soggettivo dato dai singoli soggetti; il primo valore è chiamato essere mentre il secondo apparenza. Il bene si può raggiungere avvicinandosi il più possibile all'essere. "Il bene è l'essere, il male il divenire."

Fondò la scuola Megarica che si caratterizzava per l'abitudine di intaurare i discorsi partendendo sempre da una domanda seguita dalla relativa risposta.

PLATONE. E' l'allievo più importante di Socrate. Conosciuto come Platone, si chiamava Aristocle per via del fisico da Marcantonio. Era nato nel 428 A.C., di origine aristocratica e di atteggiamenti austeri, si dice che nessuno l'abbia mai visto ridere.
Inizialmente interessato alla politica, se ne discostò perché perse ogni fiducia negli uomini politici. Seguì gli insegnamenti di Socrate e fondò la scuola Accademia, così chiamata perché posta nei giardini dedicati all'eroe Academo, con l'obiettivo di "formare una classe dirigente intellettualmente preparata".

Il pensiero di Platone si sostanzia nel culto della filosofia, vista come arte e forma di vita superiore da anteporre al tutto: "solo la retta filosofia rende possibile vedere la giustizia negli affari pubblici e privati."

E' famoso soprattutto per La Repubblica, opera in cui delinea quello che per lui dovrebbe essere lo Stato ideale ovvero una società retta da tre categorie di soggetti in rapporto gerarchico tra loro. La posizione di comando deve essere riservata ai filosofi ("perché hanno realizzato in sé la giustizia e possono così condurre gli altri a questa meta") che daranno gli ordini ai combattenti, mentre a tutti gli altri (coloro che sono portati alla ricerca del benessere individuale) spetterà lavorare. La classificazione deve essere meritoria e non per nascita: "Se tra i figli dei lavoratori dovesse esser presente un ragazzo con chiare tracce d'oro e d'argento, sarà compito dei filosofi elevarlo al rango dovuto, così come se tra i figli dei filosofi ci dovesse essere un ragazzo fatto di bronzo sarà compito degli stessi farlo retrocedere nelle categorie inferiori".

I soldati devono essere formati con un misto fatto di arte (musica e poesia) e arti marziali, poiché "una formazione basata unicamente sulla forza li renderebbe belve non pensanti incapaci di persuadere gli altri con la forza della parola."

Platone, che sarà poi accusato di essere un ispiratore dei regimi totalitari del novecento, indica come si devono allevare gli uomini, con una concezione tutt'altro che romantica. Vede le donne come delle fattrici da destinare agli "stalloni" più belli (gli accoppiamenti saranno i migliori con i migliori e i peggiori con i peggiori, usando dei sistemi di sorteggio pilotati per non suscitare le ire dei più sfortunati). I figli non saranno allevati dalle madri, ma saranno gestiti in comune (per sviluppare l'amore per lo Stato in luogo che alla famiglia) senza che i genitori possano riconoscerli.

Lo scopo dei Filosofi e dei Soldati non deve essere quello di raggiungere la felicità personale, bensì quella di garantire il benessere dell'intero Stato. Chi si trova in posizione di vertice non dovrà mai avere sostanze personali (altrimenti si dedicherebbe a queste), esse devono esser redistribuite al popolo a cui invece non spetteranno diritti politici (spetteranno solo ai soldati e ai filosofi): "La grande ricchezza e l'estrema povertà rendono l'uomo infelice, in quanto la prima produce pigrizia mentre la seconda moti rivoluzionari".

La giustizia sociale si avrà quando il coraggio (classe dei soldati) sarà al servizio della razionalità (filosofi) e mai del popolo. In virtù di tale massima, Platone ritiene, facendo ben attenzione a dire che i governanti devono essere dei buoni che agiscono nell'interesse collettivo, la Monarchia il miglior sistema politico possibile (con a capo un filosofo), seguito dall'Aristocrazia e mettendo all'ultimo posto la Democrazia.

Come lo Stato ha tre classi di cittadini, l'individuo ha tre anime, anche esse in rapporto gerarchico, rette dalla:
- Ragione: Serve a ragionare e che punta alla conoscenza del vero. E' tipica del filosofo.
- Passione: Rende l'uomo intrepido. E' tipica del combattente.
- Appetitiva: Spinge l'uomo alla ricerca del benessere individuale. E' tipica dei lavoratori.

Il Mito della Caverna: Parabola attraverso la quale Platone evidenzia come la conoscenza  effettiva (l'essere) sia sospesa tra l'apparenza e l'opinione che sono mero frutto della conoscenza sensibile. Quest'ultima differisce dalla conoscenza poiché non vede le cose come effettivamente sono, ma le immagina in forma sbiadita e confusa, appunto intermedia tra l'essere e il non essere. Il filosofo è uno dei pochi che è riuscito a liberarsi dalle catene e ha visto in faccia la verità. Spetta a lui illuminare coloro che ricercano falsi obiettivi (denaro, successo, potere), ovvero ombre di una realtà ben più vera e posta al di là delle apparenze. Una realtà parzialmente intuibile, dato che esiste una sorgente di luce (Dio) che ce la proietta.
"Uscire dalla caverna è giungere alla conoscenza delle Idee immutabili." Per spiegare questo Platone usa l'esempio di alcuni uomini cresciuti in una grotta e che ignorano del tutto cosa si trovi all'esterno, convincendosi così che la realtà effettiva sia quella da loro conosciuta e scoprendo poi, grazie alla fuga di uno di loro nel mondo esterno, che essa è ben diversa.

Teoria Gnoseologica di Platone: Secondo Platone chi commette il male lo fa perché non conosce il bene. Platone divide tra cose materiali (corpo) e cose immateriali (anima), il primo modo attraverso il quale percepiamo le cose è attraverso i sensi ma questo non è sufficiente per conoscere. Esiste una realtà empirica (fatta di corpi sottoposti al divenire) che è intuibile con i sensi, ed esiste una realtà iperurania (fatta di idee immutabili e permanente) che sta oltre il cielo e in cui risiede la verità delle cose. In questa seconda dimensione si trovano gli originali delle cose presenti, in forma duplicata, nella realtà empirica.
E' l'anima la protagonista, attraverso la ragione, della conoscenza vera, in quanto ha assimilato delle conoscenza prima di entrare nel corpo in cui è prigioniera e pertanto, se ben guidata, può andarle a ripescare.

I Livelli di conoscenza platonica: Platone fissa tre livelli di conoscenza plasmando la filosofia di Parmenide a quella di Eraclito:
1. La Scienza: rappresenta la perfetta comprensione dei concetti immutabili (l'essere, che è immutabile ed eterno ed è costituito dalle idee. Il bene è l'idea più importante di tutte perché è la causa di tutte le altre);
2. L'Opinione: consente di avere sul mondo sensibile giudizi diversi (divenire);
3. L'Ignoranza: che è propria di chi vive alla giornata senza chiedersi il perché delle cose (il non essere).

L'Amore Platonico: L'amore per Platone ha una scala di valori. Al primo posto c'è il bene assoluto quindi, in ordine di importanza, la vera conoscenza, la scienza, la giustizia, l'arte, l'amore spirituale e infine l'amore carnale. L'amore (del conoscere) è il mediatore che partendo dalla realtà sensibile ci conduce a quella ideale ed eterna, spingendo l'anima alla ricerca della verità ovvero al mondo delle idee.

La concezione platonica dell'anima: Platone sosteneva che l'anima era immortale (perché altrimenti non avrebbe senso di esistere) e che il corpo era una sorta di contenitore temporaneo dell'anima. A ogni morte l'anima sale o scende nella gerarchia delle vite (al primo posto c'è l'amante della sapienza e del bello) a seconda di quanto l'uomo si sia avvicinato alla verità o comunque abbia improntato la propria vita alla ricerca della stessa, mantenendo delle conoscenze che possono permetterle di ricercare la verità (fatta di idee).


Platone.

Continua...

sabato 12 luglio 2014

Recensione Biografie: CAVALLO PAZZO - Una vita oltre il limite (di Beppe Gabbiani)


Autore: Beppe Gabbiani.
Anno: 2008.
Genere: Autobiografia.
Editore: Edizioni Tip.Le.Co.
Pagine: 272.
Prezzo: 20 euro.

Commento Matteo Mancini.
Spassosissima autobiografia di una delle più lucenti promesse dell'automobilismo italiano dei primi anni '80, purtroppo mai esplosa come sarebbe stato lecito attendersi, complice un'esuberanza e un carattere troppo sincero per potersi affermare in certi ambienti. Un pilota capace nelle formule minori di mettersi spesso dietro campioni del calibro di Riccardo Patrese, Elio De Angelis, Stefan Bellof, Eddie Cheever, Kekè Rosberg, Stefan Johansson, Sigfried Stohr e Terry Fullerton, il rivale storico di Ayrton Senna, giunto anche per questo in Formula 1 ad appena ventuno anni e poi bruciato tanto da restare senza volante a soli ventisette anni (costretto poi a passare al gran turismo).

Per introdurre la recensione credo che niente potrebbe essere efficace quanto le parole dei due prefattori dell'opera, i quali inquadrano benissimo fin da subito il personaggio Gabbiani e allo stesso tempo il contenuto del libro. Paolo Gentilotti, coautore del testo in supporto a Gabbiani, scrive così: "Nessuno, o pochissimi, l'hanno preso sul serio. Dal nostro parlare è uscita sì una vita sempre al limite, spesso oltre il limite, fatta di eccessi e follie, motori sempre al massimo, donne strapazzate, vetture disintegrate, fughe dalla polizia, insubordinazioni, frenate estreme di fronte alla morte, ma anche la coscienza del privilegio, l'attenzione per l'amicizia, la capacità di non dividere il mondo in classi, di non sentirsi superiore a nessuno, se non nell'autostima delle capacità sportive."

Addirittura più appropriato è Marco Donnini il quale sostiene che "quella di Gabbiani non è un'autobiografia ma è soprattutto la cronaca pulsante di un'immensa sconfitta - di traguardi leggendari possibilissimi ma mai raggiunti - che però non pesa come una realizzazione mancata ma, al contrario, brilla per essere la coerentissima esplicazione della sua voglia d'essere se stesso fino in fondo. Costi quel che costi... Al giovane Gabbiani, nell'intimo, non gli importava granché di vincere. Voleva essere il più veloce del pianeta, della nebulosa e della galassia, questo si. Ma non per tutta la gara - sarebbe stato da tattici opportunisti - non per un campionato - sarebbe stato da ragionieri pitocchi - non per tutta una carriera, ma solo per il giro perfetto. Un attimo infinito, da fermare e consegnare all'ternità, subliminandolo faustianamente al prezzo dell'anima. Cercava l'impossibile filosofico senza manco pensarci. Forse nelle corse è stato l'unico a provarci davvero e strada facendo si è perduto. Ha gareggiato ovunque, comunque, contro chiunque e con qualunque mezzo, assommando prodezze, entusiasmi, antipatie, incidenti impressionanti, eccessi multiformi e fantasiosi, resurrezioni pasquali, mietiture pentecostali, redenzioni mancate e una marea di stronzate." 

Queste le premesse di un'autobiografia che mantiene di gran lunga le attese. Gabbiani, a differenza dell'autobiografia Dove Soffia sempre il Vento (eccellente, un vero e proprio capolavoro) del suo rivale Sigfried Stohr (edita da Fucina Editore), con cui condivide l'enorme talento non sfruttato in Formula 1, opta per un taglio più classico. Se Stohr ricorre alla filosofia e a passaggi classici per impreziosire il suo volume (risultato centrato in pieno), Gabbiani predilige la semplicità dispensando numerosi aneddoti soprattutto sui colleghi con cui ha duellato in pista, con tanto di descrizioni circa le manovre e le sensazioni provate in corsa.


Gabbiani su Osella, Formula 1, 1981.

Gabbiani parte dagli inizi, quando da bambino organizzava scherzi d'ogni tipo (compresi danneggiamenti vari) facendo ammattire i genitori, tanto per vincere la noia e con la fissa dell'adrenalina da stimolare in ogni modo. Non si contano i passaggi folli e incoscienti che hanno accompagnato il giovane Beppe nella sua giovinezza, come gettarsi a mosca cieca negli incroci in una sorta di moderna roulette russa. Al di là di queste pazzie (che proseguiranno in età adulta, con inseguimenti polizieschi e fughe per le vie americane e tedesche), però, il pilota ci racconta del suo atteggiamento psicologico, ovvero quello di un ragazzo che non mollava mai e che cercava sempre di migliorarsi. "Quando trovavo un compagno di giochi migliore di me in qualcosa, analizzavo dove sbagliavo e con tenacia quasi insospettabile facevo in modo di colmare le mie lacune, fino ad arrivare a superarlo." Approccio quest'ultimo che si rivelerà molto importante nella carriera sportiva del giovane.

Ed ecco che Gabbiani ripercorre tutta la sua vita, parlando di amici, duelli, incidenti e bravate dentro e fuori la pista. In particolare ricorda piloti che oggi non ci sono più (Elio De Angelis, Stefan Bellof suo compagno di squadra in F2, Michele Alboreto, Clay Regazzoni) e altri come Riccardo Patrese, Andrea De Cesaris, Derek Daly, Eddie Cheever, Emanuele Pirro, Kekè Rosberg, Teo Fabi, South, Gilles Villeneuve, Alessandro Nannini di cui racconta esperienze in comune che non potranno che far piacere agli appassionati.

Soprannominato, in modo consono, Cavallo Pazzo da Enzo Ferrari, per il suo modo irruento di correre, Gabbiani si renderà protagonista di un'interminabile sequela di successi alternati a incredibili incidenti e sceneggiate che lo porteranno, a poco a poco, a uscire dal giro ma anche a guadagnare le simpatie dei tifosi per la schiettezza, la generosità in pista e soprattutto per la dimostrazione di essere un uomo sincero. Capelli lunghi, jeans a tubo, cinturone e stivali da cowboy, atteggiamento costante di sfida e una passione smodata per le corse, in pista e fuori, con macchine su macchine distrutte, ma anche per le ragazze straniere in particolare le bionde (sposerà un'australiana e poi una irlandese).
"Per me non c'era via di mezzo: o primo o niente, o ero il più veloce o andavo a schiantarmi alla ricerca del tempo migliore, del sorpasso per me decisivo. Sono stato quel pilota che, anche se era in testa con mezzo giro di vantaggio, andava a cercare di staccare sempre un centimetro più avanti". Una filosofia che non era passata inossservata ai Presidenti Csai e Fia che nel 1975 non gli avevano concesso la licenza per correre in F3. "Dicevano che ero troppo esuberante, nessuno si prendeva la responsabilità di firmare il nullaosta"

Gabbiani su Maurer, Formula 2, 1982.

L'atteggiamento ostruzionistico della FIA non l'aveva però intralciato più di tanto. Divenuto presto uomo-mercato per l'incredibile velocità e per doti da campione dimostrate nelle formule inferiori, Gabbiani viene selezionato da Surtees per sostituire, in Formula 1, l'infortunato Vittorio Brambilla (finito in coma nella catasfrofica carambola di Monza letale allo svedese Ronnie Peterson). L'arrivo in F.1 sembra quello di un predestinato. Beppe ha soli ventuno anni e ha un atteggiamento da terribile canaglia. Al secondo Gp, a Montreal, si mette subito in mostra nelle qualifiche. Addirittura, sfruttando la pioggia, nelle prove libere del venerdì è il più veloce di tutti. "Tutti guardano increduli il mio nome in cima alla classifica." Riceve i complimenti da James Hunt e da Depailler, ma non si ferma. Si conferma su ottimi tempi nelle prime qualifiche, attirando le attenzioni di Alan Jones. "Bravo, sei andato molto forte" gli dirà l'australiano. Bellissimo il ricordo di Gabbiani che oggi scrive: "Cosa avrei dovuto rispondergli? Grazie tante, campione, è un onore solo il fatto che tu mi abbia rivolto la parola? Invece gli dico che si, ero andato piuttosto forte, ma che se avessi avuto le gomme nuove sarei stato più veloce di lui. Mi manda a cagare? No, scoppia a ridere e mi offre di brindare con lui."
Questo è Gabbiani, un ragazzino irriverente, convinto di sè, che osa oltremodo e finisce per raccogliere poco. Così il sabato spinge troppo e un errore lo mette fuori dai giochi a pochi minuti dal termine della sessione (quando stava per staccare un clamoroso sesto tempo in griglia). La pista, intanto, da bagnata diventa asciutta, e il povero Gabbiani si ritrova dal paradiso all'inferno. E' il primo dei non qualificati. La cosa lo manda su tutte le furie, non si presenta al warm up, disattende agli ordini del capo squadra. Surtees, avvicinato dai giornalisti inglesi, commenta: "Beppe ha talento, ma è un bambino viziato e ingestibile." Risultato finale? Gabbiani torna subito in F.2 dove dovrà vedersela con Marc Surer e Derek Warwick.

Un campione però non può sfuggire al suo destino ed ecco che il nostro ha una seconda opportunità. Nel 1981 firma con l'OSELLA ed è di nuovo in F.1. Le aspettative sono tante, ma la vettura è inadeguata. Gabbiani entra così in polemica con i vertici della squadra, addirittura non prende parte al G.P. di Las Vegas per protesta. A fine stagione viene sostituito dal povero Riccardo Paletti (di cui Gabbiani non dice niente nel testo) e se ne torna in F.2 perché vuol vincere il titolo. Ancora una volta però la fortuna non lo aiuta, un po' per eccessi di esuberanza, un po' per la presenza di avversari del calibro di Jonathan Palmer, Stefan Bellof (suo compagno di squadra) e Thackwell meglio attrezzati di lui. Vince però grandi gare come al Nuerburgring nel 1983. Così Gabbiani ricorda la corsa. "Alla partenza le miss tengono il cartello con numero e nome di ogni pilota. A me capita una giovanissima, splendida teutonica. Poco prima del via mi avvicino al mio ingegnere Peter Gethin. «Dille che se vinco, stasera mi piacerebbe accompagnarla a casa.» Lui si alza, va a riferire, intanto mi siedo nella vettura, la vedo che mi sorride e fa okay con la mano.
Parto e non ho tempo di pensarci. Nannini mi è nelle marmitte fin dall'inizio. All'ultimo giro, ho grossi problemi di tenuta nel curvone. Mi affianca nelle due curve che precedono il rettilineo, mi fa segno con le mani, come in una sorta di alfabeto muto, "in fondo, io, primo". Mi vien da ridere perché non sa che se lui è in quinta, io sono ancora in quarta. Cambio e vado via come una freccia. Ma l'esperienza in kart mi aveva insegnato che Sandro aveva in mente una staccata un po' bastarda all'ultima chicane, così anticipo la frenata di cinque metri, lui è costretto a frenare di colpo. Mi sorpassa si, ma con la macchina girata dalla parte opposta.
Sono così felice che faccio un intero giro d'onore, cioè 22 km fra ali ininterrote di gente. Mi fermo davanti a un gruppo di nostri emigrati. Spengo la macchina, mi alzo sul sedile, li saluto tutti. Ma mi viene anche la malagurata idea di fermarmi a fare il furbo davanti a un mucchio di qualche migliaio di tedeschi, per lo più tifosi di Bellof e di Danner, con le bandiere della Maurer (la mia ex squadra). Li mando a quel paese, loro reagiscono tirandomi dietro un milione di lattine di birra. Per fortuna la macchina riparte subito...
Godo come un pazzo anche alla premiazione, poi vado verso il motorhome per cambiarmi. Sulla porta c'è la tedeschina magnifica, quella della partenza, con il suo trolley, che mi dice: «Hai vinto e io sono qui.»
La giornata stava diventando più che memorabile, fosse che si presenta, piangendo, Fulvio Maria Ballabio, un mio amico pilota. Lui e il povero Guido Daccò si erano toccati in pista, Fulvio si era capottato. Mi dice, sempre piangendo e lamentandosi, che aveva paura di morire perché aveva picchiato la testa, che i dottori gli avevano detto che non era niente, ma non si fidava, voleva correre all'ospedale. Non lo posso abbandonare, lo faccio salire in macchina con me e la biondina che accompagno a Francoforte e saluto con un bacio davanti a casa. Alle 21 salgo con Ballabio sul volo Alitalia. Va beh, non si può pretendere proprio tutto."

Gabbiani su March BMW, Formula 2, 1983.

La mancata conquista del titolo nelle stagioni 1983 e 1984 (è quarto e terzo) porta Gabbiani a passare ai prototipi (squadra LANCIA, alla corte di Cesare Fiorio, con cui disputerà anche la 24 ore di Le Mans) e poi a rimanere accantonato per qualche anno, se si esclude un'esperienza poco fortunata in Giappone. Chiuderà la carriera nel Gran Turismo ottenendo assai meno di quanto avrebbe potuto.

Chiudo, come si conviene del resto a un'autobiografia, con le parole del diretto interessato: "Andavo sempre al 110% Non ho mai pensato all'aspetto economico. La mia massima soddisfazione è quella di esser stato, ventenne, tra i cinque-sei emergenti più forti al mondo, osservato e tenuto in grande osservazione. Poi mi sono lasciato trasportare dal mio carattere fiero e impulsivo, ho fatto anche qualche scelta sbagliata. I confini, le barriere, gli steccati, l'obbedienza cieca e assoluta: niente di questo fa per me. Mi sono sentito inferiore come mezzo, mai come pilota. Ho sempre preteso il massimo da me, provando e riprovando, sudando e andando sempre oltre; ho sempre analizzato gli avversari con attenzione, li osservavo mentre giravano. Alla fine ho sempre cercato di sommare tutto il meglio che mi sembrava di aver imparato alle mie qualità innate. Aggiungevo, cioè, quello che avevo in più degli altri. Perché avevo sempre un qualcosa più degli altri. Ne ero convinto."

Un volume dunque straconsigliato agli amanti delle storie dei piloti, divertente e divertito, ricco di aneddoti anche su altri piloti (comprese curiosità sulla vita privata, a tal riguardo c'è un ottimo capitolo dove Gabbiani parla delle famiglie di molti colleghi). Formato editoriale eccellente, oltre centotrenta le fotografie a colori poste al termine del volume. Lettura spassosa. Da avere in biblioteca se amate la F.1. E se per gli albi d'oro Gabbiani è un campione mancato, per gli sportivi è un campione indimenticabile.


giovedì 3 luglio 2014

Recensione Narrativa: ROSA ALCHEMICA (William Butler Yeats)


Autore: William Butler Yeats.
Anno: 1896.
Genere: Narrativa Fantastica di impronta Esoterica.
Editore: Se.
Pagine: 112.
Prezzo: 13.00 Euro.

Commento Matteo Mancini.
Autentico capolavoro del Premio Nobel irlandese William Butler Yeats, insignito con la massima onorificienza letteraria nel lontano 1923.
Poeta, drammaturgo, rivalutatore delle tradizioni folkloristiche celtiche, Yeats era soprattutto uno studioso di occultismo, grazie anche alle sue infiltrazioni in un mondo sotterraneo in cui imperversavano esperimenti esoterici incentrati soprattutto sull'elemento del simbolo e sul tentativo di entrare in contatto con altre dimensioni.

Rosa Alchemica viene così ad assumere una valenza quasi autobiografica, ricettacolo di analisi filosofiche/religiose filtrate e rese potentissime dall'impiego di archetipi e di simboli a cui il poeta irlandese ricorre in continuazione dando vita a un testo sospeso tra l'ipnotico e il delirante, pur trattandosi sempre di un delirio colto e calibrato a un fine aristocratico.

Il volume, concepito nella sua forma originaria nel 1896 (subirà delle leggere modifiche nel corso degli anni, essendo stato scritto da uno Yeats trentunenne), è composto da tre racconti di lunghezza molta contenuta, legati tra loro, un po' come farà Arthur Machen con il coevo I Tre Impostori. A differenza dello scrittore gallese, però, Yeats costruisce quello che potrebbe definirsi un romanzo vero e proprio.
Protagonista dei fatti è uno scrittore dedito allo studio dell'Alchimia e autore di saggi vertenti su tale materia. E' bene subito sottolineare come per alchimia debba intendersi non la semplice trasformazione di materiali grezzi in oro (questo infatti si intende da un punto di vista che potremmo definire essoterico), bensì una "trasmutazione della vita in arte e un grido di immenso desiderio per un mondo fatto di essenze; la trasmutazione del cuore stanco in spirito instancabile".
Lo studio di queste materie porta il protagonista, che vive isolato in una casa di Dublino immerso in bellezze e opere d'arte (sorta di guardiani del sapere interiore), a ricevere una visita inattesa. A bussargli la porta troverà un vecchio compagno di studi parigini che cercherà di convincerlo a entrare a far parte di un Ordine estoterico: l'Ordine della Rosa Alchimistica.
Sulle prime l'uomo cercherà di resistere al richiamo, perché si tratta di un individuo combattuto tra il desiderio di conoscenza e la paura per ciò che sta oltre il velo del conosciuto. Ecco che entra subito in campo l'elemento della bipolarità, presenza costante in tutta l'opera di Yeats. Il giovane, convinto di resistere poiché crede che "la grandezza di un uomo la si misuri nella capacità di crearsi una mente che rifletta ogni cosa con l'indifferente precisione di uno specchio" cede solo sotto l'influsso di un bizzarro incenso che il suo ospite libera nell'aria e che porta l'altro a cadere in un sogno ipnotico popolato da strane creature e da individui danzanti. Yeats, di seguito, mette in scena, con grande classe e in modo simbolico, una vera e propria orgia (mascherata da danza magica) che funge da iniziazione del protagonista ma che, come classico della narrativa fantastica/esoterica, lo porta ai confini della pazzia da cui potrà sottrarsi solo rifugiandosi nella fede religiosa. Importante spazio poi agli scaramantici che entreranno in campo vedendo nell'ordine un qualcosa di diabolico.

Ciò su cui Yeats si sofferma più volte, però, è l'idea fantastica (e alquanto fatalista) che l'uomo sia un veicolo di forze ultraterrene che si manifestano attraverso i mortali per interferire con lo sviluppo della storia. Così scrive Yeats: "Le anime incorporee che scendono a dimorare in queste forme vengono chiamate umori dagli uomini; e ogni grande cambiamento che si verifichi nel mondo è opera loro; ché come il mago o l'artista possono evocarle a piacimento, così esse, a loro volta, possono evocare e far sorgere dalla mente del mago o dell'artista, o da quella del pazzo o dell'uomo turpe, se sono demoni, qualsiasi forma vogliano, ed esprimersi attraverso la sua voce e i suoi gesti, e riversarsi nel mondo. Così si compirono tutti i grandi eventi: scesi dapprima come un debole sussurro nelle menti degli uomini ne modificarono poi i pensieri e le azioni finché i capelli che eran biondi diventarono corvini o capelli che erano corvini diventarono biondi, e imperi mossero i loro confini." Dunque un approccio a dir poco inquietante come inquietanti sono le pieghe che assumono i tre racconti, i quali possono qualificarsi come veri e propri racconti del terrore.
Yeats, nella sua poetica e nella sua costruzione criptica delle opere (fondata sul saggio uso del simbolo), crea angoscia e mette paura in un crescendo claustrofobico che porta a mozzare il fiato, con epiloghi che vedono sempre il protagonista costretto a fuggire da qualcosa di indefinito e a ripiegare in una certezza fideistica vista come una boa necessaria per scongiurare il rischio di ritrovarsi immersi in un oceano senza punti di riferimento.

Bellissime alcune descrizioni dei personaggi. Uno di questi è il protagonista de Le Tavole della Legge, secondo racconto dell'opera (incentrato sugli insegnamenti segreti ed eretici di Gioacchino da Fiore basati sulla superiorità dello Spirito Santo), il quale viene descritto come un individuo caratterizzato da una "natura che aveva metà del monaco e metà del soldato di ventura e che lo spingeva a volgere l'azione in sogno e il sogno in azione."  Yeats, nel suo pessimismo decadente, non perde tempo nel sottolineare come tali personaggi non possano che "non trovare, in questo mondo, né ordine, né scopo, né soddisfazione" con consequenziale privilegio conferito alla c.d. vita interiore rispetto a quella esteriore. Si tratta di un'altra tematica cara agli scrittori ermetici, i quali vedono nello studioso solitario l'unico individuo capace di penetrare certi misteri perché libero dalle tentazioni e dalle influenze esterne viste alla stregua di freni inibitori.

Sempre in questo racconto trapela l'amore di Yeats per le emozioni pure e per la bellezza in senso lato. "Era la bellezza che si concede solo a quei temperamenti che cercano sempre un'emozione pura, assoluta, e che hanno trovato la loro espressione più continua, se non la più perfetta, nelle leggende, nelle preghiere e nella musica dei popoli celtici."

Dunque, in sintesi e per quel che ho capito io, Rosa Alchemica vuole essere un monito contro approcci superficiali o ammaliati da dottrine o da mondi sospesi tra il sogno e l'incubo. Yeats tratteggia una feroce critica al materialismo imperante nella sua società (figuriamoci in quella di oggi) a cui contrappone la ricerca di una via filosofica esoterica (cioè limitata a pochi eletti puri di cuore) finalizzata a generare delle strong minds capaci di invertire il decadentismo in cui, ad avviso dell'autore, versa la società civile. Si tratta però di un cammino periocoloso, minato dal rischio della perdizione, dall'influenza di spiriti ultraterreni talvolta positivi talaltra demoniaci che possono condurre alla pazzia. Gli eletti, in uno slancio che accomuna Yeats ad altri maestri del calibro di William Blake e di Shelley, saranno coloro che comprenderanno che il "bene è esprimere sé stessi e che le forme storiche della morale sono convenzionali... e chi altri potrebbe comprendere questo se non gli artisti decadenti che, senza far distinzione tra lecito e illecito, vogliono ridestare a nuova vita la fantasia e rivelare la sostanza divina che è colore e musica e soavità?" L'artista e il mago, infatti, vengono visti da Yeats come soggetti che vivono in un perenne equilibrio tra conscio e inconscio, con la capacità di abbandonarsi in modo guidato al secondo grazie all'uso del simbolo, vero e proprio portale per accedere alla sostanza nascosta di Dio, al fine di fare da battistrada per tutti gli altri. L'autore irlandese ha dunque una concezione nobile dell'arte, da inquadrarsi come un qualcosa volto a costruire il progresso spirituale delle masse al pari, e forse di più, della religione. Ne deriva un contenuto che miscela paganesimo a cristianesimo, in un'angosciante lotta fatta di opposti e spiazzanti contrapposizioni, con passaggi che potremmo definire eretici messi in scena con una capacità e una poetica da lasciare basiti. Il male è quasi come un ostacolo da superare celato dietro a ogni passo di questo cammino dalle forme di un mantello di inquietanti misteri e di oscuri presagi di morte. Sotto quest'ultimo punto di vista è esemplare il racconto conclusivo, L'Adorazione dei Magi, in cui si ribaltano alcuni concetti di forte presa nelle coscienze collettive e legati a tematiche radicate nella cultura dell'uomo. Qua Yeats piazza il racconto più sinistro dell'opera, portando in scena creature mitologiche come l'Unicorno e altre di origine greco-romana e toccando corde emotive che fanno vibrare e tremare l'animo del lettore sensibile.

Volume difficile, destinato a un pubblico di un certo tenore e da leggere più volte per poter cercare di interpretarlo su più livelli. A tal riguardo l'edizione curata dalla Se S.r.l. dispone di un'accurata e interessante rilettura operata dal curatore Renato Oliva, il quale offre spunti di riflessione interessanti e complementari ai racconti inseriti nell'opera.

Provocante, provocato e graffiante con squarci destabilizzanti nell'onirico (ai limiti della psicosi), i veri maestri della narrativa fantastica passano da queste parti. Monumento.