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lunedì 26 dicembre 2016

Recensione Narrativa: JOHN SILENCE E ALTRI INCUBI di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Genere: Weird/Horror.
Anno: 1908.
Edizione: Utet (Anno 2010).
Pagine: 462.
Prezzo: 19,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Questa antologia che raccoglie la celebre raccolta sul detective dell'occulto John Silence, divenuta nel tempo cult ai massimi livelli, ci permette in primo luogo di prendere le mosse dallo scrittore dalla cui penna è nato tutto: l'inglese Algernon Blackwood. Non nascondo un immenso piacere di parlare di questo autore che fa parte di un gruppo di artisti di cui ho massima stima letteraria.
Personalità alquanto turbolenta, verrebbe da dire, guardando il suo curriculum. A tal riguardo, pur avendo molti amici, non si farà mai una famiglia propria. Nasce nel Kent, a Shooter Hill, nel 1869 e viene subito castrato nel suo sviluppo da un'educazione evangelica che lo porta a esser tenuto lontano dai tipici svaghi dell'epoca. Tutte le distrazioni provengono dal regno del maligno gli metton in testa i genitori. Il padre è un segretario finanziario delle poste oltre che Cavaliere dell'Ordine del Bagno, mentre la madre ha origini nobiliari. Viene mandato a studiare in giro per l'Europa, in Germania, Francia e Svizzera. Nella prima parte di vita però, al di là di interessarsi alla cultura orientale e all'induismo (suscitando il disprezzo della famiglia), non dimostra grandi talenti se non la passione per il violino (farà anche l'istruttore). Ricordato come un fine umorista e un grande oratore, passa i primi trent'anni all'avventura più assoluta, spesso anche perché mal consigliato e truffato da approfittatori di turno. Emigra in Canada, poi a New York dove vive passando dall'impiego di giornalista presso il Times a quello di albergatore con fallimenti continui che lo portano addirittura a vivere di espedienti, finendo a fare persino il modello per pittori, l'attore teatrale e l'operaio in un saponificio. Tenta addirittura di improvvisarsi pioniere partecipando alla corsa dell'oro nelle lande del far west. La svolta avviene quando il banchiere James Speyer lo assume come suo segretario. Blackwood ha già trent'anni ed è praticamente sconosciuto sia come scrittore che, quasi del tutto, come giornalista. Ritorna in Inghilterra e compie quel passo che lo trasformerà in uno dei maestri più acclamati della narrativa fantastica. Col nome di fratello Umbram Fugat Veritas, ovvero la realtà disperde l'ombra, entra a far parte dell'Ordine Ermetico della Golden Dawn dove farà la conoscenza di un humus letterario di prima classe che lo convincerà a mettere nero su bianco le sue idee e la sua fantasia. Blackwood fa così tesoro dell'esperienza di vita vissuta, per i boschi del Canada, per esaltare l'immanenza della natura sull'insignificanza e l'arroganza dell'uomo, credendo fermamente nell'ignoto. Conseguenziale diviene così la compenetrazione tra fantasia e insegnamenti esoterici che vengon traslati dalle pratiche iniziatiche per confluire in narrativa divenendo un unicum affascinante e di immediato successo. Non scrive subito però, rimane per alcuni anni in fase di apprendimento e quando decide di passare all'azione lo fa subito con decisa presa di pubblico. La sua prima opera è una raccolta di novelle che va sotto il titolo La Casa Vuota e altre Storie di Fantasmi - The Empty House and Other Ghost Story (1906) che vede la luce grazie all'iniziativa di un amico che decide di presentare questi scritti a un editore che ne resta favorevolmente impressionato. Appena un anno dopo esce la novella Colui che Ascoltava nel Buio (1907) sempre afferente al tema fantasmi. Blackwood è poi abile a modernizzare la tematica classica dei fantasmi, spiriti maligni, diavoli, licantropi e mummie portando sul piano fantastico, col John Silence, Phisician Extraordinary, la figura lanciata dal "compagno di scuderia" Conan Doyle, altro affiliato all'Ordine, del detective Sherlock Holmes. Non è il primo a farlo, prima di lui, al di là dei tentativi non centrali di Le Fanu e di Stoker (con i loro Hesselius e Van Helsing), ci aveva già provato Matthew Shiel (il Principe Zaleski) e gli Heron con il loro poco conosciuto Flaxman Low. E' però nel 1908 con il John Silence che la figura viene effettivamente sdoganata nel fantastico e subito presa a modello da William Hope Hodgson, due anni dopo, col suo Carnacki. Torneremo di seguito su questo personaggio. In particolare il personaggio di Blackwood, come avremo modo di delinearlo di seguito, deve molto a Sherlock Holmes sia per il suo essere londinese, sia per le notevoli capacità di osservazione sia per esser spesso coadiuvato da un assistente. A differenza di Holmes, però, il Silence è un vero e proprio occultista dotato di poteri che vanno oltre al comune poliziotto, in più è laureato in medicina ed è un benestante di famiglia.
Blackwood insiste facendo uscire, nel giro di pochi anni, altri racconti che faranno scuola come I Salici (1907) e Il Wendigo (1910), tutti testi in cui le descrizioni, costruite in modo lento per portare il lettore dalla realtà alla fantasia in modo graduale e progressivo, sono centrali e hanno la funzione di suggestionare il pubblico cui sono destinate togliendogli il fiato non solo per la tensione ma anche per la bellezza scenografica. Opere dove la natura si trasforma, di fatto, in divinità (o comunque in forza trascendentale) e dove l'invisibile grava sulla piccolezza dell'uomo, spesso e volentieri arrogante e ignorante comparsa di un contesto in cui crede di esser protagonista. Sono questi i migliori anni del Blackwood scrittore che, nel frattempo, si mette anche a scrivere, tra un romanzo occultistico e l'altro (in Italia non facilmente trovabili), opere teatrali, musical e finisce esportato negli Stati Uniti dove Howard Philips Lovecraft non tarderà molto a eleggerlo quale maestro indiscusso nel suo L'Orrore Soprannaturale nella Letteratura. "Nessuno ha mai raggiunto la sua maestria  con cui accumula, dettaglio su dettaglio, effetti e percezioni che dalla realtà conducono a un'esistenza o una visione soprannaturali" scrive la penna di Providence.
Ribattezzato nell'ambiente letterario Lo Spettro, ovvero The Ghost Man, viene arruolato nella prima guerra mondiale (secondo altre fonti nella seconda) in qualità di agente segreto al servizio di Sua Maestà in quanto abile alpinista e appassionato di sci.
Dal 1934 passa a lavorare in radio e dal 1938 in televisione. Sfugge a un missile V2 precipitato sulla sua abitazione durante la seconda guerra mondiale, sorte simile al corrispettivo collega italiano Libero Samale (Frank Graegorius). E' inoltre ricordato per essere stato il primo volto britannico ad apparire in televisione, nel 1950, durante le trasmissioni sperimentali della BBC nell'atto di parlare di fantasmi durante un programma mandato in onda nella notte di Halloween a cui faranno seguito altre puntate raccolte sotto il titolo Le Storie del Sabato Notte. Muore l'anno dopo a Londra, all'età di ottantadue anni, per una trombosi celebrale.
Mike Ashley nel 2001 gli dedicherà una biografia intitolata The Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood.


ALGERNON BLACKWOOD

Veniamo ora a parlare del John Silence, probabilmente uno dei personaggi più famosi nati dalla penna di Blackwood ma non per questo abusato o sfruttato dal suo creatore. A differenza di Conan Doyle, Blackwood non proporrà più il suo celebre detective dell'occulto dopo l'uscita della prima antologia data alle stampe nel 1908. La sua sarà una vera e propria scelta deliberata, cosa che invece non succederà con William Hope Hodgson che non pubblicherà altre storie del suo Carnacki perchè semplicemente deceduto, poco dopo, sul terreno di battaglia, in Belgio, durante uno dei tanti conflitti della prima guerra mondiale. Nonostante l'uscita di una sola antologia, tuttavia, il John Silence è ricordato, in via simbolica piuttosto che reale (lo abbiamo già detto sopra), come il primo vero detective impegnato con serialità in storie del paranormale, vero e proprio ispiratore (pur se con profonde differenze) del “nostro” Dylan Dog al punto che nell'edizione a cura di Flavio Santi, per UTET, compare svariate volte l'esclamazione “Giuda ballerino”. Conseguenziale dunque il ragionamento che porta a fare da ponte storico tra i due personaggi (col secondo nato a distanza quasi di ottanta anni). La sensazione è che si sia trattato di un vero e proprio omaggio del curatore, piuttosto che una fedele traduzione dall'originale ma questo rimane marginale e non cambia la sostanza dei fatti.
Per delineare il personaggio, stante la diversa struttura e realizzazione dei vari racconti (contrariamente a quelli del Carnacki che si avviano sempre alla medesima maniera), sono determinanti il primo e l'ultimo racconto dell'antologia, quantomeno stando all'ordine di presentazione proposto da Santi. Ne Un'Invasione Paranormale ovvero A Psychical Invasion viene fornito il vero e proprio profilo del personaggio di cui il lettore si accinge a leggerne le gesta, spesso e volentieri (ma non in via esclusiva), narrate dal suo fedele assistente (retaggio di Conan Doyle). John Silence, come il corrispettivo Sherlock Holmes, viene giudicato dagli amici come un eccentrico o un cane sciolto, per le sue abitudini e la sua grande capacità deduttiva, ma soprattutto per il suo procedere in modo bizzarro e del tutto sconnesso alle ambizioni della vita comune. Lo spirito di osservazione e la profonda conoscenza dell'animo umano, nonché la capacità di leggere il linguaggio corporeo, non sono le uniche capacità di questo personaggio. Sparito dal mondo per cinque anni, dove sembra sia andato in Oriente, il Silence, poco più che quarantenne, è un vero e proprio sensitivo che conosce l'arte della magia, anche senza darlo troppo a vedere come fa invece il suo collega Carnacki. Alto, con mascelle volitive e una barba nera a renderlo enigmatico al punto giusto, ma soprattutto dai modi gentili, flemmatici tale che in pochi, come dice Blackwood, "avrebbero sospettato dell'energia che gli bruciava dentro come un'immensa fiamma."  Appare dunque molto più professionale del Carnacki, con un modo di fare per niente smargiasso e assai più riservato rispetto a Sherlock Holmes. Non va cioè in giro a lodarsi o a recitare formule magiche riprese da testi più o meno eretici, né ricorre ad amuleti o alla preghiera. Agisce soprattutto a livello mentale o compie atti senza spiegarne la fonte di ispirazione. Questo non deve però portare a reputarlo un mero intellettuale che lavora solo con la mente e risolve i casi, per così dire, dalla poltrona (mi viene in mente una battuta inserita in Uno Studio in Rosso di Doyle). No, signori. Anche il Silence è un uomo d'azione e lo si vedrà correre per boschi e lande in piena notte, alla caccia di entità vomitate dall'altrove o da dimensioni non riconducibili alla tridimensione. Così, al riguardo, si esprime Hubbard, il suo assistente semi-chiaroveggente: “Avevo già avuto esperienza dell'abilità del mio compagno nella corsa in un bosco fitto, e adesso avevo un'ulteriore prova della sua capacità di vedere al buio... Compresi allora quale sensibilità speciale è quella sviluppata dai ciechi: la percezione degli ostacoli.” Pur essendo uno dal grande coraggio e d'azione, il Silence non ha bisogno di armi (intese quelle atte a offendere in un conflitto bellico) essendo le stesse del tutto inutili contro certe forze. Il suo è un continuo allenamento fisico, mentale e spirituale. A differenza di Holmes, a cui è accomunato dalla passione per le materie scientifiche (John Silence è addirittura un medico, mentre il collega è uno studioso un po' di tutto senza avere laurea), il Silence non riceve alcun compenso per i suoi incarichi (“sosteneva che a pagare dovessero essere i ricchi, mentre i più poveri dovevano godere dell'assistenza gratuita” quando si dice un detective di sinistra, ndr... quelli che però più lo interessavano erano "i lavoratori sottopagati, spesso amanti delle arti, che non potevano permettersi una parcella corrispondente a una settimana di lavoro magari solo per sentirsi dire di fare un viaggetto") e viene ingaggiato sempre da persone che sono in difficoltà per disturbi psichici non riconducibili alla medicina che potremmo definire razionalista. Non interviene dunque su casi di omicidi su invito della polizia che brancola nel buio, ma in casi che sconfinano dalla realtà pragmatica per varcare il sottile confine celato da quelle nebbie che rispondono al nome di ignoto. In questo è molto simile al successivo Carnacki di Hodgson. I casi del Silence però non sono mai macchinazioni ordite da qualcuno per acquisire vantaggi venali (come avviene spesso con Hodgson), ma sono sempre flagellati dall'irruzione dell'occulto nella banalità quotidiana. Sono solo questi i casi su cui Silence sceglie di lavorare, andando in giro in mezza Europa (Svezia, Germania, Francia e Inghilterra), in caso contrario dichiara di non essere interessato alla soluzione del caso. Questo avviene perché Silence non vive del proprio lavoro, essendo già ricco sfondato. Il suo dunque è più un lavoro di sfizio, quasi fosse uno studioso che deve fare una tesi di laurea o un accademico alla ricerca delle conferme sulle proprie tesi. Nel primo racconto, dove Blackwood si contraddice, si legge che il dottore non dispone di un laboratorio né di veri segretari, né ricorre a una metodologia strettamente professionale. Ho scritto che si contraddice perché nell'ultimo racconto la storia si svolge proprio nello studio del dottore (unica delle sei) con un cliente che arriva senza appuntamento e pretende di ricevere un consulto. Sto facendo cenno a Una Vittima dello Spazio SuperioreA Victim of Higher Space – indubbiamente, per farmi intendere, il racconto più dylandoghiano del testo. Blackwood dunque si sbugiarda da solo e caratterizza nei minimi dettagli lo studio del Silence, qua assistito da un maggiordomo diverso dal suo assistente esterno. “C'erano due distinte stanze per gli ospiti. Una (per le persone che pensavano di avere bisogno di un'assistenza spirituale quando in realtà erano candidati al manicomio) aveva le pareti imbottite ed era fornita di svariati strumenti nascosti per affrontare e dominare un improvviso accesso di violenza. L'altra, invece, studiata per raccogliere casi autentici di stress spirituale e insolite manifestazioni di natura psichica o paranormale”. Questo tanto per cominciare. Inoltre Blackwood spiega come Silence abbia accessoriato queste stanze. Scopriamo infatti che nella seconda stanza, di fatto una stanza di attesa, è stato praticato uno spioncino aperto in una delle pareti in modo che il dottore possa studiare il cliente prima di riceverlo (“un uomo seduto da solo presenta una sua espressione psichica, e questa espressione è l'uomo stesso. Essa scompare nel momento in cui un'altra persona lo raggiunge”) così da farne un primo screening. In un secondo momento poi, dunque un metodo c'è e come, Silence entra nella stanza e interroga l'ospite facendolo accomodare su una poltrona inchiodata al suolo (per impedirgli la libertà di movimento e tenerlo concentrato), con la possibilità di azionare dei comandi per il rilascio di aromi che si liberano dalle mura con anche la possibilità di scegliere il rilascio di narcotici. Dunque vediamo che, in realtà, l'organizzazione c'è e in modo molto professionale e calibrato. Silence lascia poco al caso e, un po' come Holmes, arriva alla soluzione del caso prima ancora che si sbrogli l'intero bandolo della matassa. Chiarito con chi si ha a che fare, passiamo ora alla sei storie, non prima di aver fatto cenno al suo approccio: "La chiave di volta del suo potere consisteva nel sapere che il pensiero può agire a distanza e, in secondo luogo, è dinamico e può ottenere risultati concreti. Imparate a pensare, avvertiva, e attingerete il potere dalla sorgente."

Una raffigurazione di
JOHN SILENCE,
Alla scoperta dei racconti.

Abbiamo già detto che i sei racconti proposti della serie sono molto diversi tra loro non solo per i contenuti ma anche per la loro struttura. Di lunghezza molto eterogenea, si va dal racconto breve alla vera e propria novella di lunghezza superiore alle cento pagine; divergono anche per la loro impostazione di partenza. Alcuni di essi, i più lunghi, costituiscono narrazioni fatte dal non sempre presente assistente mister Hubbard, altri invece sono in terza persona. In alcuni casi John Silence appare quando la storia è già ben inoltrata in avanti nel suo corso, in un caso appare addirittura alla fine. Dunque grande variabilità che rende ovviamente molto piacevole un'antologia che altrimenti, come succede a esempio col Carnacki, avrebbe rischiato di ripetersi divenendo stucchevole (termine che metto deliberatamente a rimembranza di certe critiche disintegratesi sul muro dell'evidenza). La bravura di Blackwood sta poi nel modernizzare tematiche classiche, riplasmandole e, in alcuni casi, dando vita a visioni, penso di poter dire, originali. Ne è un esempio Un Licantropo in Campeggio, meglio conosciuto come The Camp of the Dog. In questa novella, dallo sviluppo in verità a mio avviso troppo lento, Blackwood riscrive la figura del licantropo miscelandola alla tematica del corpo astrale. Ne deriva un soggetto all'apparenza molto classico costruito sulla tematica tanto cara all'autore, ovvero quella della potenza di un ambiente selvaggio lontano dalla vita urbana e immerso nella più viva (anche se nel testo viene definita morta) vegetazione che riesce a modificare nel profondo gli uomini che si trovano a dover fare i conti con lo stesso. Blackwood costruisce così la storia su tre tematiche che confluiranno in una. Silence giunge solo verso la fine, chiamato dal suo assistente che è il protagonista iniziale della vicenda ma è incapace di sbrogliarla. L'uomo, insieme ad alcuni amici, parte per un periodo di vacanza in Svezia, dove vive in mezzo ai boschi in un campeggio di fortuna collocato in un'isola dove non vi è traccia di animali. Tutto procede con spensieratezza almeno fino a quando un insolito lupo non verrà a fare visita al campo. Non scendo nel merito onde evitare di spoilerare, ma il lettore si accorgerà di come Silence, in modo del tutto originale, arriverà a dimostrare che la licantropia è un fenomeno meramente psichico. Il “mostro” infatti non è da intendersi, in questo caso, come una creatura maligna riconnessa a riti magici o a maledizioni scagliate da esseri malevoli, piuttosto un veicolo di passioni, emozioni e desideri repressi, personificatesi e liberatesi dall'uomo che vanno a rappresentare, svincolandosi dal sonno dello stesso. In altre parole il licantropo diviene una creatura interiore partorita dal subinconscio che si tramuta in carne e ossa nel sonno, quasi come in un sogno o in un incubo, ma che, anziché restare confinato nella testa del suo autore, va fuori e interagisce con le creature che han diritto di stare al mondo. A motivare il tutto, nella fattispecie, un amore apparentemente non condiviso ma nel profondo voluto da entrambi i soggetti coinvolti. Blackwood dimostra, non è il solo caso, una natura romantica spesso riscontrabile negli scrittori di fantastico e del terrore (potrebbe essere un controsenso ma invece è del tutto normale, poiché la sensibilità è sempre la massima caratteristica di un narratore del terrore). Testo dunque molto bello nel soggetto, ma portato avanti in modo lentissimo con dilungamenti talvolta noiosi (a mio modo di vedere) nelle caratterizzazioni dei personaggi. “Il lupo è un fatto psichico di grande importanza, per quanto durante le epoche buie si sia esagerato con le assurde fantasie di contadini superstiziosi, visto che il lupo non è nient'altro che l'istinto selvaggio di un uomo passionale che esplora il mondo con il suo corpo fluido” così spiega Silence.

Se con Un Licantropo in Campeggio Blackwood modernizza la tematica licantropia, in Antichi Sabba (Ancient Sorceries) torna sul classico, con gli unguenti necessari per trasformarsi da uomini in animali, ma lo fa andando ancora una volta a modernizzare la figura lavorando, questa volta, su un altro versante. Introduce cioè i gatti o le pantere mannare, in quello che è, a mio avviso, il capolavoro della raccolta. Silence, nella fattispecie, è quasi assente nella vicenda, partecipa solo in un secondo momento per indagare sul racconto che il protagonista dei fatti gli rivela. Ancora una volta si intrecciano svariate sotto trame come quella del treno che si ferma in una località ai limiti tra il sogno/incubo e la realtà, quella della licantropia diabolica e quella della reincarnazione e, più centrale di tutte, della stregoneria. Il protagonista, un viandante inglese che vaga per la Francia, decide di scendere dal treno su cui si trova, perché infastidito dall'accalcamento che ha intorno. Suo malgrado finisce ospite di una sconosciuta cittadina dove le persone si comportano come gatti e dove, a poco a poco, si troverà sempre più legato, incapace di allontanarsi, specie quando farà conoscenza di una giovane diciassettenne figlia della padrona della locanda in cui è alloggiato. Vivrà così un'esperienza soggettiva, così la qualificherà a posteriori John Silence, in cui si troverà a rivivere le emozioni di un suo lontano passato che lo ha visto partecipe a sabba presieduti da Satana, con streghe e stregoni capaci di trasformarsi in gatti, dopo essersi spalmati sulla pelle dei diabolici unguenti. L'esecuzione del testo, mai noioso, è di una perfezione magistrale e costringe il lettore a leggere senza staccarsi dal racconto. Emerge il consueto stile dell'autore caratterizzato dalla cura nella descrizione degli ambienti e dal suo lento procedere, impreziosito da poetici tocchi di penna in un mix tra romanticismo e perversità malata dove non mancano splendidi ammiccamenti erotici. Lo definirei quasi un racconto multi sensoriale dove i cinque sensi (e anche il mezzo alla Dylan Dog) vengono stimolati al massimo. Spettacolare la parte finale, con la trasformazione di tutti i cittadini, per la sua impressionante forza visiva. Per dare l'idea è come assistere a un'esplosione di luce lunare che si fa strada nel buio fitto dell'abisso della notte, dettando la via alle creature che seguono il canto del male che riecheggia nella vallata. Capolavoro, c'è poco da aggiungere. Uno dei più bei racconti sulla tematica che riconferma la verve romantica dell'autore che, ancora una volta, scende nell'introspettivo: “La vita reale di cui parlo è la vecchia vita interiore, la vita di tanto tempo fa, la vita cui anche tu un tempo sei appartenuto e a cui appartieni.”


Più classico, ma costantemente costruito sul filo della tensione, è La Nemesi del Fuoco (The Nemesis of Fire). Ho scritto classico, ma anche qua Blackwood miscela più sotto trame. A quella della mummia unisce una fenomenologia che, ai tempi odierni, potrebbe esser letta come quella dei foo fighters con differenze comunque apprezzabili non essendoci aerei da disturbare ma semplici colonnelli sprovvisti di velivolo. È infatti un militare a ingaggiare Silence e il suo assistente Hubbard per porre fine agli strani accadimenti che si verificano nel parco ove ha sede la magione avuta in eredità dal fratello. L'area, circondata da un fitto bosco, è oggetto di strani eventi che gravitano attorno a dei globi infuocati che, in alcuni casi, hanno lasciato delle lunghe strisce affumicate sui muri e che ondeggiano in aria anche all'altezza degli alberi. Attraverso un esperimento che prevede l'uso del sangue, Silence riesce a far manifestare la forza occulta che ricorre a un elemento igneo per funestare la vita dei residenti. Silence definisce così questi elementi: “sono forze attive oltre i soliti elementi, terra, aria, acqua o fuoco, nella loro natura essenziale sono impersonali, ma possono essere messi a fuoco, incarnati, animati da coloro che sanno come fare, attraverso le pratiche magiche... Da soli questi elementi ciechi possono compiere ben poco, ma guidati e diretti dalla volontà esercitata di un potente manipolatore possono diventare importanti forze per il bene o il male. Sono la base di tutta la magia.” Nella fattispecie dietro a tutto ci sarebbe una maledizione scaturita a seguito della profanazione di una mummia e al relativo furto dello scarabeo sepolto con la stessa. Tale sacrilegio avrebbe infatti liberato l'elemento igneo programmato da un mago per punire chi avesse osato disturbare la pace eterna della mummia. Bellissimo racconto, pur se lento, con una prima parte introduttiva, una seconda all'insegna dell'azione tra i boschi alla caccia di una creatura invisibile. A seguire una terza esoterica e occulta che ha l'esperimento magico di evocazione come perno su cui ruotare il tutto, per chiudere con un epilogo claustrofobico tra i cunicoli scavati nella sabbia, sottoterra, con la terra che cade ed è sempre sul punto di chiudersi sui tre protagonisti per ingoiarli nelle sue viscere. Meno affascinante di Antichi Sabba, ma probabilmente il racconto che gioca di più sulla tensione e sul mistero.

Molto divertente e veloce il racconto che chiude l'opera ovvero Una Vittima dello Spazio Superiore, con cui Blackwood – lo abbiamo già detto – mostra al suo pubblico il laboratorio di Silence e lo mette al cospetto di una storia dylandoghiana. Silence sarà infatti chiamato ad aiutare un cliente, quasi un alter ego del dottore oserei dire (in grado anche di leggere nella mente delle persone), che, grazie a un lungo studio e alla capacità di rimembrare i ricordi di una precedente vita (ancora il sotto tema della reincarnazione), riesce a superare il limite del mondo tridimensionale entrando nelle dimensioni ulteriori. Blackwood qua si apre a un'analisi della realtà costruita su scala multidimensionale, ma limitata, per gli uomini, alle tre dimensioni. Il protagonista, un po' come in un successivo lavoro di Lovecraft, riuscirà a varcare questo limite non avendo però il pieno controllo delle chiavi (tra cui la musica, concetto già usato da Leslin Allin Lewis sul tema) che consentono di aprire il passaggio dalla c.d. realtà all'altrove (che è anch'esso realtà, nella fattispecie) e di farvi ritorno. Esilaranti i passaggi col cliente che scompare nella nulla sotto gli occhi di un esterrefatto Silence, mentre quest'ultimo prova a tenerlo saldo tra le sue mani.”Lo spazio superiore esiste e il nostro mondo confina con esso e su di esso parzialmente giace, ne consegue necessariamente che noi vediamo solo parti limitate di tutti gli oggetti. Non vediamo mai la loro forma autentica e completa. Vediamo le loro tre dimensioni, non la quarta.”


La precedente versione a cura
FANUCCI.

Inferiori, secondo me, gli altri due racconti. Classico Culti Segreti dove spicca solo la componente melanconica dell'adolescenza con lo stesso Blackwood che, forse, ricorda i suoi passati di studente lontano da casa e immagina di rifare ritorno nei luoghi di studio. Ex studente inglese torna nella campagna tedesca per visitare il paesino presso il quale ha studiato molti anni prima. Si tratta di una scuola religiosa. Deciso a salutare i suoi vecchi maestri vivrà, anche lui, un'esperienza soggettiva tra le mura decadute del convento tra i vecchi maestri che lo accoglieranno come uno di loro, tramando però di sacrificarlo al demonio in ossequio alle loro pratiche segrete. John Silence, di passaggio in zona, riuscirà a intromettersi nel sogno/incubo del protagonista e a liberarlo dal concreto pericolo costituito da un'esperienza al confine tra il sogno e la realtà. Al risveglio, il protagonista si renderà conto che della sua vecchia scuola, in realtà, non resta altro che un cumulo di rovine. Il suo sogno però è stato molto pericoloso perché qualora non fosse intervenuto Silence avrebbe perso la propria anima trasformandosi in un automa. Anche se non detto, viene ribaltato e riproposto sotto altra lente il tema del corpo astrale. Bizzarrissimo, soprattutto per la natura del cliente del dottore, Un'Invasione Paranormale. Lo abbiamo già detto, è il racconto in cui l'autore traccia il profilo del suo detective per poi farlo entrare in azione a esorcizzare uno spirito maligno che ha preso possesso della casa di uno scrittore satirico che ha però perso la sua verve comica. Ancora una volta Blackwood rende personalissime le sue storie. A fungere da catalizzatore è l'utilizzo di una sostanza allucinogena, la Cannabis Indica,che viene assunta da questo scrittore per aumentare la propria verve comica. Una sorta di doping creativo, per intenderci. Uno degli effetti di questa droga è infatti il provocare un riso irrefrenabile. La sostanza produce l'effetto voluto, ma apre anche le porte a quelle che John Silence definisce le “forze di un'altra regione” mettendo in contatto, involontario, lo scrittore con gli spiriti che popolano l'invisibile. Tormentato dalle strane figure che vagano per l'abitazione e che sono riconnesse al precedente affittuario (ovviamente deceduto e votato al male), lo scrittore oltre a perdere la propria arte comica cade in una paranoia che lo conduce alle porte della follia. È la moglie di quest'ultimo a far sì che il caso finisca sulla scrivania di John Silence, che interviene in via diretta per esorcizzare la casa. Ad aiutarlo, nel frangente, non c'è il fido Hubbard, ma un cane e un gatto in vesti di inconsapevoli assistenti. “Tutti gli scrittori umoristici meritano di essere aiutati, non possiamo permetterci di perderne nemmeno uno in questi tempi sciagurati” commenta Silence. Racconto piuttosto classico che ispirerà Hodgson. Silence agisce però con i suoi poteri mentali, senza armi o amuleti. Blackwood divide in due il racconto. Nella prima parte, dopo aver introdotto il personaggio del John Silence, il protagonista viene notiziato circa i fatti che hanno portato il cliente a imbattersi con l'occulto. Nella seconda parte invece abbiamo l'intervento diretto del detective e la soluzione del caso grazie al ricorso delle formule e della ritualità dell'alchimia spirituale. In pericolo però, avverte Silence ancora a sottolineare il tema della vita successiva a quella conosciuta dai comuni mortali, non è il presente (ovvero l'esistenza fisica), ma la vita interiore, quella psichica (argomento ritornante come abbiamo visto) capace di abbandonare il corpo mortale e di sopravvivere allo stesso ma anche di subire danni, ovvero contaminazioni, nella vita terrestre da cui non è poi possibile lavarsi in un secondo tempo. Ne deriva una visione trascendente, che accenna risposte alle domande relative al senso della vita ultraterrena, peraltro comune a una data cerchia di autori di narrativa fantastica con la “F” maiuscola. David Punter, nel suo monumentale Storia della Letteratura del Terrore, scrive, a ragione, che in Algernon Blackwood “il regno del soprannaturale è accettato come esistente”. Vi è dunque una credenza effettiva, il fantastico non viene visto come un mero gioco o una metafora su cui traslare aspetti della vita, per così dire, materiale. Nel volume della Edipem de Maestri della Letteratura Fantastica si accenna quanto in Blackwood vi sia una convinzione marcata circa la possibilità di ampliare le facoltà umane e gli strani poteri che dormono nell'uomo. Lovecraft (razionalista e scettico circa l'effettiva esistenza del mondo del paranormale) parla invece, pensando a Blackwood, di un universo irreale (l'inglese, come abbiam detto, non lo avrebbe chiamato così) che preme di continuo sul nostro. Il solitario di Providence non fa poi giri di parole nell'esprimere il suo giudizio sulle qualità del collega: “Blackwood è il più grande e indiscusso maestro nel creare un'atmosfera soprannaturale... più di ogni altro capisce come certe menti sensibili possono indugiare ai confini del sogno, e quanto illusoria sia la distinzione tra le immagini create dagli eventi reali e quelle stimolate invece dal gioco della fantasia”. Per quel che mi riguarda sostituirei la parola fantasia e aggiungerei "dalle interferenze che sfuggono alle leggi umane e che trovano sede oltre alle dimensioni percepibili con i nostri (limitati) cinque sensi".

Voglio infine soffermarmi sull'ironia un po' beffarda dell'autore che mette spesso in relazione la comicità con il terrore. Nell'ultimo racconto analizzato scrive che “dietro il comico si cela sempre la paura. Un terrore travestito con la maschera da pagliaccio, che trasforma l'uomo nel campo di battaglia di due emozioni opposte, armate per lottare fino alla morte.” Sulla stessa falsa riga, in modo forse anche un po' blasfemo, chiude il racconto Un Licantropo in Campeggio scrivendo: “E per enfatizzare l'eterna vicinanza di commedia e tragedia, due piccoli dettagli spuntarono sulla scena e mi impressionarono così tanto che li ricordo ancora come fosse ieri. Nella tenda dove avevo appena lasciato Joan, tutta tremante della nuova felicità, mi arrivarono all'orecchio i rumori grotteschi di Lupo di Mare che stava russando, ignaro di tutto quanto, e dalla tenda di Maloney mi giunse il monotono alzarsi e abbassarsi di una voce umana: era un uomo che pregava il suo Dio.” Fu così, mi verrebbe da aggiungere prendendomi una licenza narrativa, che dietro il sudario che prende le forme del mantello della copertina scelta dalla Utet, si levò una risata, ma fu difficile per tutti capire se di scherno o di divertimento o forse, più a tema col tutto, di diabolica complicità.

La copertina del film ispirato, vagamente,
ad ANTICHI SABBA,
uscito nel 1942 per la regia di
Jacques Torneur
propio quando Blackwood ripubblicò
una nuova versione dell'antologia.

Una considerazione finale su alcuni aspetti post produttivi, diciamo così. Interessante chiedersi, non che lo facciano molti, la natura del nome che Blackwood ha scelto per il suo personaggio. Sul punto è apprezzabile l'analisi che fa Flavio Santi secondo il quale, a mio avviso a ragione, il nome potrebbe richiamare il tema del silenzio iniziatico, il famoso Silentium. Santi però propone anche altre soluzioni, come una scelta ricollegabile allo pseudonimo del filosofo Kierkegaard ovvero Johannes de Silentio.
Un altro enigma è quello costituito dalla dedica apposta a inizio opera dall'autore: "a M.L.W, il vero John Silence nonché compagno di mille avventure." E' probabile che si tratti del nome in codice usato da un collega di studio all'interno dell'organizzazione segreta di cui faceva parte Blackwood. Santi non riesce a sciogliere il mistero, in altri nemmeno si interrogano seriamente al riguardo. Difficile pensare, ma non impossibile, che Blackwood abbia voluto solleticare la fantasia dei lettori insinuando nelle loro menti la possibile esistenza di un personaggio come il Silence, così da amplificare il fascino delle storie narrate. Difficile, lo abbiamo detto, ma tutt'altro che impossibile.
C'è poi la storia relativa alla divulgazione dell'antologia che, abbiamo più volte detto, esce in Inghilterra nel 1908 e viene ristampata dal suo autore nel 1942, preceduta da una prefazione dallo stesso curata. Proprio in quell'anno esce al cinema, per la regia di Jacques Torneur, un film vagamente ispirato ad Antichi Sabba che viene intitolato Cat People (Il Bacio della Pantera in Italia). Il film avrà un remake nel 1982 con Nastassja Kinski, per la regia dello sceneggiatore di Martin Scorsese ovvero Paul Schrader, reduce dallo script di Toro Scatenato e prossimo a scrivere Mosquito Coast. Da molti viene considerato come un chiaro omaggio a Blackwood, ma chi ha letto il racconto non tarderà a comprendere quanti pochi siano i punti di contatto.
In Italia il testo arriva tardissimo, con ritardo oserei dire scanadoloso, per merito della piccola ma sempre attenta al fantastico Fanucci Editore che lo fa uscire col titolo John Silence, Investigatore dell'Occulto. Nel testo, forse per limiti di spazio, vengon proposti solo cinque dei sei racconti. A esser tagliato è Una Vittima dello Spazio Superiore, pubblicato poi l'anno successivo in un'altra antologia interamente dedicata a Blackwood intitolata Colui che Ascoltava nel Buio. La mancanza non viene colmata dalla ristampa di dodici anni dopo. Solo 2010 (a oltre cento anni dall'uscita del testo inglese), grazie alla Utet, i sei racconti saranno finalmente riuniti in un testo accompagnati da due omaggi, definibili bonus track, con Jim Shorthouse protagonista. Il resto è storia recente, non mi resta che invitarvi a conoscere la narrativa di Blackwood partendo proprio dal suo celebre detective in grado di fare scuola e proselitismi nel campo della narrativa del terrore.

Ps: leggo e dunque riporto per completezza, dalla voce autorevole di Andrea Bonazzi, che sarebbero state pubblicate in Italia altre tre antologie in cui erano inseriti però tre dei racconti della serie. Dalle testuali parole di Bonazzi sarebbe uscita una prima antologia a cura Fratelli Bocca Editori, nel 1946; un'edizione del Gattopardo Editore nel 1972 e una riproposizione di questa a cura de La Bussola Editrice nel 1978. I tra racconti interessati da questi volumi sarebbero stati A Phisical Invasion, Ancient Sorceries e Secret Worship.

Locandina inglese.

"Il vero chiaroveggente odia il suo potere, perché sa di aggiungere nuovi orrori alla propria vita ed è perciò di natura triste."

venerdì 16 dicembre 2016

Recensione Narrativa: LE NOTTI DELLA LUNA NERA di Libero Samale (alias Frank Graegorius e John Kheith).



Autore: Libero Samale (meglio conosciuto come Frank Graegorius e qua John Kheith).
Genere: Horror.
Anno: 1980.
Edizione: Antonino Cantarella, collana I Racconti di Dracula, N. 140.
Pagine: 122.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Penultimo romanzo horror di Libero Samale che, stranamente, si firma come John Kheith (nome del protagonista della storia) in luogo del consueto Frank Graegorius.
Non ci soffermiamo su questa figura, avendolo già fatto in altre occasioni, ci "limitiamo" qua a definirlo il Conan Doyle tricolore, certi di fargli un complimento, per la sua appartenenza ai gruppi esoterici ma soprattutto per la sua professione di medico (lodato psichiatra) e di serio studioso di occultismo in ogni sua sfaccettatura. Il romanzo che ci è capitato per le mani, Le Notti della Luna Nera, è una delle sue ultimissime fatiche, che esce appena cinque anni prima della morte, quando il Gran Maestro Dottore, ha già 66 anni. Dunque è un Samale forse stanco, ormai prossimo a lottare con l'ictus che lo avrebbe condotto nell'aldilà per prender parte, ci piace immaginarlo, a un'altra vita cui si accede con un viaggio da cui non è consentito ritorno (quanto meno cosciente). Ne deriva un testo che non è certo da annoverarsi tra le sue perle, ma questo non deve condurre a cestinarlo celermente o a giudicarlo non meritevole d'interesse.
Lo stile e la capacità evocativa, infatti, sono quelle dei tempi migliori. Così come la narrazione e i tempi rendon la lettura scorrevole e piacevole, mai noiosa. L'intreccio è il punto debole, peraltro un po' portato per le lunghe nella prima parte, e non mancano alcuni punti poco approfonditi (a esempio non si capisce perché le divinità del male dal Nepal decidano di recarsi in Inghilterra). 
Abbiam da poco letto e recensito Malpertuis di Jean Ray e ritroviamo, in questo testo, l'idea delle divinità, questa volta legate alla mitologia indiana (India orientale), che tornano a vivere celandosi dietro spoglie umane. A differenza di Ray però, queste divinità sono conscie del loro stato e ritornano sulla terra per scatenare il male senza che questo sia determinato da destino o fattori esterni. Scatenano il male perché sono nate proprio con questo fine. Come nell'opera del belga si assiste a un mescolamento di culture dato che, dall'idea iniziale di Brahma contrapposto alla dea Kalì e al suo sposo, si arriva alle messe nere e a una setta, composta per lo più di zingari cecoslovacchi, che venerano il diavolo con accezione e riti prettamente europei. Protagonisti, ancora una volta, abbiamo preti e guru che disquisiscono su quale sia la vera e unica religione e un giovane ragazzo che vede rapita la sua giovane sposa.
Il tema del romanzo prende le mosse da concetti filosofici propri di personalità come Empedocle. Ritroviamo infatti l'innegabile convinzione relativà alla necessità perenne di un conflitto tra bene e male come linfa vitale per far si che il mondo possa andare avanti. Dunque il male ha, a suo modo, una natura benevola, essendo lo stesso necessario per la stessa esistenza del bene. "Sai bene che che ci risveglierai e molto spesso." tuonano, all'alba della creazione, le due entità diaboliche, paragonabili per finalità ai demoni cristiani, al dio Brahma. "Altrimenti il tuo mondo non sarà equilibrato. Male e bene devono lottare tra loro per assicurare al mondo una possibilità di esistenza. La crudeltà non può mancare nel tuo mondo, così come non può mancare la morte." E così, da condannate a restare nell'abisso, le due entità sovraumane, periodicamente, vengono liberate dalle catene per ritornare nel mondo degli uomini per portare odio e violenza, finché un eletto non entrerà in possesso di un'arma rituale, simboleggiata da una spada lucente, che li ricaccerà negli inferi, dividendo l'amore malato e perverso che unisce le due divinità trasformandole in un cocktail satanico. 

Questa l'interessante premessa su cui viene costruito un canovaccio che vede ritornare, sotto le vesti di una pantera e di un cobra, la Dea Kali e il suo sposo, Rudra il rosso. E' la prima che risveglia il suo uomo, in virtù di un sinuoso ballo che inebria e ipnotizza la vittima di turno che finisce così impossessata dallo spirito di Rudra il Rosso e perde così ogni volontà e legame con la realtà. Samale regala perle di erotismo poetico, con la Dea Kali che affiora dalle acque di un lago piuttosto che di una piscina, alla stregua di una Venere Infernale, per indurre al peccato soggetti incapaci di resistere alla sua carica erotica e al suo richiamo. Si assisterà più volte a queste scene di ammaliamento finché la divinità non si rivelerà soddisfatta del corpo giusto da offrire in regalo allo spirito del suo amato. Si assiste dunque a una prima parte a metà strada tra il poliziesco grandguignolesco (non manca quello che oggi viene chiamato splatter, in particolare è da ricordare un pazzesco interevento chirurgico in sala operatoria) e il fantasy. Samale prende un po' di tempo, ripetendosi anche, dispensando vere e proprie firme degli omicidi che si susseguono con la presenza di elaborate statuette a forma di pantera e di cobra lasciate sui luoghi degli omicidi, ovvero "i simboli che rappresentano l'essenza malvagia delle due divinità."

L'autore LIBERO SAMALE.

La seconda parte del testo è invece più spiccatamente horror, ma Samale, pur perseverando a regalare momenti di sano terrore scritti da gran narratore del brivido, perde la via maestra dell'originalità e ritorna su tematiche a lui care già proposte in opere come Il Golem (1963). Così vediamo i protagonisti spostarsi dal Nepal a Londra e da questa alla "cara" Repubblica Ceka (sui monti Tatra), con la consueta schiera di zigari che stordiscono con i loro violini ipnotizzando i passanti e con le messe nere che richiedono sacrifici umani. In questo contesto si scatena la lotta per la conquista della spada magica che, guarda caso, si trova proprio in una grotta sui Monti Tatra protetta da rettili di ogni specie, ivi compresi coccodrilli, e che i protagonisti dovranno affrontare. Rudra e la Dea Kalì, intanto, spadroneggiano tra gli zingari, forti dei loro incantesimi e dei loro maledetti miracoli, spacciandosi per i demoni dell'inferno cristiano. Bella la parte in cui la Dea fa risogere un vecchio avvocato sepolto in una tomba, trasformandolo nel suo putrescente e fedele servitore. "La putredine è bella, la putredine è buona! La putredine è più soave d'un balsamo. E voi, volete servire il Principe delle Tenebre? Ebbene, dovete apprezzare non più il bello, il buono e il vero, ma la bruttezza, la malvagità e la menzogna. La morte è migliore della vita , perché le tenebre sono migliori della luce" questo dicono ai loro seguac i due spiritii, promettendo protezione ma garantendo morte ai traditori. Chi decide di legarsi al male non può più esser libero di ripensamenti.

Epilogo con gli eroi di turno che ristabiliranno la normalità e le divinità che andranno incontro al loro ciclico declino in attesa di una nuova era in cui risorgere. Omaggio persino a un western come Un Dollaro Bucato con un amuleto di una maga che si rivelerà decisivo grazie alla sua composizione, anziché al suo supposto valore mistico e trascendentale.

In definitiva siamo al cospetto di una lettura piacevole che si ultima in qualche ora, ma che lascia poco di nuovo. Quello che c'è da apprezzare è la capacità narrativa di evocare scenari fantastici da brivido, che cela un autore che non ha avuto lo spazio che avrebbe meritato nell'alta editoria. C'è allora da ringraziare piccole realtà come la Dagon Press o entusiasti studiosi/scrittori come Sergio Bissoli che, con gli strumenti a disposizione (purtroppo non molti), han contribuito a gettare luce su un personaggio di spiccato valore umanistico e narrativo oltre che professionale nel campo della psichiatria. Allora lunga vita al dottore che, sicuramente, scruterà da qualche dimensione a braccetto con Doyle e gli altri appassionati e creatori di narrativa Fantastica.

"Forse la SPADA DI FUOCO  sarebbe riuscita a
sospingere Rudra e Kalì nell'abisso da dove erano
usciti; ma sempre essi avrebbero lasciato il loro marchio
feroce: il COBRA ROSSO e la PANTERA NERA,
a devastare le vite umane.
Brahma abbandonò le sue fantasticherie dolorose e tracciò
con la spada una traccia di fiamma nello spazio.
(Libero Samale aka John Keith e Frank Graegorius)  

"Nell'abisso dei millenni, prima che il mondo fosse il Nero Nulla, sbadigliò e dal suo sbadiglio nacque Rudra il Rosso, il Dio del male. Dormiva sospeso nello spazio vuoto, caos che ribolliva nella mente di Brahma. Ma dall'abisso scaturì anche un'altra feroce creatura: la dea Kali."

giovedì 15 dicembre 2016

Recensione Narrativa: MALPERTUIS di Jean Ray.



Autore: Jean Ray.
Genere: Weird/Horror.
Anno: 1943.
Edizione: Mondadori (Urania Horror, N.12, uscito il 7.12.16).
Pagine: 159.
Prezzo: 6,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Prima di iniziare la recensione di questo romanzo è doveroso fare un ringraziamento alla Mondadori, nelle persone di Giuseppe Lippi e Franco Forte, per aver riproposto questa pietra miliare della narrativa weird europea che era stata pubblica decenni fa dalla Mondadori stessa e finita fuori catalogo con prezzo lievitato alle stelle. La sperenza-invito è che la collana Urania Horror perseveri nella "riscoperta", o meglio riproposizione, dei capolavori dei grandi maestri e magari proponga anche qualche inedito in Italia di autori, a esempio, quale Sax Rohmer o il Simon Iff di Crowley, tanto per dare qualche suggerimento. Staremo a vedere e incrociamo le dita.
Adesso addentriamoci nel clima malsano e onirico di questo Malpertuis ovvero "l'antro della volpe", la casa della malizia, dove la volpe viene intesa quale figura demonologica sia in Europa che in Oriente, da considerarsi ovvero quale simbolo metaforico di uno stregone, un taumaturgo di grande potenza. Così spiega il nome della casa, in cui è ambientato il romanzo e a cui da anche il titolo, il folle e funambolico autore che sta dietro al testo: il belga Raymond Jean Marie de Kremer meglio conosciuto come Jean Ray.
Pietra miliare della narrativa del terrore europeo che risale al lontano 1943, ma che non risente affatto degli anni godendo di un'originalità tutta sua innestata in un classico soggetto che rientra nel campo del sottogenere delle case stregate.

La storia si sviluppa prevalentemente all'interno di una magione e viene alla luce grazie a un furto perpretrato da un ladro all'interno del convento Pères Blancs. Il malfattore porta infatti alla luce alcuni fogli scarabocchiati, frutto del lavoro di quattro persone vissute anche in epoche diverse, contenuti all'interno di un tubo di stagno e che riportano i fatti connessi alla magione Malpertuis e al suo vecchio proprietario, un fondatore Rosacroce, di nome Quentin Moretus Cassave. Tutta la storia, dopo una premessa in cui i lettore viene proiettato sul mare agitato che si affaccia su una fantomatica isola greca (c.d. degli Dei morenti), si svolge all'interno o nei pressi di Malpertuis, dopo la morte del vecchio Cassave. Quest'ultimo ha infatti disposto che tutti i suoi eredi, pena esclusione dall'eredità, siano obbligati a vivere all'interno della magione sino alla loro morte, ricevendo in cambio una rendita annuale e un faraonico vitalizio. Questo l'inizio cui segue la presentazione dei vari eredi, che non vanno molto d'accordo tra loro, in un clima onirico in cui il mistero e la promiscuità, compresa sessuale, aleggiano di continuo a scacciare l'iniziale noia che regna sovrana.
Jean Ray non è sempre facile da seguire nella prima parte, adotta uno stile poetico, un po' pomposo in alcune parti, seppur macabro, ma quando deve ricorrere all'artificio della tensione sa quale corde toccare. Sono infatti presenti almeno tre o quattro capitoli di grande effetto visionario e orrorifico. Non aggiungo altro per non rovinare il pathos dei vari momenti. Posso solo dire che presto il protagonista, il giovane Jean-Jacques Grandsire, si troverà proiettato in un incubo popolato da creature di ogni specie, con frangenti che sembrano propri di un racconto di Lovecraft (alla fine però le distanze tra i due autori saranno ristabilite). "Malpertuis potrebbe essere l'abominevole punto di contatto di due mondi, di essenza differente, che si vengono a sovrapporre" ipotizza il protagonista, mentre, a poco a poco, i suoi conquilini cominciano a morire o a sparire, in aggiunta ad accadimenti ultraterreni: tipo persone che lanciano fuoco dalla bocca o altre di dimensioni paragonabili a quelle di una mosca.

Poster americano della
trasposizione cinematografica.

Il lettore comincia a pensare a una storia affascinante, ma comunque rientrante nel classico tema delle case stregate, quando d'improvviso Ray vira in una direzione piuttosto originale e crea una situazione tutta sua che ricorda un po' le tematiche di un Lord Dunsany cambiando tuttavia il background culturale dal celtico al mediterraneo. Gli eredi infatti, alcuni anche inconsapevoli, non sono coloro che pensano di essere, ma sono involucri di carne e ossa al cui interno vivono entità assai antiche che si ricollegano, addirittura, alle divinità dell'antica Grecia, con tutti i poteri e le debolezze raccontate dalla mitologia. Gelosie amorose, rivalità e la volontà del destino, giudicato ineluttabile dall'autore, determineranno il terribile epilogo previsto, probabilmente, proprio dal vecchio Cassave, prima ancora di morire. "Perché, al di sopra dei desideri e delle aspirazioni degli uomini, al di sopra della volontà degli dei, regna la legge inflessibile del Destino! Ciò che sta scritto deve compiersi" con buona pace del libero arbitrio, verrebbe da aggiungere. Così spiega Zeus, sotto mortali spoglie, a un religioso che lo ascolta stringendo in mano il rosario e invocando l'intercessione di Dio. Inutile sottolineare che il religioso vedrà più di quanto sia consentito a una mente rigida e la conseguenza di aver scrutato nell'ignoto sarà quella tanto cara al maestro di Providence. Una fine invece cui non era andato incontro il vecchio padrone di casa, guarda caso un dottore in scienze occulte ed ermetiche (e dunque aperto a ogni soluzione e sperimentazione), che si era fissato di ritrovare gli dei morenti dell'antica Grecia per imprigionarli, attraverso riti magici, nella propria magione, al fine di sfruttarne i poteri. Dunque un canovaccio dove sacro, profano e pagano vengono a miscelarsi in un gran calderone in cui trovano spazio anche le leggende folkloristiche dei lupi mannari (introduzione a mio avviso un po' forzata da parte di Ray), con l'elemento della pelle di lupo utilizzata nelle notti di luna piena, come si legge dai documenti ottocenteschi della primordiale criminologia francese, per commettere omicidi e abomini di ogni specie. Preti votati all'amore divino, altri invece maledeti e civili mezzosangue (un po'umani e un po' dei) si troveranno così a lottare contro gli dei dell'antica Grecia, sopravvissuti nel corso dei secoli, in un finale apocalittico dove la pazzia giungerà a fare saltare i cervelli più ortodossi.

Lettura classica, senz'altro da riscoprire, anche se non di facile fruizione nella prima parte di narrazione per i lettori standard. E' consigliato, dopo la prima lettura, riprendere in mano il libro e analizzarlo di nuovo da capo alla luce delle scoperte fatte a termine opera. Da avere in biblioteca, specie per il modesto prezzo dell'edizione Urania che lo ha riproposto dopo ventisei anni dall'ultima edizione uscita sul mercato italiano.

Dal libro è stato tratto un adattamento cinematografico diretto nel 1971 da Harry Kumel, con Orson Welles (nei panni di Cassave) e Sylvie Vartan tra gli attori principali.

L'autore JEAN RAY.

"Gli uomini non sono nati per volontà degli dei. Anzi, gli dei devono la loro esistenza alla fede degli uomini. Se questa fede viene a mancare gli dei muoiono"

lunedì 5 dicembre 2016

Recensione Narrativa UNO STUDIO IN ROSSO di Arthur Conan Doyle.



Autore: Arthur Conan Doyle.
Titolo Originale: A Study in Scarlet.
Genere: Giallo.
Anno: 1887.
Pagine: 130 circa.

Commento di Matteo Mancini.
Pietra miliare del genere giallo/poliziesco soprattutto per essere il romanzo che introduce il personaggio di Sherlock Holmes e il suo metodo analitico che farà scuola in narrativa, ma anche nel campo d'indagine della vita di tutti i giorni gettando le basi dell'odierna criminologia.
Conan Doyle avvia così la serie che gli regalerà una fortuna economica probabilmente non preventivabile quando, nel 1887, concepì questo suo Uno Studio in Rosso. Il medico scozzese, di origini irlandesi, quando pubblica il romanzo ha circa ventotto anni e ha già scritto alcuni discreti racconti brevi rientranti nell'alveo della narrativa del terrore, ma è ancora lontano dalle storie fantastiche del Professor Challenger che amerà, crediamo di poter dire, molto di più del suo geniale detective. Affascinato dalle storie, poche per la verità, con protagonista l'investigatore Auguste Dupin di Edgar Allan Poe che, nel 1841, comparve nel romanzo ispiratore I Delitti della Rue Morgue, Doyle decide così di dar vita a un testo che aprirà le porte a una lunga serie. Quattro romanzi e qualcosa come una sessantina di racconti, che hanno tutti in comune, altro aspetto che farà scuola, una narrazione filtrata dai ricordi dell'assistente Watson che ricorda i casi come se stesse leggendo le pagine di un suo diario.

A differenza delle opere di Poe però, questo primo romanzo, non si concentra sull'intreccio giallo, ma punta tutto sulla caratterizzazione dei personaggi e sul metodo di indagine utilizzato per risolvere un duplice delitto il cui movente è sepolto negli anni e si riconduce a una vecchia vendetta. Dunque niente a che vedere, a esempio, con i successivi gialli di Agatha Christie, tanto per citare un'altra Grande Maestra, finalizzati a portare il lettore a chiedersi chi sia l'autore degli omicidi e a scovarlo tra una serie di sospettati, grazie a svariati indizi seminati nel testo. Qua non c'è alcun interesse a spingere verso questa direzione, del tutto impraticabile peraltro, ciò che preme all'autore è presentare il metodo d'indagine rivoluzionario del suo personaggio. Doyle addirittura arriva a dividere la storia in due parti, con una sorta di racconto nel racconto. Abbiamo la prima parte dove, dopo aver presentato i personaggi e analizzata la scena del crimine per cui Sherlock Holmes viene ingaggiato da Scotland Yard in veste di consulente, viene risolto il caso e una seconda parte dove, regredendo indietro di trenta anni in una scenografia western, si spiegano, partendo molto alla lontana, le ragioni che stanno alla base del duplice omicidio consumato a Londra. Una storia quest'ultima che verte sulla volontà ossessiva di vendetta di un uomo riconnessa alla scomparsa di una giovane donna deceduta, per crepacuore, all'interno di una comunità di mormoni (tratteggiati come una setta dominata da un santone accentratore).

Statua di Sherlock Holmes
a Londra.

Intreccio dunque tutt'altro che memorabile, ma caratterizzazione e spiegazione del metodo d'indagine di alta scuola tanto da elevare il romanzo a pietra miliare. Doyle gioca a voler superare il maestro Poe, facendo dire al suo protagonista che i metodi del corrispettivo collega americano (Dupin) sono molto plateali e superficiali oltre che poco geniali. Ne deriva l'ideazione di un personaggio in apparenza pomposo e presuntuoso, quasi un giocatore d'azzardo che spara ricostruzioni e arriva persino a dire, a colpo d'occhio, i mestieri delle persone che passeggiano per la strada, ma che alla fine non sbaglia alcuna visione e previsione riqualificandosi così da potenziale cialtrone a genio, una specie di mentalista ante litteram che assorbe dati, analizzando vestiti, portamenti, caratteristiche fisiche, tracce sul terreno, attraverso un ragionamento regressivo che prende le mosse dai dati oggettivi che si hanno sotto gli occhi per concludersi con l'individuazione del dato da scoprire. Un metodo di indagine che lascia sorpresi i poliziotti professionisti che invece affondano o sbagliano nell'interpretare i vari indizi. Infatti, se Sherlock Holmes spicca, Doyle mette in cattiva luce Scotland Yard e i suoi poliziotti. “Gregson è la mente più brillante di Scotland Yard. Lui e Lestrade sono gli elementi migliori di un branco di imbecilli...” I due agenti finiranno così per imboccare piste sbagliate e arrestare innocenti, mentre Sherlock, attraverso l'impiego anche di un un gruppo di ragazzotti di strada, riuscirà a individuare il vero responsabile. Ciò nonostante, sulla carta stampata, i meriti della risoluzione del caso andranno tutti a Scotland Yard perché “questo succede quando non si ha una posizione ufficiale.” Sherlock Holmes viene definito dai giornalisti, che non sono a conoscenza del dietro le quinte, come un dilettante che può solo sperare, col tempo, di conseguire un po' delle abilità dei due grandi poliziotti. Lapidario il commento di Sherlock, alla vista dell'articolo e alla presenza dell'amico Watson (conosciuto perché quest'ultimo, di ritorno da una campagna militare in Afghanistan, era in cerca di un alloggio da dividere con un compagno di camera), in riferimento all'esito finale della storia: “A questo mondo, quello che si fa non ha molta importanza. Il problema è, cosa si può far credere alla gente di aver fatto!”

Un cenno conclusivo va alla caratterizzazione di Sherlock Holmes. Doyle non da vita a un super eroe completo e tuttologo, piuttosto a uno specialista dell'indagine ovvero a una vera e propria macchina di indagine che sa tutto quello che deve sapere per perseguire il suo obiettivo, ma che poi ignora tutto il resto persino ovvietà riconducibili a una minima conoscenza di cultura generale. Un imprinting che trova la sua ragione d'essere in una convinzione che lo stesso indagatore spiega al suo assistente, stupefatto dei commenti del mentore che dichiara di disinteressarsi del tutto alla teoria copernicana. Così spiega Holmes:“il cervello umano è come un attico vuoto che uno deve riempire con i mobili che preferisce. Uno sciocco assimila ogni sorta di ciarpame gli viene a tiro, così le nozioni che potrebbero essergli utili vengono spinte fuori o, nella migliore delle ipotesi, accatastate alla rinfusa insieme con un'infinità di altre cose, di modo che ha difficoltà a ritrovarle. Un operaio abile, invece, sta molto attento a ciò che immagazzina nel suo cervello.”
Dunque un individuo che non è laureato, eppure studia più di coloro che seguono i corsi convenzionali e lo fa attraverso l'analisi di una serie di materie variegate tutte funzionali a fargli espletare la sua professione di detective dilettante. Un personaggio fuori schema, bizzarro e a tratti poco raccomandabile che pure supera di gran lunga i professionisti. “I suoi studi sono privi di qualsiasi metodo e piuttosto eccentrici” spiega un amico di Watson prima di farglielo conoscere, “ma ha accumulato una massa enorme di cognizioni insolite che lascerebbero a bocca aperta i suoi professori... Dio solo sa cosa studia.”
L'ambizione di Sherlock Holmes, uomo peraltro piuttosto scostante e suscettibile agli sbalzi di umore, è così sbandierata da renderlo agli occhi dell'amico come arrogante e pomposo. Così infatti il detective parla di se: “Ho tutte le qualità per diventare famoso. Non esiste e non è mai esistito qualcuno che abbia dedicato tanto studio e tanto talento naturale alla scoperta del crimine quanto ne ho dedicato io.”
Doyle tratteggia così i caratteri di un personaggio destinato a ricomparire di nuovo sulla carta stampata dove, tuttavia, farà ritorno solo tre anni dopo con Il Segno dei Quattro. L'inizio della leggenda è così appena accennato...

Un giovane Arthur C. Doyle.

Asseriva di esser in grado di intuire i pensieri più reconditi delle persone da una fuggevole espressione, dalla contrazione di un muscolo, da un'occhiata. Secondo lui, era impossibile fingere in presenza di chi fosse addestrato all'osservazione e all'analisi. Al non addetto ai lavori i suoi risultati sarebbero apparsi talmente sorprendenti che lo avrebbero preso per uno stregone.

venerdì 25 novembre 2016

Recensione Narrativa: L'INCENDIARIA (Firestarter) di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Firestarter.
Anno: 1980.
Genere: Fantascienza / Mad Doctor / Poteri Paranormali.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 408.
Prezzo: 10,90 euro.

Recensione video a cura di Matteo Mancini. https://www.youtube.com/watch?v=wFjl3ACu1bs&t=122s .

Commento a cura di Matteo Mancini.
Sesto romanzo "ufficiale", non contando quelli firmati Richard Bachman e facendo riferimento alla cronologia di pubblicazione in Italia, nella lunga carriera di Stephen King. Scritto nel 1980, giunto in Italia con due anni di ritardo, viene considerato dai più come la prima battuta di arresto nella produzione dello scrittore del Maine (dopo seguirà un evidente calo qualitativo, da cui però lo scrittore del Maine si saprà riprendere alla grande). Arriva infatti dopo cinque dei principali romanzi di King ovvero Carrie, Le Notti di Salem, Shining, L'Ombra dello Scorpione e La Zona Morta. Dunque materiale di confronto non certo facile per questo L'Incendiaria che comunque non sfigura troppo. King fonda, potremmo quasi dire, le tematiche di Carrie incentrate sulla "maledizione/benedizione" di un'adolescente (nella fattispecie più bambina, ma con caratterizzazione quasi da adulta) dotata di poteri paranormali che cerca di contenere con la convizione, in caso contrario, di commettere peccato, con spunti già affrontati sia con La Zona Morta che con L'Ombra dello Scorpione. Spiccano infatti i poteri di chiaroveggenza del padre della piccola protagonista (qua dotato anche di poteri mentali alla maniera del successivo Scanners di Cronenberg, per intenderci, ovvero tali da annullare la volontà altrui e assoggettarla alla propria), ma soprattutto il ruolo deviato della scienza incapace di contenere i propri esperimenti, mettendo a serio rischio (nella fattispecie potenziale, ne L'Ombra dello Scorpione reale) la sicurezza dello stato. Dunque il peccato, con accezione religiosa, come freno inibitore e ultima barriera protettiva per soffocare le proprie pulsioni e le proprie inclinazioni (tematica che arriva da Carrie). I poteri paranormali devono esser castrati, piuttosto che visti quali speranze per incanalare le qualità verso obiettivi non distruttivi e, soprattutto, liberi e non determinati dalla supervisione di poteri istituzionali. Una visione pessimista quanto realista, basti fare un parallelo con tutte le scoperte scientifiche che nascono sotto i migliori auspici e poi vengono convertite per finalità militari o comunque legate ai concetti di dominio, controllo e manipolazione mentale (tutti aspetti affrontati in questo L'Incendiaria).

King, a differenza di altre opere, parte in quarta, usando poi l'espediente del flashback per spiegare i fatti che fungono da premessa alla vicenda. Così assistiamo fin da subito a un lungo inseguimento ai danni di un giovane padre e della sua piccola bambina di sette anni, braccati da un auto verde condotta da agenti più o meno segreti al soldo di un'organizzazione denominata La Bottega. Un'istituzione, quest'ultima, legata al Dipartimento Ricerche Scientifiche con la finalità di promuovere ricerche funzionali a garantire la sicurezza nazionale. Tutto ha inizio con un esperimento che prende una piega inattesa e cruenta e che King spiega nel corso del romanzo, in modo da scegliere una struttura con tensione subito presente anziché crescente al procedere della narrazione. Scopriamo infatti che il ragazzo che fugge con la bambina ha partecipato volontariamente (dietro la promessa di ducento dollari), alcuni anni prima, insieme ad altri undici studenti, a un esperimento. A sei di questi studenti è stata iniettata dell'acqua, mentre ad altri sei è stato somministrato un farmaco in corso di studio: il Lot Six. Questo Lot Six altro non è che un allucinogeno capace di amplificare le capacità mentali delle persone a cui viene somministrato, al punto da far sorgere sotto la sua influenza poteri paranormali. Si parla di telecinesi, influenzamento mentale, chiaroveggenza, telepatia e via dicendo. Il problema sono le controindicazioni, che si rivelano potenzialmente mortali o tali da squilibrare definitivamente la sanità mentale del paziente, ma soprattutto tali da interferire, modificandolo, sul patrimonio cromosomico degli stessi. Solo tre dei soggetti in questione riescono a sopravvivere, due di questi finiscono addirittura per l'innamorarsi e generare una figlia che si rivelerà mutante ovvero capace di esercitare un potere mentale fortissimo, attraverso il quale appiccare incendi senza alcun sforzo o disagio fisico (pirocinesi).

STEPHEN KING
con la piccola DREW BARRYMORE
scelta dalla Universal per interpretare
la piccola Charlie McGee nell'adattamento di
FIRESTARTER.

Questo il soggetto centrale su cui si innesca una storia triste, in cui King dimostra ancora una volta una grande sensibilità nel caratterizzare i personaggi. In particolare tratteggia il profilo di una piccola innocente, a cui viene strappata l'infanzia, vista dagli scienziati come un fenomeno da baraccone da indirizzare a scopi militari e dalle persone comuni come un mostro da evitare, sospeso tra la stregoneria e lo scherzo di natura. Fa male leggere le parti in cui il padre, per difendere la figlia, parla di una bimba affetta da un handicap paragonabile ad altri più comuni ma non tale da giustificare l'atteggiamento ostracista di tutti coloro che ne vengono a conoscenza. "Non è un mostro!" urla a chi punta l'indice inquisitore.
Dunque la solitudine, la sensazione di essere una creatura demoniaca pur non avendo quasi libero arbitrio, i mille sensi di colpa (ivi compreso quello di aver causato indirettamente la morte della propria madre) e il sospetto altrui, quale prezzo da pagare per delle qualità maledette che trasformano un'innocua biondina di otto anni in pericolo pubblico per il mondo intero. Un pericolo pubblico che ha pur sempre il cuore e l'innocenza di una bambina, a suo modo, dolce, che ama gli animali e che chiede solo coccole e amore, ma che finisce per diventare una vera e propria arma in mano a una scienza deviata, cinica ed egoista, che crea mostri nel nome del progresso, calpestando valori come famiglia, amicizia e rispetto della vita altrui.

Bella soprattutto la concitata prima parte del romanzo, in cui si respira pura azione, sicuramente preferibile alla parte centrale dove l'autore passa all'analisi psicologica dei personaggi, sacrificando la componente di genere. Così nella prima parte conosciamo subito la potenza della piccola Charlie, che sbaraglia un vero e proprio plotone di arroganti agenti governativi imparando a controllare sempre più il proprio potere, mentre nella seconda parte abbiamo come apice il capitolo in cui un vecchio sicario indiano, mascherato sotto le sembianze di domestico, rompe la cortina di apaticità dietro la quale si è trincerata Charlie, ormai privata della compagnia del padre (segregato in un'altra cella), guadagnandone la fiducia, col vecchio trucco della comprensione dei problemi altrui mettendo a nudo le proprie debolezze e i propri drammi passati, favorendo così l'immedesimazione della piccina. Finale apocalittico e cattivo (Charlie scopre di esser stata tradita anche da colui che considerava il suo unico amico), con King che vede, forse in modo un po' ottimista, la carta stampata delle testate giornalistiche quale unica fonte di salvataggio per sottrarsi dal controllo scientifico/militare o comunque da una situazione di disagio determinata dal sistema che circonda i deboli di turno. Una speranza che però non è poi così forte, perché in più occasioni, nella lettura del romanzo, assistiamo a operazioni di cover up e di depistaggio informativo, con i "cattivi" che chiamano addirittura in causa attentati terroristici per coprire altre e ben più meschine verità.

Un romanzo dunque piacevole, forse sforbiciabile in più punti, a causa della mania di King di abbondare nelle descrizioni sul passato dei vari protagonisti (si vedano i ricordi nella casa di famiglia del nonno di Charlie), da annoverarsi nel genere fantascientifico. I poteri sovrannaturali, infatti, vengono giustificati da una chiave di lettura pseudo-scientifica e non hanno alcuna origine ultraterrena. Non manca qualche venatura splatter, in qua e in là, ma pur sempre di mero contorno e non certo predominante. Alla fine il romanzo trasmette tristezza, piuttosto che orrore o adrenalina. King fa immedesimare il lettore nella piccola Charlie costretta a far male alle persone che ha intorno per legittima difesa. Un testo che, ne sono sicuro, piacerà soprattutto alle fan di King di sesso femminile, per il loro innato istinto protettivo verso i figli.
Gustose le parti col padre di Charlie che finisce per avere in balia gli scienziati che pensavano di averlo adeguatamente sedato con dei farmaci studiati per attutirne i poteri mentali. King offre così uno spunto interessante, dove suggerisce che la manipolazione mentale, una specie di brainstorming provocato mentalmente con comandi secchi e precisi (si parla di "spinta"), apre delle porte nel subinconscio dei manovrati da cui fuoriescono paure e ossessioni paranoiche che alla fine costeranno molto care ai malcapitati. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura.

Si segnala che nel 1984 la Universal ha prodotto un onesto e piuttosto fedele adattamento intitolato in Italia Fenomeni Paranormali Incontrollabili. Visione non male, ma sceneggiatura ampiamente sforbiciata rispetto al romanzo, con inevitabile perdita pressoché totale dell'ottimo lavoro di caratterizzazione fatto da Stephen King. Peccato che questo film sia stato tolto di mano a John Carpenter, che già aveva il contratto in mano, per una ragione che dir becera è dir poco. La Universal, infatti, si era convinta che Carpenter non fosse un regista in grado di gestire una pellicola come Fenomeni Paranormali Incontrollabili semplicemente perché il suo precedente film, l'immenso La Cosa, aveva fatto flop al botteghino (per colpa del parallelo ET di Spielberg). Così si è dovuto assistere alla bestemmia di vedere bruciato un grande maestro come John Carpenter da un anonimo Mark Lester scelto per prenderne il posto. Inutile dire che chi ha optato per una simile conclusione è degno di finire preda del potere distruttivo della piccola Charlie McGee.

Una scena del film 
FENOMENI PARANORMALI
INCONTROLLABILI.

PS: Una piccola nota personale, ma la trovo divertente. Nel corso della lettura King offre un omaggio diretto a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo col padre di Charlie che, comodo in poltrona, se ne sta a guardare il film di Spielberg. Ebbene, più che a Spielberg, per la base del soggetto, si potrebbe quasi dire che King si sia ispirato all'altro film, quello meno famoso, interpretato dal piccolo Cary Guffey ovvero Uno Sceriffo Extraterrestre... Poco Extra e Molto Terrestre uscito un anno prima rispetto alla stesura di Firestarter. Proprio come la piccola Charlie, il piccolo H725 finirà coinvolto in una storia simile e non certo perché riesce a far accendere i fagioli al grande Bud semplicemente facendogli fuoriuscire una fiammella dall'apice del pollice, schizzato fuori dal palmo della mano, alla maniera di Stanlio...

"Le piace, pensò Andy provando qualcosa di molto simile all'orrore. E' per questo che la teme tanto? Perché le piace?"

sabato 19 novembre 2016

Recensioni Narrativa: BOSTON 2010: XXI SUPERCOPPA (Killerbowl) di Gary K. Wolf.



Autore: Gary K. Wolf.
Titolo Originale: Killerbowl.
Anno: 1975.
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.712).
Pagine: 154.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Sulla scia dei successi di Rollerball Murders (1973) di William Harrison e soprattutto della trasposizione dello stesso diretta nel 1975 dal regista Norman Jewison, esce questo Killerbowl, firmato da un autore in italia non troppo noto. Si tratta di una prima opera che riscontra interesse tanto da esser subito pubblicata in Italia, appena un anno dopo l'uscita americana. Gary K.Wolf, classe 1941, prende così le mosse con un romanzo che valica subito i limiti dei confini nazionali e arriva sul mercato italiano grazie alla Mondadori, e più specificatamente alla collana Urania, che lo pubblica col titolo Boston 2010: XXI Supercoppa, numero 712 della collezione classica. Si tratta, senz'altro, di un autore minore, che sarà pubblicato in Italia solo altre due volte, sempre sulla collana Urania, col romanzo Quarto: Uccidi il Padre e la Madre (1977) e con un racconto inserito nell'antologia Quarto Reich. E' conosciuto, a livello internazionale, soprattutto per la creazione del mondo legato al personaggio di Roger Rabbit, protagonista per la prima volta nel romanzo Chi ha Incastrato Roger Rabbit (1981).

Killerbowl è un romanzo distopico con una struttura snella, che gioca sulle immagini e fornisce l'idea di esser pronto per una trasposizione cinematografica (mai realizzata). Si ha quasi la sensazione di esser al cospetto di una sceneggiatura. Wolf mette in scena una vera e propria cronaca di una finale di football americano (un super bowl) giocato su strada. Questa infatti è la nuova dimensione del football americano, uno sport popolarissimo che ha soppiantato le altre discipline in virtù di una violenza spinta ai massimi livelli. L'autore gestisce il tutto alternando la cronaca della partita a una serie di flashback fatti di aneddoti legati al protagonista, articoli di giornale, notiziari sportivi ed eventi dell'ultima stagione di gioco al fine di spiegare questo sport e ciò che si cela dietro. Così vediamo allenatori che si sbracciano e urlan negli spogliatoi, giornalisti che conducono trasmissioni sportive dove sono ospiti i protagonisti del gioco e riunioni di politici che cercano di contrastare il movimento contrapposte ad altre in cui si discute sulle vie da battere per rendere ancora più attraenti e redditizi gli eventi proposti. 
Viene così tracciata l'immagine di un'America ipocrita, attenta a garantire l'adozione di misure drastiche tese ad arginare l'inquinamento (è persino vietato guidare auto e ci si deve spostare mediante il ricorso a biciclette) e ad abolire ogni forma di violenza e di attività pericolose, sostituite da uno sport che funge da catalizzatore e ricettore degli istinti atavici dell'uomo: il football da strada. "I tifosi nel loro subconscio, guardano le partite di football per sperimentare il brivido del pericolo, per ricavarne quell'essenziale esposizione al rischio cui disperatamente aspirano per il proprio benessere psichico e mentale" giustifica uno psicologo per difendere questo "sport" dagli attacchi del Movimento Basta con gli Sport Sanguinari composto da soggetti assimilabili agli attuali animalisti (solo che qua difendono i diritti degli uomini sportivi impegnati, pur se con il loro consenso informato, in sport massacranti). "State trasformando questo paese in una nazione perversa di vampiri depravati" l'accusa di coloro che dicono NO al football da strada.

In che cosa consiste questo football da stada? Bene, si tratta di partite di football americano giocate in piena città, tra palazzi e negozi, in quartieri completamente evacuati coattivamente per l'occasione per una superficie di 700 per 350 metri, con tredici giocatori in campo per squadra (non sostituibili) impegnati per ventiquattro ore. Oltre alla novità relativa alla superficie di gioco, si tratta di uno sport sanguinario. La squadra che difende può infatti utilizzare, per fermare legittimamente gli avversari: coltelli, mazze e le bolas (tre sfere d'acciaio lanciate per avvolgersi alle gambe degli avversari). In più, tra i tredici giocatori, vi è anche un cecchino, che dispone di una pallottola e di un fucile, e un infermiere che può entrare in campo per rendere inattaccabile quel giocatore su cui fa calare un lenzuolo bianco sormontato da una croce rossa, cercando così di rimetterlo in sesto per proseguire la partita. 
Ogni giocatore, data la variegata superficie di gioco (si può anche entrare nelle case e nei negozi), è seguito da un arbitro e da un operatore televisivo che trasmette le immagini per conto di una rete che finanzia l'intero campionato e che, grazie a un evoluto sistema di pay per view, gestisce il materiale permettendo agli spettatori di godere di una visione personalizzabile (si pagano dei supplementi per vedere i replay o per usufruire di particolari inquadrature). Interessante la parte in cui si evidenzia come gli spettatori siano disposti a contrarre debiti pur di vedere queste partite (una realtà poi non molto lontana da quella dei giorni nostri).

Dunque un altro romanzo filo sheckeliano che propone la spettacolarizzazione dello sport fino a giustificare la morte dei protagonisti, che accettano il rischio in quanto pagati profumatamente, per finalità di show televisivo e di introiti economici. Un mondo, apparentemente perbenista, dove dilaga il doping, le scommesse (si scommette anche sulla morte o sulla sopravvivenza dei giocatori), con una rete televisiva che falsa le partite grazie a delle evolute forme di comunicazione permesse da impianti applicati chirurgicamente in testa a taluni giocatori. Un sistema quest'ultimo che permette di suggerire la tattica avversaria, ma anche le battute da proferire in campo agli avversari per aggiungere pepe a uno sport già cruento, un po' sullo stile da intrattenimento che sta alla base delle strategie del wrestling. Ed è proprio su quest'ultimo spunto che lavora Wolf, mettendo in scena un apparato politico corrotto, che si cela dietro al mondo dello show televisivo, che manipola i giocatori, ma soprattutto l'informazione, arrivando a cancellare prove, a screditare coloro che si oppongono e persino a eliminare fisicamente o render ridicoli i nemici agli occhi degli spettatori. E questi ultimi che ruolo hanno? Semplice, quello dei polli d'allevamento, che vedono le partite per evadere dai problemi quotidiani, a cui non importa nulla se le partite sono truccate, e che vogliono vedere scontri cruenti e vedere correre il sangue sui monitor (giocatori scannati con coltelli, altri uccisi a mazzate, cazzotti, calci e cose del genere) al fine di divertirsi e di puntare il dito su quei maledetti strapagati che devono sputare sangue per i privilegi loro concessi.

Spinto da un senatore e da un'associazione che si schiera contro gli sport violenti, il protagonista, T.K., ovvero il capitano di una delle due squadre della finale, cercherà di far emergere, per ragioni di vendetta, il substrato che sottende al gioco. Lo farà però non andando a denunciare alle autorità giudiziare i personaggi coinvolti, come suggeritogli da alcuni politici, ma scegliendo la via più spettacolare in un epilogo alla Rollerball. Purtroppo per lui al pubblico poco importano certe logiche sottointese all'insieme che governa lo Stato e che controlla i cittadini, di fatto comprati semplicemente propinando loro i divertimenti richiesti e giustifiati come necessari per la salute fisica e mentale dello stato (la classica valvola di sfogo di romanica memoria)... Ogni sacrificio, si intuisce dal finale pessimista, sarà così vano e non compreso dal pubblico, troppo assuefatto per riconoscere la realtà dei fatti. E come direbbe Eugenio Bennato: "Al diavolo il predicatore, che predica la sua morale, che predica perché vuol bene al pubblico pronto a pagare..."

Romanzo fantascientifico, ma solo per il contesto, violento, di facile lettura, anche se non sempre coinvolgente (la cronaca della partita tende a essere ripetitiva), che segna il debutto in narrativa del trentaquattrenne Gary K. Wolf, scrittore che si farà ricordare qualche anno dopo per la creazione di Roger Rabbit.
Indicativa la copertina Urania curata da Karel Thole che sintetizza bene una fase di gioco.

La copertina americana originale
dove si mostra l'armamentario 
dei giocatori di football del futuro.

"Non le ho inventate io le regole. Io mi limito a osservarle. Uccidere fa parte del football. Se uno non accetta questa realtà, è bene che non giochi".

sabato 12 novembre 2016

Recensione Narrativa: VITTIME A PREMIO di Robert Sheckley.




Autore: Robert Sheckley.
Titolo Originale: Victim Prime.
Anno: 1987.
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.1041).
Pagine: 144.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Dal doppio di King, celato Bachman, veniamo all'ispiratore Sheckley con questo Victim Prime, non certo un capolavoro, avendo più la natura di un divertisment incentrato su tematiche e su uno stile caro a una delle più grandi penne della fantascienza americana del secolo scorso: Robert Sheckley, appunto. Definito "Il Virtuoso della Derisione" nel volume Bibbia de I Maestri della Letteratura Fantastica, edizione Edipem, Sheckley in questo piccolo romanzo uscito nel 1987, subito pubblicato nella collana Urania per poi divenire nel corso degli anni un "Classico" tanto da esser ristampato nel 2000, da piena dimostrazione del nomignolo che gli è stato affibbiato. Un vero e proprio maestro di satira, ma non solo di questa. Definito da molti "caustico", "maestro del paradosso", in sintesi mente geniale.
Scrittore originario dell'Europa orientale, Polonia per la precisione (anche se su alcuni fonti si legge Russia), ha modificato il suo nome americanizzandolo da Shekowsky a Sheckley. Origini polacche, ma nazionalità interamente americana. Nato nella città della nuova mela, New York, nel 1928, il giorno dopo il sottoscritto ovvero il 16 luglio (l'ho battuto di una... giornata). Diplomato nel 1946 alla Columbia High School e subito partito per arruolarsi nell'esercito nella campagna di Corea, nella veste di furiere, ma soprattutto di chitarrista e di redattore di una testata giornalistica un po' alla Joker di Full Metal Jacket.
Laureato dopo questa esperienza, passa a intraprendere la carriera di operaio metallurgico con la fissa però per la narrativa. Evade allora dalle ristrettezze economiche e mentali della professione, grazie a un Giudizio Universale (1951) condiviso da tutti, soprattutto dai suoi lettori, e orientato a farne uno scrittore professionista. Inizia così, grazie a questo racconto, a invadere le riviste - benedetta sia l'America per questo - di fantascienza e di fantastico (una cosa che in Italia continua a essere una Chimera e non certo per i "cuori che sperano" tanto per richiamare Gianni Morandi e coloro che suonavano la chitarra che dava sempre la stessa nota). In particolare è il treno offerto da Galaxy (capitanato da un certo Gold il cui nome era già tutto un programma) a farlo conoscere in giro per i paesi di lingua inglese. Adotta anche svariati pseudonimi tra i quali Lang (non certo il Fritz del primo e più famoso film di sci-fi) con i quali lancia della bordate paragonabili a quelle di Clubber, ironia allo stato puro, dove è palese una feroce, ma intelligente, nonostante il contorno a volte buffo e farsesco, critica ai costumi della società capitalistica e agli atteggiamenti ipocriti dei poteri forti. Nonostante questo, in pochi anni, lo conoscono tutti e diviene una delle penne più apprezzate del circuito anche perché, tra le molte cose, a esempio lo spettacolare Uccello da Guardia (che gioca su un sistema a spirale di controllo e autocontrolli da parte della polizia), scrive un racconto breve che farà storia e che decreterà la nascita di un sottogenere: La Settima Vittima. Ritorneremo qui di seguito su questo racconto e sull'importanza che ha avuto, peraltro coinvolgendo anche un regista italiano di un certo calibro, Petri, che realizzò un film sviluppando il tema di Sheckley in quel di Tirrenia (città italiana del cinema per eccellenza, che sarebbe dovuta esser la Hollywood di Italia).
Dunque autore dissacrante, ma disponibilissimo con tutti, in rapporto di amicizia e di interesse proprio con l'Italia, dove, nonostante i suoi modi schivi e riservati, è apparso molteplici volte in conferenze e incontri, donando interviste anche ad appassionati e a riviste più o meno amatoriali.
Abile in egual misura nel destreggiarsi tra il romanzo e il racconto breve, ci preme qua ricordare la sua antologia A.A.A Asso, con le 3A seguite dal carico, dove si leggono racconti esilaranti che fanno inizialmente piegare in due dalle risate, ma poi fanno riflettere e comprendere che Sheckley è uno dei più grandi maestri del genere per saper affrontare tematiche tragiche e proporle in chiave allegra, con senso del ritmo e gusto per il genere, tenendo la noia lontana anni luce e facendo sorridere e coinvolgere. Cosa chiedere di più? Amatissimo, non a caso, anche dal cantautore Guccini. Scopiazzato a destra e a manca, non da ultimo da Stephen King e dal suo discreto Running Man - L'Uomo in Fuga (ottimo omaggio allo scrittore New Yorkese in linea al suo stile). Lo possiamo considerare il perfetto erede dell'"amaro" Bierce, uno che faceva parte di una famiglia, per così dire, di serie A, dato che a ogni figlio scattava il proverbiale A.A.A. cercasi il nome per il nuovo fratello che puntualmente iniziava per A (dieci in tutto, mi pare, più l'uno del portiere, di cui all'asso, se me lo passate). Dunque un autore che apre le porte a colleghi quali Bob Shaw, Howard Fast e Lafferty, tanto per fare dei nomi. Fantascienza a braccetto con l'ironia e la satira, per plasmare, sotto le sembianze della buffonata, dei capolavori che fanno riflettere ed evidenziano i limiti sociali, allo scopo di far attivare le menti e svegliarle dal torpore delle consuetudine e dall'atrofizzazione cercata da chi invece conduce una politica diversa da quella che dovrebbe guidare chi sceglie la professione di "scrittore". Sheckley dunque come Autore e non mero narratore, giustamente insignito del titolo di Author Emeritus da Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.
Veniamo ora al romanzo.

ROBERT SHECKLEY
in quel di Genova.

Prima di passare a Vittime a Premio è indispensabile parlare della fonte di ispirazione. Sheckley si autocita, si concede degli automaggi e, per certi versi, sviluppa il suo racconto La Settima Vittima, strizzando in modo deciso l'occhiolino all'Italia citando apertamente il film di ELIO Petri La Decima Vittima, uscito nel 1965, e persino Django (un personaggio, secondario, si chiama proprio così). A tal proposito, riporto stralci dell'intervista offerta da Sheckley a Franco Enna e inclusa nel volume Il Meglio della Fantascienza Vol.1, in cui è inserito anche un curioso racconto, intitolato Il Giullare del Re di tale Jack Matcha (che famoso certo non era), in cui si preannuncia la venuta di un tale Steven King in lotta con un giullare che si chiama Feste (anagrammando STEFE con resto di N. titolo peraltro di un racconto di King inserito in Al Crepuscolo) ben prima che Stephen King uscisse col suo Carrie. In questa intervista, posta a prefazione del volume antologico, Sheckley parla del film di Tirrenia. Assicura tuttavia di non voler scrivere le sceneggiature dei film, perché ciò gli porterebbe via troppo tempo togliendolo della sue altre occupazioni ovvero la scrittura dei libri. Ricorda inoltre che, alle prime armi, scriveva in continuazione riposandosi solo per due ore e che voleva arrivare al punto da essere esausto.
Dicevamo La Settima Vittima come fonte di ispirazione. Un racconto breve di portata monumentale, che ha delineato un vero e proprio sottogenere: quello della Guerra & Spettacolo. Dunque opere in cui si parla di combattimenti, inseguimenti e guerre rigorosamente riprese dalle telecamere e vendute agli spettatori, in spettacoli concepiti quali valvole di sfogo della violenza e vie per attaccare il pubblico ai monitor in una sorta di reality show dove chi perde muore (con buona pace di King che si accontenta a dire "Chi Perde Paga"). Dunque un racconto vecchio, scritto nel 1953, ma precursore che ha dato il là a una serie di epigoni, alcuni dei quali cult assoluti. Lo possiamo senz'altro definire come l'antenato degli Hunger Games. Tematica dunque che non è stata affatto anticipata da Stephen King con La Lunga Marcia e L'Uomo In Fuga (quest'ultimo debitore proprio de La Settima Vittima), cosa che viene detta dagli affezionati allo scrittore del Maine, ma ha in Sheckley il suo padrino più accreditato come dimostra anche il successivo Il Prezzo del Pericolo (1958) che ne ricalca temi e contenuti. E quali sono i temi e i contenuti di queste due storie? Semplicissimo. Si tratta di una caccia all'uomo televisiva con dei concorrenti che partecipano, ben pagati, in spettacoli televisivi in cui incarnano il ruolo di vittima o di carnefice in uno scontro che avviene in piena città e che include qualunque possibile soluzione. Da questi racconti colse linfa vitale, per primo, Mack Reynolds con i suoi Mercenario e Guerra Totale, del biennio 1963-64, in cui riduceva questi conflitti all'interno di un'area ben delimitata, sempre con le telecamere a filmare il tutto. Un'idea quest'ultima che sarà ripresa dai realizzatori del film L'Implacabile (1987, anno di uscita di Vittime a Premio) come correttivo al più sheckliano L'Uomo in Fuga di Bachman/King (fonte dichiarata di ispirazione). E poi che dire del celebre Rollerball Murderes (1973) di William Harrison, base del successivo film Rolleball (1975), capolavoro assoluto del genere e, a sua volta, fonte di ispirazione per Gary K. Wolf e il suo Boston 2010 XXI Supercoppa (1975) che proporremo su queste pagine prestissimo? Con questi due titoli si assiste al passaggio del concetto Guerra & Spettacolo in ambito sportivo. La battaglia non è più nelle vie urbane né in zone delimitate, ma diviene vero e proprio sport, ovviamente violentissimo e seguitissimo dal pubblico. A coda di tutto questo movimento arriva King, sotto pseudonimo Bachman, a sfornare due romanzi di buon livello, ma non certo innovativi, e che abbiam citato sopra nonché recensito prima di questo romanzo.
Vittime a Premio di Sheckley arriva circa dieci anni dopo i romanzi di Bachman/King, a trattare un tema già abusato, con la conseguenza di riproporre situazioni già viste e già lette. Il romanzo non deve certo esser letto per il soggetto, peraltro molto diluito e con capitoli che sembrano racconti buttati dentro tanto per far brodo e caratterizzare, anche oltre il dovuto, il contenuto in cui viene inscenata l'ennesima caccia all'uomo tra predatore e preda, proprio come introdotto dal racconto che funge da pietra miliare: La settima Vittima. Cosa c'è allora che lo rende buono? Facile: c'è Sheckley con la sua ironia dissacrante a rendere il tutto non spassoso, ma incredibile! Ma veniamo alla sinossi.

Sul set di TIRRENIA de LA SETTIMA VITTIMA
Ursulona con un FUCSIA SHOCKIN
punta il Mastro.

Ci troviamo negli Stati Uniti dell'anno 2092. Il mondo, in un quadro da romanzo di derivazione post atomica, è una landa ormai desolata, piegata dalla desertificazione, dall'inquinamento, dalle radiazioni e infine da virus mortali. "L'America era un terra avvelenata dove i disastri chimici e radioattivi erano irreparabili." La povertà è ormai così dilagante che il sindaco di una cittadina dello stato di New York (Keene Valley) pensa bene di spedire un proprio cittadino (Harold Erdman) a Esmeralda, un'isola appartenuta alle Bahamas acquistata da un società multinazionale (facente capo a Berna) che l'ha trasformata in una terra del vizio, per partecipare a uno spettacolo ben remunerato e spartire con lo stesso le vincite offerte dallo spettacolo. Questa Esmeralda è una sorta di Las Vegas del futuro, caratterizzata però in modo grottesco e provocatorio. Turisti facoltosi, depravati e personaggi alla ricerca del brivido giungono da ogni angolo del mondo per partecipare a feste a base di sesso, alcool e droghe, ma anche per iscriversi a giochi violenti in cui viene legittimato l'omicidio o semplicemente per giocare d'azzardo. Il piatto forte di attrazione è la Caccia, uno spettacolo trasmesso dalle televisioni in cui vanno in scena vari scontri, uno contro uno, tra i partecipanti iscritti in un apposito albo e ammessi previo superamento di un esame fisico. Questi scontri si verificano per le vie urbane, a rischio di passanti e cittadini (se si uccidono terzi si viene assoggettati a delle penalità), e si concludono sempre con la morte di uno dei due partecipanti. Non è ammesso allontanarsi dall'isola, pena noie con la polizia, finché non si uccide l'avversario. Il vincitore beneficia di un premio in dollari e sono anche previsti premi sottoforma di attestati e coppe. Il tutto viene filmato e trasmesso in uno spettacolo con un moderatore, tale Gordon (definito Maestro di Cerimonie dell'Huntworld Show), che introduce la messa in onda alla Dan Peterson con il suo "Amici sportivi... Questo sì che è il giorno giusto per un massacro! Vero o no?" e ancora: "Ooh, guardate un po' quanto sangue! E' un finale da inferno! Sentite che applausi!"
Per agevolare il compito, ogni "cacciatore" dispone di un "battitore", dallo stesso ingaggiato e remunerato, che funge da "navigatore" e preparatore, orchestrando trappole in cui sorprendere l'avversario e predisponendo piani d'azione. Il protagonista ingaggia un italo americano, tale Mike Albani originario di Castellamare (col padre che a lavorato a PROVIDENCE, città natale di un certo Lovecraft), e inizia la sua prima avventura di caccia, finendo subito scelto per il main event della stagione: il Grande Duello. In che cosa consiste questo duello? Gli organizzatori della manifestazione, ogni anno, scelgono, tra i vari contendenti impegnati nelle varie caccie che vanno in scena per le vie urbane, una coppia di rivali che avranno il privilegio di scontrarsi, con modalità scelte di anno in anno dagli organizzatori, in un'arena che riproduce il Colosseo di Roma. Il tutto si svolge in un palinsesto più ampio, chiamato la Festa dei Saturnali (che vorrebbe scimmiottare gli spettacoli dell'antica Roma), davanti a migliaia e migliaia di spettatori assiepati sugli spalti in un meeting che prevede una serie di massacri con tanto di clown suicidi, scontri mortali con auto, moto e sparatorie di ogni specie. Per ogni attrazione c'è una sola costante: chi perde muore, ma entra comunque nella gloria grazie all'immortalità offerta dai videonastri.
Romanzo dunque dai temi cruenti e duri, ma che Sheckley stempera con un'ironia di fondo geniale e divertente che trasforma la violenza in una farsa.

La prima parte del romanzo è funzionale a tracciare la situazione ambientale del mondo. Assistiamo ai pericoli che il protagonista incontra per spostarsi dal Nord America alla Florida, incontrando banditi che ricordano i pirati dell'ottocento e che assaltano i bus come gli indiani facevano con le diligenze. Bello il passaggio in salsa romeriana (riferimento a Zombi), in una landa in cui il deserto ha ingoiato le conquiste del novecento, con un villaggio regredito ai sistemi medievali ma ancora mentalmente legato ai vecchi "riti" capitalistici estrinsecati da una struttura, un tempo centro commerciale, ridotta a un mercato di oggetti inutili e non funzionali, che vengon comprati semplicemente per ripetere l'atto che sta alla base del mercato. Si tratta di parti di romanzo che hanno la funzione di allungare il soggetto e che potrebbero benissimo vivere di vita propria (così come si potrebbero benissimo togliere senza che ciò comporti qualcosa ai fini della storia). Simpaticissime poi le caratterizzazioni degli usi di Esmeralda con momento clou caratterizzato da un controllo stradale della polizia in cui viene ribaltata del tutto (in modo da criticare, forse, l'eccessiva severità dei controlli di polizia stradale) la logica dei controlli dela realtà contemporanea. Il codice della strada di Esmeralda non ha la funzione di garantire la sicurezza stradale, ma di incentivare i pericoli per rendere più elettrizzante l'esperienza di guida. Vediamo infatti un poliziotto multare il battitore del protagonista per aver aver violato i limiti minimi di velocità e non aver aumentato la velocità nei pressi di una curva pericolosa oltre ad aver l'auto con tutti gli equipaggiamenti funzionanti. Esilarante leggere frasi del genere: "il poliziotto lo guardò dal finestrino, accertandosi che non avesse la cintura di sicurezza allacciata (pena altro verbale... Albani tornò in fretta in città, infrangendo abbastanza regole da soddisfare il poliziotto più zelante)".

E che dire del presentatore di questi spettacoli che così presenta l'Huntworld Show: "Il programma che certi governi hanno tentato di mettere al bando perché pensavano che voi telespettatori aveste bisogno di venire protetti dall'assistere in diretta a carneficine oneste e veritiere, e che vi sareste accontentati dei fasulli spettacoli polizieschi che i vostri studi cinematografici continuano a produrre. Ma voi non gliel'avete permesso e per questo mi inchino di fronte a voi"? Passaggi esilaranti ma che fanno riflettere, ahimè, su quanto il potere delle richieste commerciali possa giungere a calpestare quelli che sono i principali diritti umani che non possono considerarsi disponibili neppure col consenso dell'avente diritto e che, nelle storie di Sheckley, si vanno a superare ponendo l'attenzione sul fatto che i partecipanti hanno dato il loro consenso rendendo pertanto giustificata anche la loro morte nel corso dello spettacolo stesso. Poco importa poi sapere che questi soggetti, spesso, si trovano costretti a partecipare, perché attratti dal denaro (sporco) offerto dagli organizzatori, vuoi per far fronte a problemi personali o, addirittura in questo romanzo, di un'intera comunità ridotta alla fame dallo stesso sistema che poi contempla questi giochi. Ed ecco quindi stoccate di rilievo sociale con un razzismo e uno snobbismo che viene ben etichettato da questa frase: "Solo ai poveri avrebbe dovuto esser concesso di uccidersi vicendevolmente, dato che i ricchi erano troppo preziosi per poterli sacrificare."

Romanzo quindi che si legge in una giornata, che non è innovativo ma prosegue la via della fantascienza distopica avviata dal precedente (di circa 30 anni) La Settima Vittima, con un piglio esilarante, quasi comico, ma di una comicità nera. Il volume Urania, uscito il primo febbraio del 1987, si chiude con una pagina che pubblicizza l'uscita di un volume intitolato I Libri di Bachman che include La Lunga Marcia e L'Uomo in Fuga, ovvero i due libri che abbiamo recensito prima di questo e che sono stati scritti, nonostante lo pseudonimo, da quello scrittore che sembra esser stato preannunciato dal racconto di Jack Matcha, inserito ne Il Meglio della Fantascienza Vol.1 a cura di Franco Enna (dove per prefazione c'è l'intervista di Sheckley che parla del film che si sta facendo in Italia per mano di Petri), ovvero un testo con un protagonista pungolato da un giullare che altro non è che il suo doppio... Così si chiude questo racconto: Ora King finalmente sapeva chi fosse, in realtà il giullare. Era STEVEN KING."

La nuova edizione Urania,
nella sezione classici, con
la risposta a chi rivedicava una copertina
maggiormente fica.


"Forse mi aspettavo di vedere la gente correre per le strade come in quel film che avevano girato (a Tirrenia) prima che la Caccia diventasse legale... La Decima Vittima".