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giovedì 25 agosto 2016

Recensione Narrativa: LA CASA STREGA DI FULHAM ROAD E ALTRI RACCONTI di Jean Ray



Autore: Jean Ray.
Genere: Antologia Giallo/Poliziesca/Horror.
Edizione Italiana: 2007.
Editore: Profondo Rosso.
Pagine: 324.
Prezzo: 29,00 euro.



A cura di Matteo Mancini. 

Con l'uscita di questa raccolta edita nel 2007 dalle edizioni Profondo Rosso di Roma, con coinvolgimento di nomi di spicco come il regista Luigi Cozzi, l'esperto di narrativa fantastica Sebastiano Fusco e la scrittrice Alda Teodorani in veste di traduttori, prefattori e curatori, facciamo la conoscenza di uno degli autori più importanti nell'ambito della narrativa fantastica dell'Europa continentale, accostato un po' esageratamente a H.P.Lovecraft: Raymundus J. M. de Kremer meglio noto come Jean Ray. 
Nato a Gand, Belgio, nel 1887, da un impiegato del locale porto e un'istruttrice, entra a 23 anni, dopo non esser riuscito a completare gli studi universitari, a lavorare presso l'amministrazione di Gand facendosi subito conoscere come discreto oratore e abile scrittore di storie. Due anni dopo si sposa e arrotonda i compensi collaborando con un agente di cambio. La sua vita prende una piega più oscura e avventurosa a metà degli anni '20. Lui stesso ricaverà da queste esperienze una serie di storie atte a trasformare la propria persona in un effettivo personaggio dei suoi racconti, con buona pace per l'adagio, dallo stesso riportato in alcuni testi, secondo il quale “quando la situazione romanzesca ha il sopravvento sulla vita reale, questa diventa impossibile.“ Sono infatti gli anni del proibizionismo in America e l'alcool diventa una grande fonte di guadagno. Inizia a imbarcarsi per coprire la c.d. via del rum, una lingua di mare fuori dalla territorialità americana in cui la polizia a stelle e strisce è inibita dall'intervenire. I viaggi non sono turistici ma finalizzati a vendere alcool oltreoceano. Durante queste navigazioni scrive i Racconti del Whisky (1925), storie con ambientazione marina che strizzano l'occhio a uno dei suoi grandi maestri: l'inglese William H. Hodgson (con cui condivide anche la passione per la forma fisica e le doti atletiche, oltre a esperienze da marinaio). Il commercio frutta bene, anche se Ray, frequentando loschi figuri e banditi di ogni specie, racconterà di esser rimasto coinvolto in numerose risse. Invece di traumatizzarlo questi episodi gli recano quasi divertimento, sembrerebbe di sentirlo mentre cerca di rincuorare gli amici: “Non vi preoccupate, sono delle sane scazzottate tra amici, al massimo vi prendete una coltellata. Tutto mestiere che entra nel sangue...“ Eh, si, perché anche il più coraggioso della compagnia deve tacere l'eventualità più gravi, del resto non si sa mai chi si ha di fronte. E così eccolo, qualche anno dopo, a sfoggiare cicatrici in più parti del corpo, memorie di quello che considererà il periodo più felice della sua vita: “Sono state lasciate da colpi di proiettili sparati a bruciapelo, ma ce li ho solo sul petto... Le dicerie che vogliono la mia schiena coperta da ferite sono dicerie“ affermerà con vanto, quasi a difendenre l'onore degli aggressori che mai si sarebbero permessi di aggredire alle spalle qualcuno. E che diammine, quella era gente seria! Violenza va bene, ma con rispetto, ci mancherebbe altro... 
Affabulatore di razza, volto freddo e occhi grigi. Non un tipo da smancerie, ma capace di calamitare donne e rubarle ai rispettivi uomini. No, niente "mi onora di un ballo" o "desidera un drink, miss?" Questa è roba per femminucce. Che ne dite invece di alzarsi dagli spettatori, durante una prova circense, e dirigersi verso il palco. Scambiare due chiacchiere con i gestori e poi far cenno loro di farsi di lato. Ed eccolo entrare nella gabbia delle tigri. Sugli spalti, il tipo vicino all'uomo che sedeva accanto a Ray si fa piccolo: «Ma il suo amico è un domatore di tigri, sir?» E quello, ridendo sotto i baffi: «Nemmeno per idea, con tutta franchezza credo che non sapesse neppure come eran fatte!» Ed è vero solo che quella sagoma lunga e affusolata varca il cancello di ingresso con sicurezza e armonia corporea. Le tigri lo guardano poi si adagiano al suolo, il muso tra le zampe, ferme, immobili. Dagli spalti pioveranno applausi, manco per sogno. «Per forza, quello è un addestratore di tigri! Quello è un professionista!» Tutti pensano questo, ma non la gestrice del luogo che comincia a tampinarlo, persa e rapita da quel temerario che sfida tutto e tutti. Altro che balli o drink...qua!?
Ray, questo il nome con cui inizia a firmare le proprie opere, emana un carisma paragonabile a un bagliore che stordisce la vista di coloro che lo incrociano sulla via. Una sorta di pistolero del far west, ma senza colt nel cinturone (giustappunto dirà di avere per nonna una sioux). L'aura viene alimentata anche dalle leggende, più o meno veritiere, che lo vogliono addestratore di tigri (da qui il soprannome di “Jack the Tiger“ o “Tiger Jack“), allevatore di tarantole (altro soprannome di Spider-Master dovuto alla sua abitudine di farsi camminare ragni lungo le braccia), persino in contatto con uno spirio guida che lo ammonisce degli imminenti pericoli, materializzandosi al suo cospetto nella forma di un omino con un foulard rosso al collo. Fantasia, leggenda o realtà? Semplicemente Jean Ray, un personaggio dove il confine tra accadimenti fenomenici e finzione narrativa si compenetrano fin troppo spesso mischiandosi in una sostanza difficile da dividere e ricostruire. Non a caso nel 1926 finisce arrestato per appropriazione indebita, insieme al suo amico agente di cambio. I due sono accusati di aver distratto denaro per finanziare un traffico internazionale di alcool e armi. Viene condannato a sei anni, ma ne sconterà quattro in carcere. Poco male. La fantasia come via di fuga alle restrizioni dettate dalla crudele realtà, un gioco da ragazzi per lui. Lo abbiamo detto: con Ray la realtà e la fantasia non sono ben delineate e ogni esperienza, pur che figlia del rilievo certificato dai sensi, è riproduzione visiva filtrata e riconosciuta dal cervello. Cosìcché l'immateralie può assumere anche contorni materiali, mentre diventa ben difficile affermare l'inverso, altrimenti si arriverebbe a dire che quello che gli occhi vedono non è il reale e che il reale starebbe sotto il velo delle apparenze... questo sarebbe troppo, questo sarebbe Machen...
Decide così di cambiare pseudonimo e di accantonare Jean Ray in favore di John Flanders. La sua produzione è copiosa, si parla di 250 racconti. Scrive di tutto, persino racconti per bambini e cronache giornalistiche. Negli anni '30 riceve l'incarico da un editore di Gand di tradurre dal tedesco una serie di racconti lunghi da far uscire con periodicità bimensile. Si tratta di storie apocrife che scopiazzano Sherlock Holmes. Ray inizia a leggere i testi: sono così brutti che si rifiuta di tradurli. Poi ci ripensa: perché buttar via un po' di soldi. Mica fa male al conto corrente fare qualche versamento ogni tanto... Problema risolto. Li riscrive tutti di sana pianta, alla faccia del buon Lovecraft che si limitava a dare suggerimenti o a sviluppare soggetti altrui. L'unico limite che gli viene dato dall'editore è rispettare i temi indicati dalla copertina illustrata da Roloff: mica si può mettere una copertina con impressa una scimmia e poi parlare di una storia ambientata all'ippodromo di Waregem. Nasce così il mito della serie di Harry Dickson, un detective londinese costruito sul modello di Sherlock Holmes (addirittura residente, pure lui, in Baker Street con tanto di assistente), ma con trame presentate con caratterizzazioni e un'aura paranormale (il più delle volte, però, si scopriranno astute macchinazioni ordite per far cadere in errore il prossimo, ricorda un po' la maggior parte delle storie del Carnacki di Hodgson). A differenza di altri colleghi del genere, però, Ray è avulso, o quanto meno sembrerebbe, dal mondo esoterico delle varie sette segrete, non filosofeggia nelle sue opere, ma sembra più votato a un taglio pulp. Inizia a farsi conoscere anche oltre i confini nazionali. Espatria negli Stati Uniti sulle preziose (da un punto di vista estrinseco, meno dal punto di vista intrinseco data la cartaccia su cui venivano stampate) pagine di Weird Tales, la celebre rivista americana dove hanno mosso i passi i vari Lovecraft, Smith e Howard. Vi compaiono vari racconti tra il 1934 e il 1935, altri ancora finiscono invece su Terror Tales. A questo punto può rispolverare lo pseudonimo Jean Ray, in luogo di John Flanders, farsi strada tra gli autori più apprezzati nel genere a livello mondiale. 
Sfoggia una cultura di pregevole fattura, appassionato soprattutto dell'arte gotica e del racconto fantastico. Non perde però la fama del mezzo matto e non ci si deve sorprendere in questo. Come definireste voi uno soggetto che entra, urlando e smanaccando, nella sede del suo editore, gli afferra la scrivania e gliela frulla fuori dalla finestra con gran crepitio di vetri? Ve lo dico io: lo definireste uomo che aveva una ragione per farlo, certamentente... Non sarete tanto pazzi da azzardarvi a dire: “Chiamate la neuro, presto!“ perché quello è Jean Ray e voi rischiereste di unirvi in matrimonio con la scrivania e non certo per una brillante carriera da scrittori!
Ironia, mista al gusto del macabro, questo è Jean Ray che si muove alla grande su tematiche gialle e poliziesche, ma anche nel fantastico più puro che contraddistingue molti dei suoi racconti con predilezione per le atmosfere claustrofobiche e gli spettri.
Durante il periodo della seconda guerra mondiale collabora con la testata giornalistica De Dag, inoltre si intensifica la sua produzione. Nel 1942 esce uno dei suoi capolavori: l'antologia Il Gran Notturno. Seguono, ad appena un anno di distanza, i due romanzi fondamentali dell'opera dell'autore fiammingo: Malpertuis (1943) e La città dell'indicibile Paura (1943), il primo dei quali tradotto in immagini dal film con un attore del calibro di Orson Welles.
Si salva da un secondo arresto al momento della liberazione del Belgio. I suoi colleghi di De Dag vengon tutti arrestati, meno che lui. Lo salva l'aver collaborato con un redattore che forniva documenti falsi a degli studenti per sfuggire dai rastrellamenti orditi dalla Gestapo. 
Negli anni '60 riceve grandi apprezzamenti in Francia dove viene pubblicata l'antologia “25 Racconti neri e fantastici“ che viene editata anche in Italia nel 1963 da Baldini & Castoldi. Tre anni dopo, sempre nella nostra penisola, uscirà anche il romanzo Malpertuis. Saranno le uniche due eccezioni a un silenzio, poco comprensibile, che sarà rotto solo nel 2007 con l'uscita della raccolta qui oggetto d'esame cui faranno seguito altre due antologie della Hypnos.
Ray lascerà questo mondo, per prendere la via degli dei da lui stesso decantati in più opere, nel 1964, a seguito di una banale crisi cardiaca. Una fine fin troppo umana per un soggetto che alimentava il proprio personaggio a suon di iniezioni di brivido con la pretesa di sconfiggere ogni paura, menando le mani e girando con piccole pistole nella tasca dei pantaloni intaccati dal salmastro lasciato dal bacio delle sue care onde.


Il volume si apre con una prefazione di Sebastiano Fusco e un ricordo, legato al suo rapporto con la serie di Harry Dickson, dello scrittore Henri Vernes. Segue poi una selezione di tre racconti lunghi, usciti nel 1933, facenti parte della saga Harry Dickson e per la prima volta tradotti in italiano.
Non è ben chiaro come sia stata operata questa selezione da parte di Luigi Cozzi, che ha tradotto le tre storie proposte nel testo. Di certo, penso di poter dire (pur non avendo letto gli altri 175 episodi della saga), non si tratta del meglio della produzione di Jean Ray vertente sulla figura di questo detective dell'occulto (ma non troppo direi io).
La saga Harry Dickson vide la luce in Belgio nel lontano 1929, importata dall'Olanda e originariamente scritta in tedesco. Dapprima furono tradotti da un autore non dichiarato e poi, a partire, dal 1930 furono adattati da Jean Ray e la quasi totalità riscritti dall'autore belga per niente soddisfatto dei testi originali. Si tratta quindi di racconti derivativi, spesso citazionisti e con soggetti scritti da altri e ripresi, talvolta stravolti, dall'autore belga. La serie è formata da 178 episodi usciti tra il 1929 e il 1938 con questa cadenza: otto numeri nel 1929, ventiquattro all'anno (uscita bimensile) negli anni compresi tra il 1930 e il 1935, quindi più diradate con un'uscita al mese nel 1936, nel 1937 e appena quattro uscite nel 1938.
Ebbero un grande successo in Belgio, proposte con una copertina accattivante e innovativa rispetto alle testate offerte dalla concorrenza, con una scelta cromatica dei colori tale da catturare subito l'attenzione di un potenziale acquirente. E' lo scrittore Vernes a parlarci del contenuto di questa serie e lo fa con un ricordo orientato decisamente all'horror, più di quanto offra invece la lettura dei testi scelti da Cozzi: "Parlava di donne sgozzate, poliziotti attaccati su macchine infernali con micce accese, vampiri avidi di sangue, bamini divorati da orchesse deliranti, scultori pazzi, piovre umane, demoni racchiusi dentro la pelle degli uomini..." Questo l'allegro campionario.

I tre testi proposti da Cozzi mostrano un comun denominatore molto marcato. A parte il protagonista, costruito sulla figura di Sherlock Holmes pur essendo assai meno caratterizzato (residente pure lui a Baker Street, fuma la pipa ed è titolare di un archivio dati contenente ritagli di giornali e appunti di buona parte dei crimini verificatesi a Londra e dintorni) e più votato all'azione piuttosto che ai ragionamenti, abbiamo altri elementi ricorrenti. Notiamo la figura di una spalla in stile Watson, ovvero l'aspirante detective privato Tom Wills (che si rivolge a Dickson chiamandolo Maestro), ma anche la presenza del capo di Scotland Yard Goodfield (una sorta di Bloch del fumetto Dylan Dog) che collabora col detective privato Dickson venendo continuamente superato in astuzia. Al di là dei protagonisti, costante è l'intelaiatura, in tutti e tre i casi, da racconto dell'orrore che poi si trasforma, spesso forzatamente, in un giallo con spiegazioni razionali pur se decisamente arzigogolate e ai limiti della fantascienza. Frequenti i camuffamenti, sia del duo protagonista, due volte su tre cambia identità e personalità per ingannare gli antagonisti e coprirsi nelle idangini, sia degli antagonisti che vengon presentati sempre come soggetti diversi da quelli che poi si scopriranno essere. Il più delle volte si tratta di individui affetti da handicap o che si presentano come tali, in modo da suscitare pietà.
Ray usa uno stile immediato ed efficace, piuttosto che lezioso ed elegante, più ironico che pomposo, riuscendo comunque a evocare una certa atmosfera e tensione. Il ritmo è buono, il soggetto fumettistico con trame e sviluppi che hanno natura popolare. Le tematiche ricordano un po' i racconti del Carnacki di Hodgson che poi si chiudono con soluzioni che hanno spiegazioni logiche e non paranormali. Rispetto all'indagatore di Hodgson, Dickson ha modi di fare da poliziotto. Usa la pistola senza tante remore, non conduce riti magici né è dotato di strumentazione esoterica.

Tra i proposti è decisamente migliore il racconto Le Stelle della Morte, che ruota attorno a un'idea centrale ripresa dal celebre I Delittii della Rue Morgue di Edgar A. Poe, mettendo in scena un assassino, nella fattispecie un incendiario dinamitardo, che ricorre alle scimmie per compiere dei delitti altrimenti inspiegabili e annunciati da una serie di puntini rossi che sembrano fluttuare in cielo (sone le braci dei sigari che gli scimpanzé tengon in bocca). Dickson e Goodfield dovranno così contrastare una serie di incendi che metteranno in ginocchio Londra, ma soprattutto i pozzi di gas di una società facente capo a un ex medico radiato dall'albo per aver condotto dei bizzarri esperiementi. Ray mette così in scena la figura dello scienziato pazzo, un po' sulla scia de L'Isola del Dottor Moreau pur non facendogli condurre gli esperimenti sugli animali bensì un qualcosa di inverso rispetto a quanto letto nel romanzo di Wells. L'epilogo ricorda un po' il movente che alimentava il Frankenstein di Mary Shelley con un pazzo scatenato che agisce per vendetta ai danni di chi lo ha ridotto in un fenomeno da baraccone (si parla di modifiche genetiche un po' in chiave La Mosca, ma con la scimmia al posto dell'insetto come animale da fusione).

Ne La Casa Stregata di Fulham Road si assiste al tema della macchinazione ordita da alcuni criminali, evasi da un carcere di massima sicurezza, per impedire che un'abitazione appartenuta in passato a un loro compagno di cella venga ceduta o affittata. I manigoldi sono infatti convinti che all'interno della magione sia stato celato, da un loro compagno di cella, un gioiello di inestimabile valore rubato alla legittima proprietaria. Semplice trama gialla, ma anche questa condita con riferimenti orrorifici dovuti all'utilizzo di un particolare veleno allucinogeno sparato con una bizzarra arma che induce i soggetti attinti a credere di esser braccati da mostri e creature ectoplasmatiche. Inoltre abbiam una sorta di mostro, che poi è un normale uomo che ha subito uno sfregio con l'acido, dotato di occhi che baluginano al buio tali da sembrare quelli di un gatto.
L'epilogo è piuttosto forzato, cun muri scorrevoli, fori praticati nelle pareti che permettono ai manigoldi di spiare l'interno casa e di colpirne gli occupanti, persino presenza di un soggetto nictalope (cioè cieco di giorno ma capace di vedere al buio).
Sulla falsa riga il racconto che apre l'antologia ovvero L'Isola del Terrore con la differenza che qua, le macchinazioni ordite per far credere alle persone di esser cadute vittima di una maledizione vengono messe in piedi allo scopo di strappare un'intera isola (che gode dell'autonomia dal governo inglese) all'Inghilterra. Dunque una storia di spionaggio di stato, con i tedeschi che, tramite alcuni suoi uomini e donne di azione, cercano di conquistare una terra in posizione strategica in vista di un'imminente guerra. Una costruzione dunque in salsa Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, con una serie di omicidi che vengono perpretrati in un gruppo ristretto di persone e su un'isola quasi inaccessibile, a cui si aggiungono visioni orrorifiche e bizzarri ululati in una terra dove si assicura non vi sia nessun cane. Ray giustifica il tutto spiegando che i "cattivi" erano dotati di un armamentario completo di proiettori cinematografici destinati a far nascere mostri e fantasmi sulle isole deserte. Dickson e il fido Wills, qua in prima linea, scopriranno gli inghippi e salveranno la terra dalla minaccia straniera. Una costante per tutti i racconti è l'atteggiamento di Dickson che, a differenze di tutti gli altri, capisce sempre la soluzione in anticipo ma non la rivela mai ai suoi compagni di avventura che lo seguono buoni buoni come se fossero in compagnia di uno stregone che azzecca sempre le proprie previsioni.

Il detective HARRY DICKSON

La vera natura di Jean Ray, sia per i contenuti che per lo stile, emerge in modo più palese nei nove racconti scelti dai curatori dell'opera. Niente da far gridare al capolavoro, sia chiaro, piuttosto onesti elaborati, con un paio di primizie. Sei di essi sono degli inediti in lingua italiana, due sono stati invece ripresi dall'antologia culto, in vendita a prezzi stratosferici, 25 Racconti Neri e Fantastici, mentre uno era apparso nel 1988 nell'antologia Il Furore di Cthulhu col titolo Affitasi Casa anziché del ritradotto e più appropriato Vendesi.
Si tratta di racconti brevi, circa dieci pagine con l'eccezione de Il Vicolo Tenebroso (La Ruelle Ténébreuse) che inaugura il lotto e copre una lunghezza tripla rispetto alle altre storie. Proprio quest'ultima storia è la più famosa delle proposte, Ray dimostra subito una certa predilezione (a mio avviso) per Gilbert K. Chesterton da cui riprende l'idea delle mutazioni ambientali che vengono percepite solo da un numero limitato di persone con interesse a oggetti inanimati quali appunto strade, statue o mobili che diventano, nelle storie del belga, pensanti un po' come suggerito dallo stesso Chesterton ne La Strada dell'Ira: "Questi mobili sono piuttosto solidi, ma naturalmente la gente li tratta con noncuranza di gran lunga eccessiva... Cosa credi che la strada pensi di te? Che forse sei vivo? Da allora ho sempre rispettato le cose cosiddette inanimate!" Così l'autore inglese, reso famoso dalla serie di Padre Brown. Non diverge di molto il belga Ray che, nel racconto Durer, l'Idiota (anch'esso ambientato davanti a un tavolino di un bar come nel testo di Chesterton, nella fattispecie denominato Il Cinghiale Inferocito), scrive: "Non siete mai stati colpiti dall'atteggiamento ostile di un certo mobile, altrimenti familiare ed inerte? Ho osservato con diffidenza oggetti inanimati, come armadi o sedie... Ma la casa non si fidava, nemmeno di lei; con la complicità degli oggetti che comunicavano fra loro in un modo misterioso che noi ignoriamo, ma di cui oscuramente sospettiamo l'esistenza." Dunque vediamo un comun denominatore che viene esaltato dall'atteggiamento onirico che pervade le storie dell'autore belga. Ne Il Vicolo Tenebroso, come ne La Strada dell'Ira di Chesterton, un passante si accorge di un vicolo che solo lui vede e che costituisce un passaggio multidimensionale o, meglio, l'intersezione di due piani della realtà. Tematica che sarà ripresa da Stephen King per il suo Crouch End ma anche dallo stesso Ray ne La Scomparsa del Professor Wohlmut.
Il racconto, strutturato su piani temporali diversi e con tre distinti punti di vista messi in scena con l'artifizio dei manoscritti ritrovati in una sorta di pattumiera o con testimonianze di eredi dei personaggi che hanno vissuto in prima persona i fatti narrati, ha un interessante sviluppo con la stradina che si dilunga per una città parallela, disabitata, risultando tuttavia connessa a una serie di sparizioni e omicidi che sembrano connessi all'intervento di mostruose entità invisibili e che si verificano nella vita di tutti i giorni. Ray mette anche un pizzico di Bierce proponendo scontri tra esseri umani e creature invisibili, un po' come letto ne La Cosa Maledetta del bizzarro autore de Il Dizionario del Diavolo. Finale all'insegna del fuoco, con due personaggi che lucrano vendendo prodotti artigianali recuperati all'interno di questa stradina che serpeggia al di là di porte chiuse e strani casolari. Dietro alla maledizione, di questa storia ambientata ad Amburgo, ci sarebbero Le Strigi. Molto bella l'immagine dei volti infuocati che si pitturano nel cielo oscuro della città tedesca, un po' come si vedrà nel B-Movie La Macchina Maledetta: "Immense fiamme verdi salirono dalle macerie fino al cielo. Alcuni in preda alle allucinazioni vi videro sagome femminili di una ferocia indescrivibile."
Seguono logiche oniriche anche il sopra menzionato Durer, l'Idiota, che ripropone il tema della scomparsa nel nulla delle persone (tema ripreso anche ne La Scomparsa del Professor Wohlmut dove una bizzarra bevanda alcolica mette in comunicazione coloro che la bevono con un'altra dimensione) aggiunto a quello delle case maledette, nonché Crauti, dove un ignaro viaggiatore di un treno scende in una stazione avvolta dal buio che si apre su una città fantasma dove il viaggiatore vuol mangiare uno speciale piatto di crauti. Dunque il tema dei fantasmi si rivela centrale nelle storie di Ray, anche se trattato con piglio personale. Costituiscono revenge stories Irish Whisky e La Notte di Pentonville. In entrambi casi abbiamo per mattatori degli spiriti di uomini in cerca di vendetta ritornanti dall'aldilà per vendicarsi di chi li ha portati alla morte. Nel primo caso, Ray miscela il tema della metamorfosi kafkiana subita da un contabile attaccato al denaro con quello dell'orrore truculento. Abbiamo infatti un protagonista, che fa soldi  intascando i premi assicurativi di carghi mercantili destinati ad affondare per le condizioni proibitive dei mari in cui vengono indirizzati, che viene aggredito dagli spiriti dei marinai morti e trasformato in un mostro dapprima antropomorfo e poi dalle forme di un ragno. Bellissimi alcuni passaggi, in stile Entity (film diretto negli anni '80 da Furie), con il contabile sollevato fino al soffitto da forze invisibili, che si siedono sulle poltrone e provocano pressioni percepibili dall'occhio umano. Nonostante le condizioni sempre più degenerate, questo personaggio persisterà nel venerare il denaro e nel pretendere di consultare i libri contabili della sua società. La ragione è spiegata dalle sue stesse parole, pronunciate quando mandava al macello i suoi dipendenti; ecco il dialogo con il capitano del cargo prima della partenza che costerà la vita all'intero equipaggio:

"Forse Dio avrà pietà del suo indegno servitore. Ma voi, Gilchrist, cosa direte al cospetto del FORMIDABILE OCCHIO?"
"Carissimo, noi non abbiamo lo stesso Dio; il vostro si chiama Visnù o Brahma o Buddha, è uguale per me, e gli concedo la mia umile reverenza per rispetto verso di voi, capitano. Ma per quanto riguarda il mio Dio, si trova là dietro l'acciaio cromato e le serrature Lips della mia cassaforte. Tanto di cappello! Si chiama lira sterlina, conto in banca, si chiama Denaro. Ed è un Dio che perdona tutto, a condizione di averlo con sé, Ah, Ah!"

Il suo supplizio finale dunque porta l'inevitabile firma di Dio, un po' come la parabola del vitello d'oro venerato dagli scettici razionalisti. "Dio gli ha lasciato tutta l'intelligenza umana nel suo minuscolo involucro di insetto immondo." Se ne deduce, pur se orientata all'orrore, una filosofia di fondo trascendentale suggerita a livello poi neppur tanto subliminale.

Diverge di poco il tema de La Notte di Pentonville dove invece a fare ritorno dall'aldilà sono gli spiriti dei carcerati di una prigione di massima sicurezza che sono stati giustiziati nel corso degli anni. A fare le spese della rabbia di questi spiriti, guidati da un tale Brown (niente a che fare con l'omonimo più famoso di Chesterton), che sono comunque dotati di una loro etica perché si scagliano solo contro le persone reputate malvage, saranno il boia (un personaggio che si pavoneggia dei suoi crimini volendo persino festeggiare la 100° esecuzione), il direttore del carcere e alcune guardie carcerarie che spariranno nel nulla insieme ai detenuti destinati alla forca. Testo anche questo dotato di grande atmosfera, semplice nel soggetto ma ben narrato.

Ancora l'aldilà a farla da padrone in Vendesi ("Maison a Vendre") in cui un severo Presidente di Tribunale, passato a miglior vita, viene strappato all'eterno riposo da un condannato a venti mesi di reclusione in possesso di un grimorio attraverso il quale trarre dal sonno eterno i morti. L'obiettivo del malvivente è vendicarsi, infliggere venti mesi d'inferno a chi lo ha mandato in gatta buia per poi togliergli il maleficio e liberarlo dall'incantesimo. Lo spirito del pover uomo, infatti, continuerà a manifestarsi all'interno di quella che era stata la sua abitazione facendo scoppiare il panico tra i vari inquilini che, puntualmente, abbandoneranno l'edificio. Il tutto per venti mesi. A fungere da preludio alle apparizioni sarà un bizzarro calore che avvolge la stanza che era stata lo studio del presidente.
Lo stesso Ray definisce questo racconto una storia di fantasmi al contrario, poiché a vendicarsi, questa volta, non sono i fantasmi ma i vivi.

Più tradizionale Il Cimitero di Warlyweck dove un bizzarro personaggio, a conoscenza di fatti insoliti (come di un ombrello che si sposta da un posto a un altro come sorretto da un passante e che provoca la scomparsa nel nulla di chi vi si porti sotto), informa un suo amico dell'esistenza di un cimitero multiforme e vivo, che appare e riscompare nel nulla come se fosse confinato in un'altra dimensione. L'indiscrezione, per quanto folle possa sembrare, si rivelerà vera. Ray propone così un "luogo vivo", capace di cambiare forma, con statue mobili e siepi che cambiano allocazione da uno sguardo all'altro. L'incubo si sposterà, anche qua, dalla sua dimensione per perseguitare il protagonista che si vedrà arrivare a casa le statue ammirate nel cimitero pronte a distruggergli giardino e casa.

Appare invece più grezzo Le Nozze della Signorina Bonvoisin che vede una vecchia zittella contrarre matrimonio con un pappagallo con rito celebrato da un prete satanista. Cosa verrà mai fuori? Il parto di una creatura antropomorfa con la faccia da pappagallo e gli artigli al posto delle mani... E cosa succederà se proveranno a battezzarla con l'acqua santa? Avete immaginato bene... Solo che anche qua ci sarà un ritorno dall'aldilà in chiave vendicativa, mentre la madre sparirà, ancora una volta, nel nulla. A quanto pare queste storie di sparizioni e ritorni vendicativi costituiscono la croce e delizia di Ray, nella fattispecie in salsa Vade Retro.

Dunque abbiam visto come la narrativa di Ray sia orientata su temi ricorrenti, direi quasi ossessivi. La convinzione di una realtà ultraterrena e post mortem da cui è possibile far ritorno per vendicare torti subiti in vita, ma da cui è possibile anche esser rapiti per effetto di quelle che Ray definisce "scienze al di sopra di quelle dei mortali" e ricollegabili alla Cabbala e alla Clavicola di Re Salomone. Dunque un monito funzionale a condurre una vita rispettosa dei diritti altrui, evitando abusi di potere dettati da posizioni di maggior prestigio sociale. Persistente e ritornarnte anche il tema dell'intersecazione di mondi paralleli, che avviene per ragioni diverse (persino bevendo una bizzarra bevanda alcolica), con passaggio di creature da un piano all'altro con relativa irruzione di esseri più o meno mostruosi nella nostra realtà o scomparsa dal mondo di tutti giorni di persone più o meno invischiate in esperimenti. Ulteriore tema caro quello delle case infestate o dei riti diabolici o ancora delle mutazioni ambientali o corporee dettate dall'influenza di creature legate all'altrove. Questo è il Ray che emerge da questa antologia. Un autore immediato, facile da seguire che sa costruire grandi atmosfere, ma che va poco nel profondo, offrendo solo brevi accenni filosofici o spunti trascendentali tipici, a esempio, del blocco di autori legati alla scuola di un Arthur Machen o di un Meyrink. In ogni caso lettura piacevole.

Per chi ancora non fosse sazio si consigliano i libri su Ray editi dalla Hypnos, mentre per gli appassionati di saggistica si fa notare come questa antologia si avvalga di molteplici contributi di autori italiani e di altri stranieri tutti orientati a far luce sulla vita e sulle opere dello scrittore belga. Peccato per il prezzo, decisamente alto, nonché per la reperibilità non sempre semplice del volume.


sabato 13 agosto 2016

Recensione saggi TUTTI I CERCHI DEL MONDO di Emanuela Audisio



Autore: Emanuela Audisio.
Edizioni: Mondadori.
Anno: 2004.
Genere: Sportivo.
Pagine: 170.
Prezzo: 13,00 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Volume acquistato per caso, un annetto fa, sulle bancarelle dell'usato, con la convinzione di aver acquistato un volume sulle storie olimpiche. In altre parole, certezza quasi assoluta di aver acquistato un'antologia di piccole biografie legate ad atleti più o meno connessi al mondo delle olimpiadi. Editore importante, firma di una giornalista di punta del quotidiano La Repubblica, aspettative dunque alte, considerato anche il precedente e apprezzato Bambini Infiniti sugli sportivi che si son distinti fin dalla giovane età e il premio Gianni Brera vinto dall'autrice stessa (unica donna, pare, a esserci riuscita). Questa la premessa, in parte esaudita dalla lettura, ma delusione inevitabile. Siamo infatti alle prese con un volume concepito, a mio modo di vedere, in maniera sbagliata considerata la destinazione per il mercato editoriale e il circuito delle librerie. Un libro, per dirla in termini più specifici, che gioca a voler essere una sorta di aspettando le Olimpiadi del 2004, presentando storie, quasi tutte, legate ad atleti proiettati verso le gare di quel periodo. Poco importa se poi l'Audisio, questo il nome dell'esperta giornalista-scrittrice, tenti a suo modo di tracciare un profilo del mondo parallelo alla manifestazione, una sorta di squarcio sul velo che cela il dietro le quinte agli occhi degli spettatori di tutto il mondo. Grande attenzione per il mondo sportivo africano. Storie del razzismo sud africano, i viaggi della speranza dei calciatori del Cameroon, la fuga degli atleti kenyoti in favore dei paradisi economici offerti dagli stati di Qatar e Bahrein con atleti che cambiano nome (come il caso dello specialista dei 3.000 siepi Stephen Cherono che diventa Saif Saeed Shaheen) o ancora il capitolo sui Grand Sorcier ovvero gli stregoni al seguito delle nazionali africane. Ne deriva un volumetto che risente in modo pesante del tempo passato, destinato a finire fuori commercio non per il non essere più pubblicato ma per il suo essere poco appetibile e accattivante al decorrere degli anni. Lo stile narrativo è sperimentale, fatto di frasi brevi, spesso e volentieri di uniche parole seguite subito dal punto. Ventisei capitoli, incentrati su quasi altrettanti sport, molti dei quali freddi e ricamati in modo tale da stendere quattro o cinque pagine su un unico aspetto. La Audisio non traccia profili o biografie, si limita a istantanee di un dato periodo. Quasi un soffermarsi su una seduta di allenamento di un candidato alle Olimpiadi. Non sviluppa, cristallizza. Certo, non mancano alcuni aneddoti di grande spasso, fisiologici per un libro del genere, ma non sono quelli su cui si lavora. E' l'attesa, la speranza, l'incombere delle Olimpiadi di Atene a tenere banco, magari con la speranza di portare il lettore a seguire gli atleti su cui cala l'attenzione dell'autrice proprio in vista delle olimpiadi greche. Insomma, un progetto che sarebbe potuto andare bene se associato a un quotidiano sportivo dell'epoca, ma che perde senso se si analizza quale libro destinato, per definizione, a vivere al decorrere degli anni (e magari accescere di importanza). Poco comprensibili poi alcuni capitoli, si veda quello del baby camorrista o quello della bagnina di Saddam, che a mio avviso sono del tutto fuori luogo con il tema trattato.

EMANUELA AUDISIO

Questa la critica in generale, ma ci sono anche dei capitoli spassosi che valgano da soli l'acquisto. Su tutti la storia della "partita delle schiappe", come fu denominata dai tedeschi, ovvero lo scontro tra le due peggiori nazionali di calcio nel ranking Fifa nel 2002, o ancora il capitolo dedicato al pugile di thai box (Parinya Charoenphol poi Nong Toom il nome) che vuole esser donna e che va sul ring truccato e vestito come conviene al gentil sesso, tra risate e ironie di fondo, mandando K.O. avversari che lo sottovalutano per il suo look e i balletti, con cui introduce i combattimenti con pantaloncini rosa e reggiseno di pizzo nero, venendo poi baciati sul collo a fine incontro perché, in fondo, è un peccato doverli picchiare, sono così belli...; o ancora gli aneddoti legati agli atleti impacciati che arrivano straultimi ma calamitano l'attenzione di tutti come la ragazza di Kabul che corre i 100 metri senza aver cognizione dei blocchi di partenza o il samoano (Trevor Misapeka) sovrappeso che pensa di andare a fare il lancio del peso e invece viene schierato nei 100 metri, poco male... fa il suo record personale (cinque secondi sopra il record del mondo dei 100 metri) col padre che afferma: "L'ultima volta che l'ho visto correre così veloce è stata verso il frigo...L'unico lavoro di mio figlio è quello di mangiarsi i profitti!"
Poi storie di doping scientifico con società e bizzarri individui deputati a migliorare le prestazioni di intere squadre (è recente la storia della Russia alle Olimpiadi ancora in corso), indagini di personaggi legati a organizzazioni di alcaponiana memoria, campioni in provetta costruiti in laboratorio, scuole australiane che studiano una formula matematica per fare risultati e, infine, quella curiosa storia del barone giapponese, oro alle olimpiadi del '32 nella prova equestre di salto in ostacoli, promosso colonnello nella seconda guerra mondiale e caduto, non di cavallo ma dalla faccia della terra, sull'isola di Iwo, da buon samurai, per sfuggire alla cattura con addosso la criniera del suo Urano (il cavallo con cui aveva strappato l'oro in competizione) e il frustino usato proprio nei giochi di Los Angeles.
Lo sport, come ricorda l'Audisio, rimane sempre un buon punto di vista per interpretare il mondo. Veicolo, a volte, di idee, promotore di battaglie socio-politiche, contenitore di storie che vanno dalla leggenda alla tragedia, passando per il divertimento, la sofferenza, la speranza di fuga da mondi funestati dalla guerra o anche strumento di riscatto per interi popoli. Mi piace però chiudere con un monito offerto dalle parole di Watson, non l'assistente del più celebre personaggio nato dalla penna di Conan Doyle, bensì Checky Watson, professione giocatore di rugby, nazionale sud africano, componente dei famosi Springboks, quelli raccontati da Invictus di Clint Eastwood, ritiratosi un po' come Bulldozer quando scoprì l'inganno della federazione di cui faceva parte e le assurde regole di uno Stato forgiato su leggi pazzesche proprie degli anni '40. Vedendo il figlio, deciso a seguirne le orme, così lo catechizza, dimostrando di essere un grande: "Gli ho detto che se rinuncia a pensare da uomo perché nello sport è conveniente fare così, a casa mia non mette più piede. Non voglio diventi come gli attuali giocatori della nazionale. Vermi. Senza dignità. Gente che pur di non perdere il posto in squadra, con relativi privilegi, accetta tutto. Prima c'è l'uomo, poi il giocatore!"

Il centometrista TREVOR MISAPEKA

Mi concedo una parentesi in segno di quell'allegria e di quello spirito goliardico che dovrebbe caratterizzare il vero sport. E lo faccio con una partita snobbata da tutti, ma non dall'Audisio, che ha in sé il seme della partita da leggenda. Un match, forse l'unico della storia tra nazionali, incapace di attrarre un seppur minimo sponsor nonostante i 25.000 spettatori sugli spalti, ingresso rigorosamente gratuito. Si gioca in uno stadio da matti, con delle specie di templi al posto delle curve, bimbi seduti a bordo campo in rigorosa contemplazione, come se stessero vedendo la finale di Yokohama tra Germania e Brasile, un evento nazionale di importanza transoceanica, e di lato i palazzi che sovrastano il campo quasi a dare l'illusione di esser costruiti proprio sopra la gradinata colma in ogni posto. Si gioca a 2.200 metri di altezza, d'accordo non sarà La Paz ma è roba da gran premi della montagna. La sfida però è inversamente proporzionale all'altezza dello stadio:  Match tra la 202° contro la 203° del ranking FIFA, il Bhutan e il Montserrat. Organizzano gli olandesi, in veste di Don King dei poveri, rimasti esclusi dai mondiali del 2002 e alla ricerca di sfide alternative per buttarla sul ridere e inghiottire un boccone amaro un po' come si fa ai bimbi giocando col cucchiaio colmo di sciroppo per la tosse. Uaaaaan, ecco l'aereo... Uaaaam, Bravo!
Ed ecco così saltare fuori una sfida così allucinante che il centravanti del Montserrat, che pure dovrebbe esser abituato alla montagna, data la nazione di provenienza e certi ripetitori come suggerirebbe un lettore pisano, resta abbagliato alla stregua di San Paolo sulla via di Damasco. Ha perso alla grande la sfida col collega avversario, un tale Wangay che non si chiama così perché ama l'agricoltura pur calzando una specie di bandana per proteggersi dal sole. Roba da border line e infatti la punta del Montserrat, tale Laborde, chiede il cambio al suo allenatore. Crampi, stanchezza, infortunio, mossa tattica? Nemmeno per idea, non sarebbe congeniale a una sfida come questa... Sostituito per "allucinazioni" si legge nel testo. Dopato non era di sicuro, toglietevelo dalla testa! Eloquenti le parole nel dopo gara: «Pensavo di aver visto lo yeti...!» Non è ben chiaro se l'abominevole uomo delle nevi o l'ominimo film diretto da Parolini, Frank Kramer per gli americani, il regista che ha avviato la saga Sartana caduto nel più abominevole film della sua carriera.
Persino l'arbitro, un turista inglese professionista, resta stupefatto a guardare lo spettacolo che fa da cornice al match: "Ne ha strada da fare la Premier League per arrivare a uno spettacolo del genere, my balls.... altro che theese cocks! B.... Beautiful anche se siamo in serie Zeta! Si è Faccia a faccia con un Beauregard... firmato Bennett!" Bennett, appunto, il nome dell'arbitro, solito vedersela con lo spice boy Beckham.

Allo stadio sono presenti diversi poliziotti. No, signori... avete capito male, non sono lì per il servizio d'ordine pubblico, sono direttamente in campo. Come, direte voi? Abbiam appena detto che ci sono i bimbi seduti poco oltre le linee che delimitano il rettangolo di gara... E infatti avete preconcetti, perché i poliziotti sono in campo tra le file del Montserrat e ci tengono a precisare che lavorano senza pistola, perché da loro non serve, bastan le barzellette. Sarà forse per quello che quando giocano in zona Concacaf tutti ridono di gusto, chissà... Gli risponde il Bhtuan con i monaci tibetani, anni luce lontani da quelli di Shaolin Soccer, ma pronti a riportare su un piano di parità il conto delle autorità in campo. Diritto e religione, autorità civile e autorità secolare.

In europa, nell'università del calcio che benedice la bandiera blu con stelle gialle, DER SPIEGEL non fa giri di parole: "LA FINALE DELLE SCHIAPPE" compare a lettere cubitali in una copia lancio finita nel cestino per ordine del capo redattore e ridimensionata all'interno del giornale in formato quattordici. Non è un mistero se i tedeschi fungono da esatto contrario al termine romanticismo. La pensano diversamente i governi dei due paesi, che si smuovono come per una finale olimpica. VINCENT CASSEL, no l'uomo della BELLUCCI bensì il presidente della federazione dello stato caraibico, pretende di fare la formazione al posto del coach inglese. Sembra che non digerisca la presenza del portiere Lake... Preferisce di gran lunga i Fiumi... Si, di Porpora, del resto è così convinto di sé stesso che apprezza il film perché di spalla al protagonista c'è proprio lui...
Il Kuensel, unico foglio bhutanese, parla di sfida del secolo. Gli fa da eco RADIO FAMILY che trasmette in diretta, dall'altro capo del mondo, la sfida in una nazione che ha la capitale sepolta tra la cenere e la lava per i capricci del vulcano Soufriere. Chissà se per lanciare il match abbian lanciato il famoso pezzo dei Sister Sledge per sottolineare che 150 tesserati in una nazione in realtà altro non sono che una grande famiglia.
Tutti snobbano una sfida che ha sapore di LEGGENDA, il senso imprenditoriale sembra mancare. Qualcuno le occasioni non saprebbe coglierle nemmeno a sventolargliele sotto il naso: no, sento odore di bruciato... Non interessa a nessuno sapere che il portiere ospite abbia imprecato per ogni rete subita, tutt'altro che irresistibile, intonando il seguente sproloquio: «Bhutana la misera!» e anche, in formato Squallor «Himalaya, himalaya... maremma grossetana!»... Alla fine il PRIMO MINISTRO di Bhutam, entusiasta della partita, scende giù dagli spalti. Ci sono strette di mano e onori per tutti, a differenza di quanto visto a certe sfide in quel di Rio 2016 con atleti che fuggono ai saluti, i capitani delle due squadre alzano insieme una coppa al cielo. Il Primo ministro, dopo aver decretato un giorno di festa per tutti gli studenti dello stato, commenta in modo pertinente: «Ci interessava il messaggio di unità, fratellanza e speranza che la partita ha dato, e che ce fotte a noi dei soldi..» Per festeggiare si segnala persino l'invasione di campo di un cane, come dimostrano i reperti documentali che girano su internet, in Germania qualcuno ha subito sospettato la presenza di un complotto per meditare multe per omessa custodia di animale. Si sa, in Germania certe cose non sarebbero di certo capitate. Ma non osate guardare negli occhi il monarca della nazione vincitrice del confronto: potreste finire dietro le sbarre per aver violato una delle leggi più importanti dello Stato, alla faccia della scuola pitagorica... Non tutte le cose si prendon con filosofia!
Dimenticavo, abbiam detto che han organizzato gli olandesi, ma i soldi chi ce li ha messi? Indovinate un po'...? Una casa italiana di produzione di documentari, la Mercurio nome quanto mai idoneo in tema di febbre da mondiali (e anche di ostacolisti fan di R.J.'S Fighter, ma questa è un'altra storia), in coproduzione con un ente benefico olandese e la Robot giapponese. Una vera e propria coproduzione alla conquista del mondo, proprio come si sapeva fare nel cinema italiano degli anni '60, con buona pace dei blasonati milionari di Tokyo e Seul.

L'ORGOGLIO DEGLI ULTIMI.

"Noi giochiamo all'estero, quando torniamo a casa, non chiediamo un centesimo per stare in nazionale. Io gioco per me, per il popolo, per ragazzi del mio quartiere. Perché capiscano che lo sport è un mezzo.E' la chiave per entrare in Europa, per vincere le differenze e riscattare la nostra immagine. Lo strumento per sentirci degni e liberi. Ci giochiamo il mondo, in piscina" (Danilo Ikodinovic)



sabato 30 luglio 2016

Recensione Saggi: VITE SEGRETE DEI GRANDI SPORTIVI di Lorenzo Di Giovanni e Tommaso Guaita



Autore: Lorenzo Di Giovanni & Tommaso Guaita.
Illustrazioni: Tommaso Guaita.
Edizioni: Electa.
Genere: Antologia di Biografie Sportive.
Pagine: 400.
Prezzo: 19,90 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Questi sono i volumi che piacciono a noi, in ambito sportivo. Un testo da regalare soprattutto ai giovani, per il suo fungere da lampada orientativa atta a illuminare sport magari poco reclamizzati nella nostra penisola (penso al baseball piuttosto che alla ginnastica artistica, per non parlare dell'ippica ancora all'oscuro più tetro) e portare a conoscere i loro protagonisti, magari con l'intento poi di approfondirne la conoscenza con l'acquisto di altri volumi. Lo stile è schematico, freschissimo, pieno zeppo di simpatiche illustrazioni a cura di Tommaso Guaita, con circa quaranta sportivi internazionali tutto genio & sregolatezza, quelli per i quali, spesso e volentieri c'erano ben pochi calcoli nelle loro gesta ma che avevano in comune una cosa: erano tutti campioni di emozioni. Lorenzo Di Giovanni e Tommaso Guaita raccontano le varie storie, dispensando soprattutto aneddoti dentro e fuori dai vari contesti sportivi, in modo schematico, con schede, passaggi riepilogativi e un continuo giocare con i colori e le illustrazioni accattivanti, dalle tonalità sgargianti, che, a prima vista, potrebbero sembrare quasi fanciullesche e invece contribuiscono di gran lunga a dare al testo una scorrevolezza non di poco conto. Un valore aggiunto è poi costituito dall'ironia pungente, direi british, con cui Di Giovanni e Guaita condiscono le varie storie con commenti finali spesso esilaranti (Bravi!). Certo, l'operazione paga qualcosa sul versante della sinteticità, in alcuni casi ci sono degli errorini (tipo laddove si legge che Villeneuve, nel gp di casa, avrebbe perso l'alettone posteriore, quando invece era l'anteriore), su cui però si può e si deve passare sopra (poiché non inficiano il contenuto di fondo). Cinque pagine effettive per ogni atleta, eccetto gli ultimi dieci dati come "Riserve", quasi come se si trattasse di una lode ai trenta precedentemente presentati, di un'ideale formazione di pazzi scatenati capace di fare la differenza ma di avere parabole di vita non sempre dall'esito felice.
Il volume è edito dall'ELECTA ma, se grattate bene sul nome che compare in copertina, vedrete comparire la scritta Mondadori.

Esempio dello stile e della struttura del testo.

L'operazione nasce, probabilmente, da testi di scrittori internazionali, come Vite Segrete dei Grandi Artisti Vite Segrete dei Grandi Scrittori (malloppo di oltre 600 pagine) editi dalla casa editrice nel 2013 e 2014 a cura, rispettivamente, di Elizabeth Lunday e Robert Schnakernberg, entrambi con un stile veloce, accattivamente, ricco di illustrazioni e teso a far emergere i vezzi e le bizzarrie dei vari soggetti raccontati. Da qui deriva l'idea di lanciare scrittori nostrani (giovani) in un'operazione che ne ricalcasse modello e taglio. Ed ecco uscire, a firma Di Giovanni e Guaita il volume Vite Segrete dei Grandi Scrittori Italiani (2015) subito seguito da quello qui esaminato. Un progetto quindi ad ampio raggio spassoso e divertente che arriva ad abbracciare il mondo dello sport.
C'è un po' di tutto dentro con personaggi culto come MacEnroe, Senna, Tyson, Borg, Maradona, Pelè, Muhammad Alì, Best, Carnera, Rodman, Jesse Owens e altri più ricercati come i giocatori di baseball di inizio secolo Tyrus Cobb, George Ruth (non temete... c'è anche Di Maggio e non perché a giugno c'è il rischio che vada in esaurimento eh...), o la tennista di inizio secolo Langlen e ancora la ginnasta Comaneci, i ciclisti (mi verrebbe da dire motociclisti) Pantani, Coppi e Armstrong, i miti del basket Johnson e Jordan... insomma di tutto quel che c'è non manca nulla. E' chiaro, non può esser completa. Come ogni selezione mancano dei personaggi che qua non avrebbero certo sfigurato, penso Monzon, il tennista Connors, il rallysta Alen, la leggenda Vito Taccone, il portiere Bruce Grobbelaar e altri matti scatenati che hanno però reso leggendarie le competizioni in cui hanno partecipando scrivendo pagine indelebili di storia sportiva. Di Giovanni però, mai sazio (come dargli torto), aggiunge anche altri aneddoti generali, sia dedicati a singoli che ai collettivi, in cinque capitoli, che si aprono tra un gruppo di atleti e un altro, intitolati: "Sport e potere", "Stelle cadenti", "Strane storie", "Vincere sporco" e "Ma dici davvero?" come a suggerire che alla fine non c'è mai un epilogo ma si apre sempre una nuova storia...
Comprerò anche gli altri. Divertente, ideale per un regalo specie ai più giovani.

Se sopra c'è Primo, mentre la prima è all'apice
qui abbiam la quarta che però appare come terza, per
la quinta c'è da andare dietro all'apparenza.

"Non fuggo da una sfida perché ho paura. Piuttosto, ci corro incontro!" (Nadia Comaneci, Romania).

mercoledì 13 luglio 2016

Recensione Narrativa: LA RAZZA CHE VERRA' di Edward Bulwer Lytton





Autore: Edward Bulwer Lytton.
Genere: Fanta-sociologia / Romanzo Utopico.
Titolo Originale: Vril, The Power of Coming Race.
Anno di pubblicazione: 1871.
Edizione Italiana: 2009.
Editore: Miraviglia Editore.
Pagine: 268.
Prezzo: 16,50 euro.

A cura di Matteo Mancini. 

Con The Coming Race facciamo la conoscenza di un autore poliedrico e assai prolifico che dovrebbe essere menzionato in ogni saggio dedicato alla storia della narrativa fantastica, come uno dei precursori base, ma che assai di rado si trova nei volumi a tema pubblicati in Italia. Ciò è dovuto alla priminente narrativa storica a cui lo stesso ha prestato massimo interesse, tanto da definirsi "il primo autore di romanzi storici veramente erudito", ma soprattutto a un atteggiamento di sfavore da parte dei critici americani che tendono a considerarlo tra i peggiori autori del periodo vittoriano. Conosciuto in particolare per il satirico Godolphin (1833), e i romanzi storici Gli Ultimi Giorni di Pompei (1834) e Rienzi (storia del 1835 ambientata nella Roma del XIV con protagonista il politico Cola Rienzi, acclamato dal popolo come un salvatore ma poi criticato per le tasse e il suo modo di procedere per compromessi e protagonista di un epilogo con un Campidoglio dato alle fiamme dal popolo insorto) sembra particolarmente caro ad Adolf Hitler, vanta infatti una discreta, ma non troppo numerosa, produzione in ambito fantastico-esosterico con romanzi quali Zanoni (1849), pubblicato fingendo di essere il mero editore e di aver avuto il testo da un rosacroce di cui non poteva rivelare il nome, Una Strana Storia (1862) e Maghi e Magia (1865), oltre naturalmente al qui presente La Razza che Verrà
Nato in Inghilterra nel 1803, da un generale (morto quando lui aveva quattro anni) e un'aristocratica inglese, ebbe un'infanzia turbolenta seguita da tribolate esperienze sentimentali adolescenziali, che lo portarono ad accompagnarsi con diverse donne (addirittura una zingara) prima di sposare, contro il volere della famiglia che gli tolse ogni finanziamento, una scrittrice irlandese con cui poi si lasciò, dieci anni dopo, in modo traumatico, tentando addirittura di farla rinchiudere in manicomio per l'eccesso di offese e calunnie che la stessa gli riversò contro allo scopo di intralciarne la carriera politica. Più volte eletto deputato nel parlamento inglese,  prima con i liberali poi con i conservatori, acquisì nel corso degli anni il titolo di Barone. Pubblicò moltissimo, circa sessanta opere, dieci romanzi nei primi dieci anni di attività per mantenere sé e la moglie, svariate piece teatrali, testi politici, saggi vari (celebre il saggio del 1828 Pelham sul fenomeno dandy che determinò una vera e propria moda) e volumi di carattere storico/divulgativo. Grande amico di Charles Dickens, conosciuto quando quest'ultimo era uno scrittore emergente, funse da ispirazione per l'ideazione del personaggio Steerforth di David Copperfield.
Questa è l'esistenza solare di Bulwer Lytton, il quale ebbe anche una vita, per così dire, segreta o underground. Interessato di occultismo e più in particolare di magia sessuale, studioso dell'Apocalisse di San Giovanni, si dice addirittura adepto di un ordine Rosicruciano, fu grande amico dell'occultista francese Eliphas Lèvi e di svariati membri poi fondatori dell'Hermetic Order of the Golden Dawn. Tale appartenza spinse, e spinge tuttora, svariati soggetti a ricercare nei suoi romanzi delle presunte verità insabbiate sotto il velo del fantastico riconducibili a segreti legati all'iniziazione a una dottrina esoterica. La cosa fu presa in modo talmente serio da ispirare, a inizio novecento, la nascita di alcune logge tedesche (la Società del Vril o Loggia Luminosa, fondata a Berlino nel 1920) poi confluite nella Thule e da questa al folle gruppo nazista pienamente convinto dell'esistenza di Agarthi, con relativa accettazione acritica della teoria della terra cava e di un mondo sommerso popolato da creature capaci di sovvertire l'ordine della superficie terrestre e di condurre la razza ariana al trionfo su tutte le altre.
Morì nel 1873 a Torquay per i postumi di un'operazione all'orecchio, che gli determinò un'infezione letale.

Edward Bulwer-Lytton.


The Coming Race è il suo terzultimo romanzo, uscito nel 1871, due anni prima della morte, edito in forma anonima (per due anni) sul Blackwood's Magazine, e pubblicato in Italia solo nel 1898. Viene, giustamente, definito romanzo utopico ispirato da Utopia (1516) di Thomas More e La Città del Sole (1623) di Tommaso Campanella, ma anche dal coevo Viaggio al Centro della Terra (1865) di Jules Verne. Ebbe immediato riscontro sia di pubblico che di critica.

La storia ha uno svilupppo centrale che riprende il tema già affrontato da Verne (peraltro si sconfessa ancora la teoria, o meglio certezza, che più si scende sotto la crosta terrestre più aumenta la temperatura), almeno apparentemente, ma Bulwer-Lytton opera poi uno sviluppo, se vogliamo, statico della vicenda. Mentre in Viaggio al Centro della Terra i protagonisti si spostano in un mondo sotterraneo per trovarne l'uscita, qua il protagonista, unico superstite di una discesa nel cuore di una miniera più verosimile ma fin troppo veloce, rispetto alla soluzione scelta dal collega francese, resta sempre nello stesso punto. Se Verne giocava tutto nel c.d. sense of wonder del lettore proponendo soluzioni e sviluppi avventurosi, Bulwer-Lytton opera un'analisi sociologica di un popolo antidiluviano costretto a penetrare nel cuore della terra per sfuggire alla catastrofe che si era scatenata sulla superificie. Un popolo umanoide, compatibile alla razza umana e dunque a essa legata da uno sviluppo comune (non è un popolo alieno, dato che si rende possibile l'accoppiamento riproduttivo), modificatosi però nelle caratteristiche per meglio adattarsi all'ambiente, che Bulwer-Lytton gioca a definire prendendosi gioco della teoria dell'evoluzione del coevo Charles Darwin. Evidente al riguardo il passaggio dove afferma che questa specie, e con essa l'uomo, sarebbe nata dall'evoluzione della rana (si veda, in copertina, lo spigolo angolare destro dove si evidenzia proprio questo passaggio). L'autore però non si ferma all'evoluzione fisica e anatomica di questi soggetti (peraltro in grado di volare grazie all'ideazione di appendici mobili in cui inserire le braccia), ma si estende anche all'evoluzione sociologica del complesso apparato civile e organizzativo. Su tal versante Bulwer-Lytton ne approfitta per criticare la democrazia in favore di una sorta di sistema anarchico (si parla di autocrazia benevola) e utopico, dove gli abitanti si danno delle regole consuetudinarie e provvedono loro stessi a farle rispettare come una sorta di famiglia allargata senza che vi sia una vera autorità se non un magistrato supremo, TUR, che interviene per prendere le decisioni più combattute. Il motto che sta alla base di questo sistema è: "Non c'è felicità senza ordine, non c'è ordine senza autorità, non c'è autorità senza unità." E' proprio sull'analisi di questa razza, i Vril-ya, che Bulwer-Lytton concentra i propri maggiori sforzi, parlando di come si è formata la loro lingua (un intero capitolo), dei rapporti tra maschi (ana) e femmine (gy), evidenziando anche qua un superamento dei limiti sociali storici dell'epoca dell'autore dato che la femmina ha un rapporto paritetico se non superiore rispetto ai maschi, della gestione educativa dei piccoli ana (vengono subito messi a lavorare per formarsi fin dalla tenera età) nonché di quella degli animali antidiluviani presenti (compresi i mostri sulla falsa riga dei dinosauri), si parla addirittura delle credenze religiose (con una visione, direi iniziatica, che parte dalla credenza base dell'esistenza di un essere divino e di una vita futura dopo la morte, sposando però una religione universale, che non scende in particolari ulteriori, superando in questo modo ogni forma di conflitto religioso perché, un po' come direbbero i sofisti, l'uomo non può interrogarsi su cose di cui non è a conoscenza) e di come questo popolo si relazioni con la morte. Viene infine dato ampio spazio alle scoperte scientifiche effettuate (utilizzano persino automi e aerei) che hanno determinato la fine di ogni forma di lotta e di guerra.

La fortuna dei Vril-ya è dovuta, vero e proprio centro su cui ruota il romanzo e che ne decretò la fortuna, a un fluido, racchiuso in uno scettro, in grado di essere attivato e disciplinato in modo da agire come potenza su ogni forma di materia animata o inamita. Un fluido (il vril) utilizzato sia per distruggere, come laser, sia per dare l'energia necessaria a illuminare l'ambiente, sia per curare in quanto capace di influire sui centri nervosi (dunque in grado anche di influenzare i comportamenti) ma anche di fungere da energia assimilabile all'elettrica e alla nostra futura energia nucleare. Non a caso, data la potenza distruttiva di questo fluido a disposizione di ogni cittadino, nella società del vril-ya si è venuto a creare un raffreddamento di ogni potenziale ostilità tra clan e cittadini con la realizzazione di una società paritetica dove non esiste nessun povero e le risorse e le ricchezze sono equamente ripartite. "Non ammettiamo differenze di rango, gli amministratori non godono di particolari onori e quindi le ambizioni individuali non vengono in alcun modo stimolate" spiegano al terrestre.

E' bene subito sottolineare che Bulwer-Lytton riprese l'idea di questo fluido dalle leggende legate al mito degli atlantidei. Esiste infatti ampio materiale in cui si sostiene che gli atlantidei fossero a conoscenza di certe forze utilizzate quali agenti propulsivi per alimentare macchine volanti e in grado di invertire la forza di gravità. Palese poi il collegamento con il mito di Agarthi e di tutta quella narrativa incentrata sull'idea dell'abitabilità del mondo che si apre al di sotto della superficie terrestre.
Per quanto riguarda il termine "vril", secondo alcuni autori, esso sarebbe riconducibile all'opera di un anticipatore di Verne ovvero il fracense Jacolliot il quale avrebbe fatto cenno a un'Energia Vril quale forza posseduta, gaurda caso, dal popolo di Agarthi.

Una più appropriata copertina
di un'edizione inglese.

Il romanzo procede con uno stile lineare, semplice da leggere tanto da non dare segno dell'età che lo caratterizza. Tuttavia, se la prima parte è amiccante per la sua forte connotazione avventurosa, la seconda si arena in dissertazioni proprie di un saggio sociologico. In altre parole non si procede per fatti, ma per descrizioni relative alle caratteristiche della popolazione appena conosciuta. Di fatti la storia viene portata avanti con un io narrante che parla della propria esperienza allo scopo da fungere da monito per la popolazione terrestre. Il protagonista, infatti, si interroga sul cosa succederebbe se i vril-ya venissero allo scoperto, tornando a calcare il loro mondo originario. Immagina infatti le conseguenze che potrebbero innescarsi e che porterebbero all'estinzione della razza umana che verrebbe percepita come potenzialmente minacciosa per i vril-ya e dunque assimilabile a quegli animali non addomesticabili e pericolosi per la sicurezza urbana e dunque da abbattere come legittima difesa. Il protagonista vuol così ammonire gli umani circa l'effettiva esistenza di un popolo ultraterreno dotato di un potere sconfinato, grazie allo scoperta di un fluido fonte primaria di ogni energia, che è stato capace di creare un sistema sociale tale da racchiudere tutte le caratteristiche di un sistema ideale basato sull'idea di una prospettiva di una vita futura, oltre la morte, cui ascendere. "Le menti abituate a riporre la felicità in cose tutt'altro che divine, troverebbero troppo noiosa la gioia degli dei e desidererebbero ritornare in un mondo in cui poter riprendere a lottare gli uni contro gli altri".

La parte terminale del romanzo vira al rosa, con svariate gy (tra cui la guida che spiega e addestra, grazie a poteri telepatici, per tutto il corso del romanzo il protagonista) che si innamorano del protagonista suscitando le ire del TUR poiché matrimoni tra razze diverse sarebbero potenzialmente nocivi per il bene della comunità in quanto i figli che ne deriverebbero inquinerebbero la razza (qua è percepibile l'unico rimando alle idee malate che si svilupperanno in Germania e in Italia nel novecento). La soluzione del magistrato supremo diviene così estrema e dunque finalizzata a fare abbattere il protagonista, poiché un suo eventuale ritorno sulla superficie potrebbe essere anch'esso pericoloso perché notizierebbe i suoi simili stimolandone la curiosità ed eventuali spedizioni future. Si innesca così la veloce parte terminale col nostro che, aiutato dalla sua innamorata, riuscirà a fuggire grazie a una serie di crepacci aperti, e poi richiusi, nella roccia a colpi di vril.

Bella, seppur assai pessimista, la morale che Bulwer-Lytton trae dalla storia ovvero di quanto sia contaminata e votata al male la natura umana (da leggersi, a mio avviso, quale maledetta dall'onta del peccato originale). Si potrebbe quasi dire che i vril-ya costituiscono una razza più vicina alla perfezione divina, mentre la razza umana sia su una scala involutiva che vira più sul versante del maligno per disposizione ereditaria. A determinare questo passaggio verso la perfezione divina dei vril-ya, anch'essi in origine sul medesimo piano umano, è stato proprio il vril. Dunque una popolazione che si è evoluta e non benedetta fin dall'origine dal volere divino. Ecco che ne derivano le svariate interpretazioni del testo che orientano il romanzo su un versante esoterico e che attribuiscono al fluido il valore metaforico di un'energia posseduta all'interno di ogni individuo ma utilizzata in minima parte, perché l'uomo tende a non prenderne coscienza, e che costituirebbe il legame di una nostra possibile divinità come hanno avuto modo di dire gli studiosi Louis Pauwels e Jacques Bergier ne Il Mattino dei Maghi.
In altri termini il protagonista si rende presto conto di come la perfezione raggiunta dai vril-ya, apparentemente lodevole e invidiabile, racchiuda in sé un qualcosa di incompatibile con la natura umana. "Noi umani  non siamo né abituati né adatti a godere a lungo la felicità che sogniamo. Se prendeste un migliaio dei migliori esseri umani con inclinazione filosofica e li collocaste come cittadini in quella beata comunità, in meno di un anno, morirebbero di noia o tenterebbero una rivoluzione, contraria al bene dello Stato, finendo ridotti in cenere su richiesta del Tur." Indispensabile per superare questo nostro stato mentale e perverso sarebbe proprio il vril, visto da alcuni interpreti quale energia interiore che simboleggia l'uomo superiore (in senso spirituale) chiamato al compito di distruggere l'uomo "materialista" nel senso di ricodificarlo in vista di una vita finalizzata alla conquista di quella ultraterrena che costituisce il vero obiettivo cui tendere. Al riguardo è di un romanticismo sconfinato la proposta di matrimonio avanzata dalla Gy del romanzo al protagonista: "Il nostro sarà un matrimonio di anime. Oh, pensi forse che il vero amore abbia bisogno di un'unione ignobile? Io non desidero solo essere al tuo fianco in questa vita, e partecipare alle tue gioie e ai tuoi dolori, chiedo un legame che ci unisca per sempre nel mondo degli immortali." Credo che si tratti di un epilogo tanto romantico e sognante, piacerà in modo smodato al pubblico femminile (parte terminale da strappa lacrime), da riflettere le delusioni vissute in vita dall'autore che dovette rinunciare, in gioventù, all'amore della vita, in quanto la sua prescelta, morta in giovane età, fu costretta a contrarre un matrimonio per interesse, mentre la sua futura moglie finì col tradirlo e tenere dei comportamenti oltraggiosi dopo il divorzio.

Chiudiamo qua con un commento conciso che racchiude anche la mia interpretazione simbolica del testo. A differenza de Viaggio al Centro della Terra, non siamo alle prese con un romanzo per ragazzi, bensì con un testo di valoro socio-politico nonché filosofico-religioso mascherato da romanzo d'avventura. Ne deriva un contenuto che nella parte centrale risulta sicuramente lento per un lettore medio, figurarsi per un giovane, con interi capitoli che si potrebbero saltare ai fini della narrazione strettamente legata con l'evolversi della vicenda. Bulwer-Lytton utilizza infatti questi spazi per fare le sue critiche e le sue analisi intrinseche alla storia, che ne costituisce quindi mero pretesto. Ne deriva un narrato assai ridotto all'osso, strumentale a mettere in scena la struttura organizzativa della c.d. razza ventura ovvero quella che, prima o poi, emergerà dal centro della terra per spazzare via la perversa società che vive sulla superficie. Siamo quindi alle prese col sempre annoso tema del Kali Yuga (l'età oscura, vissuta, nel caso del testo, da chi sta sotto la luce del sole, caratterizzata da conflitti e crisi spirituale e dalla primaria ricerca della ricchezza patrimoniale, in luogo della spirituale, con conseguenziale resa in schiavitù del prossimo) e dell'imminente sopraggiungere del Satya Yuga ovvero dell'età dell'oro (rappresentata, nel testo, da chi sta nell'oscurità, ben lontano dalla vista e dalla comprensione delle masse) che si innescherà con la fine del mondo (tema caro a Bulwer-Lytton) da intendersi però su un concetto di scala di valori, e non sul versante prettamente distruttivo della materia, con ritorno allo stato proprio del paradiso perduto. Essoterismo da una parte, esoterismo dall'altra, se vogliamo... In questo forse consiste quella chiave interpretativa paventata dallo studioso Fabrizio Ferretti, che si limita però ad accennare senza indicare il sentiero interpretativo da imboccare, quando dice: "La forte connotazione esoterica ci porta a considerare una lettura che forse rappresenta una chiave, se non la chiave, per accedere al significato più profondo del romanzo. Sono presenti diversi livelli di lettura come spesso accade."
Di certo La Razza che Verrà costituisce uno dei primi esempi di narrativa fantastica/fantascientifica. Da non perdere, per chi ha apprezzato, la lettura de L'Altra Parte del tedesco Kubin.

L'edizione ARKTOS.

"Tutte le facoltà della mente possono essere accelerate, fino a livelli irraggiungibili in stato di veglia, mediante la trance e la visione, in cui i pensieri di un cervello possono esser trasmessi a un altro consentendo un rapido interscambio delle conoscenze".

domenica 12 giugno 2016

Recensione Narrativa: IL GOLEM di Gustav Meyrink.




Autore: Gustav Meyrink.
Anno: 1915.
Genere: Narrativa ermetico/esoterica

Pagine: 270



Commento di Matteo Mancini.

Testo complesso che potremmo definire iniziatico o comunque ad alto contenuto esoterico, che fa perno sulla Kabbalah ebraica per dare la risposta alla domanda su cui ruotano un po' tutte le religioni: Qual'è il significato della vita dell'uomo?
Proposito dunque nobile, complesso, oserei dire di natura religiosa. Sbagliato allora elencare Il Golem nell'ambito della narrativa del terrore, anche se è innegabile una certa atmosfera terrorifica, riduttivo persino comprimerlo nell'alveo della narrativa fantastica. Che genere è allora Il Golem? Semplice, è letteratura con la L maiuscola. 

Gustav Meyrink, appassionato di esoterismo a 360° gradi da quando decise di dirottare la propria vita verso la conoscenza dell'altrove, porta il lettore nelle atmosfere cupe e claustrofobiche del ghetto di Praga dei primi del novecento. E lo fa con un romanzo dalla struttura irregolare, caratterizzato da dilatazioni temporali, ma soprattutto da continui passaggi dal sogno alla realtà che sembrano quasi suggerire quel brain-storming visto, in certi ambienti, come condizione imprescindibile per abbattere il legame al mondo materiale e spingere l'iniziato o aspirante tale alla brama ardente di infinito. Meyrink racconta tutto questo con una serie di personaggi sospesi tra la pazzia e la genialità visionaria, soggetti che rientrano nella quadri-partizione sciorinata da Arthur Machen ne Il Grande Dio Pan ovvero peccatori (spinti da una grande forza d'animo e dedizione nello studio, che ricorrono a qualunque mezzo per trascendere ed entrare nelle più alte sfere ricorrendo a mezzi proibiti col fine di conquistare la sapienza degli angeli), santi (che cercano di recuperare la felicità degli uomini prima del peccato originale senza andare oltre), persone comuni (atteggiamento passivo verso la vita oltre la morte) e i geni (via di mezzo tra il santo e il peccatore per il fine che perseguitano e dunque combattuti circa la via da intraprendere per la salvezza). È proprio su questa ripartizione che gioca Meyrink che propone quattro soggetti cardinali attorno ai quali ruota la storia. Abbiamo un protagonista che rivive per interposta persona (elemento di contatto un cappello) il cammino iniziatico di un uomo che, molto probabilmente, innescherà a sua volta il cammino iniziatico dell'altro; un rigattiere materialista a cui va tutto male perché ha basato la propria esistenza in vista di un materialismo terreno (con ricchezze che perderà finendo in eredità di altri, proprio come le anime non adeguatamente sviluppate), un rabbino che lavora in municipio e che dona il patrimonio ai bisognosi in quanto superfluo (il santo) e due assassini studiosi (i peccatori) che sperano di redimersi cancellando l'onta che li han portati a uccidere consapevoli comunque della vera natura dell'esistenza e dunque peccatori doppiamente dolosi (potrebbero incarnare quelle creature impure ma, a loro modo, superiori alla persona comune, cui Meyrink fa cenno quando parla dell'Armilos ovvero una sorta di corrispondente anticristo della tradizione cristiana che potrebbe nascere dall'unione di questi esseri con l'anima corrotta).

Ma prima di scendere nel dettaglio vediamo di capire chi era Meyrink poiché, contrariamente a quello che mi capitava di leggere spesso in certi ambienti, la vita e il background di uno scrittore/autore sono fondamentali per tentare di capirne l'opera. Meyrink, al secolo Gustav Meyer, nasce quale figlio giuridicamente non riconosciuto di un politico dello stato del Wurttemberg e di un'attrice di teatro. Vede la luce nel lontano 1868, a Vienna, ma si forma in Germania e in Repubblica Ceca (all'epoca impero austroungarico) dove decide di trasferirsi completati gli studi. Di origini ebraiche, riceve una formazione che potremmo definire, oggi, commerciale. Ha un'interessante inizio di carriera, dapprima quale impiegato in un'azienda di esportazione poi come banchiere. Fonda una banca tutta sua in quel di Praga, contrae matrimonio con la figlia del banchiere della concorrenza e pone le basi per un futuro florido. Ha una prima parte di vita come molti suoi coetanei benestanti. Ama le donne, gli scacchi e il canottaggio, poi d'improvviso muta orientamento filosofico. Il motivo principale è il proprio status: lui non è un nobile, pur avendo ricevuto tutto quelle che serve, e ciò non lo aiuta a fare il salto decisivo. Non viene accettato dall'alta società. Il matrimonio si sgretola presto, si trova costretto a sfidare a duello un rivale che però non decide di battersi con lui poiché Meyrink non è un nobile e dunque non è degno di scontrarsi con lui. È l'inizio di un male oscuro che inizia a consumare il futuro scrittore. Meyrink non da modo di farlo vederlo all'esterno, dato che la sua posizione nella società civile si accresce, ma è sull'orlo di una crisi di nervi, sta per cedere al richiamo dell'aldilà. Delusioni amorose, una felicità che non riesce a trovare e un atteggiamento di sfida verso la società borghese che non vuole accettare, un po' per via del suo antimilitarismo, del suo odio per il mondo militare (composto da persone ree di eseguire ordini senza interrogarsi sulla natura degli stessi, simili ad automi) ma anche del suo genio ribelle e non convenzionale inviso ai potenti. Appassionato di satira, pubblica nel 1901, sul giornale Simplicissimus (di cui diventerà fervente collaboratore), il racconto Il Soldato in Fiamme. Atteggiamenti che lo portano presto a essere bollato quale scrittore grottesco, umoristico, dotato di un'ironia caustica che non risparmia nessuno. Insomma qualcuno da non prendere sul serio, ma comunque scomodo e irriverente. Finisce sotto l'occhio del ciclone di politici e bulletti locali, che fanno di tutto per togliergli credibilità e rispetto. Meyrink è trasparente nel lavoro, serio, eppure viene accusato di strozzinaggio, persino di furto. Lui non si tira indietro, non ci sta a vedere infangato il proprio onore e reagisce sfidando a duello tutti gli ufficiali del reggimento di stanza a Praga. Viene comunque incarcerato, ma al processo vende cara la pelle dimostrando l'infondatezza delle accuse. Una vergogna per Praga, ma tutti fanno finta di nulla. Viene rimesso in libertà. Meyrink ormai ha ventitré anni, è ancora giovane tuttavia comincia ad accarezzare la possibilità di fuggire da un mondo che non riconosce come proprio. Una sera, che per lui diventerà fondamentale, si trova in un albergo con in mano una pistola che ha recuperato in giro per la città. Nella mente mille pensieri contrastanti, una meditazione però che sembra aver preso una piega decisa (avverrà qualcosa di simile anche per il protagonista de Il Golem). A un certo punto, proprio mentre sta immaginando di far pressione sul grilletto, nota passare sotto la porta della camera in cui alloggia un opuscolo. "Che strano" pensa. Senza quasi accorgersene posa la rivoltella, l'appoggia sul comò per liberarsi le mani. Col palmo in cui prima teneva la pistola si accarezza i capelli, un veloce passare sul cranio come l'HILLEL che guarirà la coscienza del protagonista del suo futuro Golem. "Cosa diavolo sarà?" È curioso, vuol vedere cosa gli ha riservato il fato, cosa è passato sotto la base del portale che aveva pensato di non dover più aprire... Si alza, titubante, fa qualche passo, poi si ferma... Ha la bocca impastata, la lingua che spinge sui denti serrati. Un tentativo inconscio di sputare fuori parola, ma niente... Quel "Chi sei?" non esce fuori. L'ombra di chi ha lasciato il foglio si sta allungando sotto il pertugio, il silenzio viene scacciato dal rumore di passi che si allontanano, veloci, scattanti, come lo schioccare di zoccoli che battono su un selciato di sampietrini. E' caldo, maledettamente caldo, eppure non dovrebbe esserlo, data l'altitudine e il freddo che discenderà nel romanzo Il Golem quando il protagonista sarà in preda al Bagatto, la prima carta dei tarocchi, il suo perfetto doppio. Gustav si ferma, resta in ascolto. Scende di nuovo il silenzio, l'ondata di calore si placa, si raffredda. Allora il giovane ventitreenne si piega sulle ginocchia, guarda, e cosa ti vede? Un depliant, un semplice e banale depliant di una casa editrice che tratta temi legati al mondo dell'occultismo. Le dita, avide, scorrono le poche pagine e gli occhi cadono su titoli che vertono sullo Yoga, ma anche sulla magia, lo spiritismo e la stregoneria. Argomenti che non lo avevano mai interessato, ma che gli fanno scoccare una scintilla che fa di nuovo ardere la fiamma della vita e ruotare la chiave in una serratura che mai il pragmatico Meyrink si sarebbe immaginato di far scattare. 

Il giovane GUSTAV MEYRINK.

Da quel famoso giorno Meyrink inizia a frequentare ambienti più o meno legati all'esoterismo, restandone però poco impressionato. Predilige allora la lettura, la conoscenza immortalata nella carta stampata, ma anche qua finisce con diventare preda della confusione. Comprende allora, come suggerirà il filosofo Krishnamurti, che bisogna trovare l'illuminazione dentro sé stessi, non all'esterno o in terze persone. Una visione antropocentrica. Il suo approccio all'esoterismo diventa così introspettivo, da intendersi quale metodo di sviluppo della “vista interiore” (il famoso terzo occhio, ndr) contrapposta alla menzognera vista legata al principe dei cinque sensi che ha nell'occhio il suo strumento (si badi di cosa è specialista il figlio dell'antagonista e che tipo di operazioni vada a fare ai suoi clienti, ndr). Accumulati dati e saperi esoterici, ma soprattutto elaborata una propria filosofia di stampo esoterico trascendente che lo porterà a fondare una sua loggia, loggia della stella blu, dieci anni dopo l'evento che lo aveva salvato dal gesto estremo, prende una decisione drastica: sposa la causa artistica della scrittura e si ritira dalla carriera lavorativa. Gli inizi non sono facili. Vive grazie ai proventi che gli arrivano dall'attività di traduttore. Lavora soprattutto sui testi di Dickens, dando poi alle stampe una raccolta di racconti, La Raccolta delle Figure di Cera (1913), che spara a zero sulla borghesia dell'epoca e che è il risultato della serie di pubblicazioni su Semplicissimus. Nel 1915 però spiazza tutti, facendo uscire a rate quello che oggi è ricordato come il suo principale romanzo, primo di cinque, e che è Il Golem. Il successo, piuttosto sorprendentemente data la complessità del testo, è immediato. Da allora su Meyrink s'è scritto di tutto. Chi lo considera uno scrittore illuminato (Julius Evola), chi un alto esponente di gruppi filo massonici, chi addirittura un vero mago e chi, infine, lo reputa un burlone che si è divertito a giocare con l'esoterismo. Si comprende dunque fin da qui quanto sia controversa l'opera di Meyrink, uno scrittore che non ricercava tanto il riscontro del suo pubblico ma dichiarava di voler fare un uso veicolare della narrativa, quale mezzo per rivelare, in forma allegorica e romanzata, le vie e gli strumenti per raggiungere uno stato e una conoscenza di ordine superiore. La base della narrativa di Meyrink passa tutta da questo suo passaggio: “La vita normale è sonno; ciò che noi chiamiamo agire e imparare altro non è che il frutto automatico di azioni meccaniche, che si dipanano sul piano strettamente materiale; chi limita sé stesso a condursi su questo piano, si logora e consuma come fa un meccanismo, che alla fine si rompe, e rimane materia inerte. Invece, l'uomo risvegliato grazie alla sapienza esoterica, rompe il guscio dell'animalità e fa ascendere la sua coscienza fino ai piani superiori dell'essere; sveglio durante la vita, resterà tale anche dopo la morte fisica: sua, e soltanto sua, sarà l'eternità.” Ne Il Golem Meyrink dice che è difficile parlare di queste tematiche alla gente comune, a un pubblico non preparato, non veramente motivato, perché la risposta sarebbe una sola: “Sei malato, non capisco cosa stai dicendo, cosa hai fumato?”. Queste persone, a detta dell'autore, “trascorrono come una corrente, simili a erba che a breve appassirà” sprecando la loro vita in modo passivo e improduttivo, simili a bestie che si occupano solo dei bisogni fisiologici senza sapere guardare oltre, senza interrogarsi sul loro ruolo nel complesso disegno divino (bellissimo il passaggio dove Meyrink mette in scena la figlia del rabbino, tale Miriam, che parla di sognare di sposarsi specificando però con chi o cosa).

GUSTAV MEYRINK maturo.

Dunque un'analisi e una filosofia diretta a superare il materialismo che domina la vita sociale per acquisire quelle conoscenze (esoteriche in quanto elitarie) funzionali alla conquista di quella salvezza che prende il nome di vita ultraterrena. Una via come un'altra finalizzata a rispondere alla domanda che attanaglia tutte le coscienze illuminate che cercano di trovare il segreto della vita attraverso la risoluzione di un quesito all'apparenza semplice, "qual'è il significato della mia vita?", a cui diventa alquanto difficile dare una risposta oggettiva e incontrovertibile. Ancora una volta si può dire tutto e il contrario di tutto, ma almeno in apparenza. Ed è su questi temi che ruota il romanzo Il Golem, un'opera che cela sotto la parvenza di romanzo un testo onirico che è quasi un saggio incentrato sulla Kabbalah ebraica, sul tema del doppio e sull'inconscio, a simboleggiare un cammino di risveglio che porta alla conquista dello status di Ermafrodito ovvero l'evoluzione spirituale in grado di superare il limite della morte. “Chi non va verso lo spirito con ogni atomo del suo corpo non potrà contemplare i segreti di Dio” spiega uno dei personaggi cardinali del romanzo; e lo spiega al cospetto di un individuo, un burattinaio, che personifica l'uomo comune che vorrebbe ogni cosa spiegata e di pronta soluzione, così da non dover ragionare e non metterci del proprio. Fa poi seguito una critica implicita agli approcci religiosi essoterici (quelli tipici delle religioni standard, diciamo così, in quanto rivolte alle masse): “Guarire tutti gli uomini con un unico metodo è privilegio della medicina soltanto. Colui che domanda riceve la risposta di cui ha bisogno... Ciascuno ha il dovere di trovarsi da solo le vocali segrete che gli dischiudano il senso a lui e a solo lui destinato.” Ne deriva la necessità di un lavoro attivo, come uno studente che deve proporre un suo metodo a un professore, un suo approccio personale, ragionato e calibrato, che non può copiare dalle esperienze altrui, ma che deve trovare da solo la via, nei labirinti oscuri dell'esistenza, che lo porti a imboccare quell'unico corridoio che sfocia nel sentiero della luce, vincendo paure, apatie, stasi e soprattutto facendo scelte decisive e pericolose. Illuminante, al riguardo, il percorso nei sotterranei praghesi che farà il protagonista, a rischio di morire, fino a notare una botola a forma di stella (simbolo determinante in certa narrativa), da cui filtra luce, che lo immette nella stanza del golem. Il golem di Meyrink, che tornerebbe a funestare le vie di Praga del quartiere ebraico ogni 33 anni (altra cifra simbolica molto forte), non è quello della tradizione folkloristica. Per intenderci meglio, non ha nulla a che fare con l'apatica creatura d'argilla generata da un rabbino esperto di Kabbalah come invece avviene nel successivo Il Golem di Frank Graegorius (Libero Samale, altro grosso studioso di esoterismo) recentemente proposto col titolo Sinfonia del terrore (recensito su questo portale). Assume infatti, a mio avviso, una natura metaforica. Esso non è tanto un fantasma, come suggeriscono alcune interpretazione di altri lettori, ma incarna la natura base dell'uomo “dormiente”. Non a caso dorme risvegliandosi solo al completamento dei 33 anni (quasi a simboleggiare il culmine del cammino che porta al risveglio, non credo sia casuale), tornando così in vita facendolo però in modo funesto poiché privo di anima ed essendo così costretto a ritornare sempre in vita, ciclicamente, senza possibilità alcuna di trascendere. Fino ad allora però è spento, confinato in un palazzo sacro inaccessibile, sprovvisto di porte, che può esser raggiunto solo da chi intraprendi un labirinto sotterraneo nascosto, pieno di insidie. Il golem, così caratterizzato, simboleggia lo spauracchio della condizione umana, il rischio di non trovare se stessi, di non sviluppare il proprio io celato in una dimensione apparentemente inaccessibile, con il rischio di emulare la triste sorte del golem, ovvero di tornare di nuovo in vita, perdendo così il proprio tempo in un sonno inconscio che prende la piega di un circolo vizioso da cui non c'è via di uscita se non quella della pazzia o dell'incoscienza. Bisogna comprendere come riuscire a fecondare la propria anima (da qui il libro che viene portato in casa dell'artista, proprio come quell'opuscolo trovato da Meyrink e che lo smuove creandogli una supernova di visioni, e che si dischiude sul capitolo intitolato Ibbur) e farlo nel modo adeguato, non è possibile altrimenti recuperare dagli errori. La memoria, da leggersi quale precedente esperienza di vita vissuta culminata con la morte, finisce preda della nebbia, alla stregua delle anime raccontate nella mitologia greca e costrette a bere dalle acque del fiume Lete prima di riessere messe in circolo. Niente più rimane della precedente vita (non a caso Meyrink, prima della morte, aderirà alla filosofia buddista, ndr) se non un quaclosa di atavico, sbiadito e confuso. Non a caso il protagonista della storia, un artista (soggetto maggiormente portato a staccarsi dal materialismo un po' come il religioso o il matto), non ricorda il proprio passato, vive svariati sdoppiamenti di personalità che passano dalla realtà al sogno e si sovrappongono tra loro: “Mi avevano sottoposto all'ipnosi, avevano murato la stanza che metteva in comunicazione quei compartimenti del mio cervello e fatto di me un individuo senza patria in mezzo alla vita che mi circonda.” Non è forse lo specchio della condizione del golem raccontato da Meyrink? Per vincere la morte è necessario evocare e purificare il proprio doppio, il c.d.Habal Garmin (il soffio delle ossa). Meyrink mette in scena questa figura in modo materiale, con taglio da ghost story, ma ancora una volta si tratta di un simbolo. Penso di poter dire che lo scrittore austriaco parli dell'anima, come una creatura cui dar vita, sviluppare e a cui unirsi per creare un vero corpo completo, rappresentato dalla figura dell'ermafrodito che incarna tutte le caratteristiche dell'uomo e della donna a indicare l'essere perfetto, la completa realizzazione cui è diretta la vita terrena, il vero “miracolo” dell'esistenza. Così si legge: “La meta ultima è la fusione di due esseri in quello che può essere simboleggiato dall'Ermafrodito, l'unione magica dei generi maschile e femminile in un semidio, principio di una vita nuova, eterna.” Forse non a caso quando si parla di angeli si parla di esseri asessuati, ma si potrebbe forse dire anche l'esatto contrario a indicare la completezza degli elementi. 

Il non superare l'ostacolo della vita, ovvero non comprenderne il vero senso, porta alla moltiplicazione degli Io e al sempre più continuo contrasto interno con conseguenziale stato di confusione. È esemplificativo il passaggio che il protagonista del romanzo fa, in sogno, quando si trova attorniato da una serie di persone che simboleggiano i suoi “io ereditari”, al cospetto di un essere privo di testa che lo invita a compiere una scelta con un momento che fa sorgere, al lettore moderno, la sequenza con MORPHEUS (il dio del sogno) che invita Neo a scegliere tra la pillola blu o la pillola rossa nel famoso Matrix.. Ogni persona porterebbe in sé i resti psichici dei propri progenitori. “L'anima non ha nulla di singolo, ha da diventarlo, e ciò si chiama allora immortalità, ma prima di allora è composta da molti Io in conflitto.

Testo dunque difficile, non per tutti, dove la trama, la storia, è secondaria rispetto ai contenuti intrinseci. È persino poco interessante parlare della sinossi, dal momento che si tratta di un romanzo onirico, claustrofobico, che non vuole raccontare una storia, piuttosto smuovere le coscienze dei lettori e portarli a farsi delle domande. Posso solo dire che, a livello superficiale e immediato, trapela una grande descrizione e un'ottima atmosfera della Praga del primo novecento. Il ghetto ebraico viene tratteggiato in modo claustrofobico, quale un microcosmo da cui diventa difficile liberarsi. Interessante anche la puntata di critica sull'amministrazione ceca, con un protagonista ingiustamente incarcerato per anni prima di scoprire che era innocente. Si tratta però di tematiche strumentali a portare in scena una visione trascendente che segna l'inizio di un cammino che l'autore Meyrink è riuscito a sviluppare nel corso della sua narrativa e su cui ha improntato tutta la propria esistenza. 

Il successo del romanzo ha ispirato vari film dell'espressionismo tedesco che hanno comunque utilizzato la figura del golem della tradizione ebraica, piuttosto che scegliere la via battuta da Meyrink o proporre una (difficile) trasposizione cinematografica del testo dell'autore viennese. A ogni buon conto, si tratta di un testo che deve esser presente nelle biblioteche di ogni vero appassionato di narrativa fantastica, ma che non piacerà ai lettori medi. Volume di nicchia, vero e proprio capolavoro e fonte di riflessioni e discussioni grazie alle diverse chiavi di letture con cui si può cercare di scardinarne il senso. Da quel che ho letto è da non perdere l'edizione a cura della TRE EDITORI, corredata di un'ottima prefazione e di note di margine che purtroppo non ho avuto la fortuna di leggere.

Scene de IL GOLEM COME VENNE AL MONDO
diretto nel 1920 dal duo tedesco
Carlo Boese e Paul Wegener.  

Anche questa partita a scacchi io l'ho calcolata sino all'ultima mossa... Non c'è mossa cui io non sappia rispondere, sino alla fine, e lasciando il segno. Io le dico che chi con me si lascia attirare in un gambetto d'alfiere, quello è già penzoloni in aria come una marionetta attaccata a fili invisibili, fili che sono io a tirare, e a quello non gli resta più altro da volere... A questo mondo tutto è un gioco di scacchi.