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lunedì 5 dicembre 2016

Recensione Narrativa UNO STUDIO IN ROSSO di Arthur Conan Doyle.



Autore: Arthur Conan Doyle.
Titolo Originale: A Study in Scarlet.
Genere: Giallo.
Anno: 1887.
Pagine: 130 circa.

Commento di Matteo Mancini.

PROSSIMAMENTE.

venerdì 25 novembre 2016

Recensione Narrativa: L'INCENDIARIA (Firestarter) di Stephen King.



Autore: Stephen King.
Titolo Originale: Firestarter.
Anno: 1980.
Genere: Fantascienza / Mad Doctor / Poteri Paranormali.
Editore: Sperling & Kupfer.
Pagine: 408.
Prezzo: 10,90 euro.

Recensione video a cura di Matteo Mancini. https://www.youtube.com/watch?v=wFjl3ACu1bs&t=122s .

Commento a cura di Matteo Mancini.
Sesto romanzo "ufficiale", non contando quelli firmati Richard Bachman e facendo riferimento alla cronologia di pubblicazione in Italia, nella lunga carriera di Stephen King. Scritto nel 1980, giunto in Italia con due anni di ritardo, viene considerato dai più come la prima battuta di arresto nella produzione dello scrittore del Maine (dopo seguirà un evidente calo qualitativo, da cui però lo scrittore del Maine si saprà riprendere alla grande). Arriva infatti dopo cinque dei principali romanzi di King ovvero Carrie, Le Notti di Salem, Shining, L'Ombra dello Scorpione e La Zona Morta. Dunque materiale di confronto non certo facile per questo L'Incendiaria che comunque non sfigura troppo. King fonda, potremmo quasi dire, le tematiche di Carrie incentrate sulla "maledizione/benedizione" di un'adolescente (nella fattispecie più bambina, ma con caratterizzazione quasi da adulta) dotata di poteri paranormali che cerca di contenere con la convizione, in caso contrario, di commettere peccato, con spunti già affrontati sia con La Zona Morta che con L'Ombra dello Scorpione. Spiccano infatti i poteri di chiaroveggenza del padre della piccola protagonista (qua dotato anche di poteri mentali alla maniera del successivo Scanners di Cronenberg, per intenderci, ovvero tali da annullare la volontà altrui e assoggettarla alla propria), ma soprattutto il ruolo deviato della scienza incapace di contenere i propri esperimenti, mettendo a serio rischio (nella fattispecie potenziale, ne L'Ombra dello Scorpione reale) la sicurezza dello stato. Dunque il peccato, con accezione religiosa, come freno inibitore e ultima barriera protettiva per soffocare le proprie pulsioni e le proprie inclinazioni (tematica che arriva da Carrie). I poteri paranormali devono esser castrati, piuttosto che visti quali speranze per incanalare le qualità verso obiettivi non distruttivi e, soprattutto, liberi e non determinati dalla supervisione di poteri istituzionali. Una visione pessimista quanto realista, basti fare un parallelo con tutte le scoperte scientifiche che nascono sotto i migliori auspici e poi vengono convertite per finalità militari o comunque legate ai concetti di dominio, controllo e manipolazione mentale (tutti aspetti affrontati in questo L'Incendiaria).

King, a differenza di altre opere, parte in quarta, usando poi l'espediente del flashback per spiegare i fatti che fungono da premessa alla vicenda. Così assistiamo fin da subito a un lungo inseguimento ai danni di un giovane padre e della sua piccola bambina di sette anni, braccati da un auto verde condotta da agenti più o meno segreti al soldo di un'organizzazione denominata La Bottega. Un'istituzione, quest'ultima, legata al Dipartimento Ricerche Scientifiche con la finalità di promuovere ricerche funzionali a garantire la sicurezza nazionale. Tutto ha inizio con un esperimento che prende una piega inattesa e cruenta e che King spiega nel corso del romanzo, in modo da scegliere una struttura con tensione subito presente anziché crescente al procedere della narrazione. Scopriamo infatti che il ragazzo che fugge con la bambina ha partecipato volontariamente (dietro la promessa di ducento dollari), alcuni anni prima, insieme ad altri undici studenti, a un esperimento. A sei di questi studenti è stata iniettata dell'acqua, mentre ad altri sei è stato somministrato un farmaco in corso di studio: il Lot Six. Questo Lot Six altro non è che un allucinogeno capace di amplificare le capacità mentali delle persone a cui viene somministrato, al punto da far sorgere sotto la sua influenza poteri paranormali. Si parla di telecinesi, influenzamento mentale, chiaroveggenza, telepatia e via dicendo. Il problema sono le controindicazioni, che si rivelano potenzialmente mortali o tali da squilibrare definitivamente la sanità mentale del paziente, ma soprattutto tali da interferire, modificandolo, sul patrimonio cromosomico degli stessi. Solo tre dei soggetti in questione riescono a sopravvivere, due di questi finiscono addirittura per l'innamorarsi e generare una figlia che si rivelerà mutante ovvero capace di esercitare un potere mentale fortissimo, attraverso il quale appiccare incendi senza alcun sforzo o disagio fisico (pirocinesi).

STEPHEN KING
con la piccola DREW BARRYMORE
scelta dalla Universal per interpretare
la piccola Charlie McGee nell'adattamento di
FIRESTARTER.

Questo il soggetto centrale su cui si innesca una storia triste, in cui King dimostra ancora una volta una grande sensibilità nel caratterizzare i personaggi. In particolare tratteggia il profilo di una piccola innocente, a cui viene strappata l'infanzia, vista dagli scienziati come un fenomeno da baraccone da indirizzare a scopi militari e dalle persone comuni come un mostro da evitare, sospeso tra la stregoneria e lo scherzo di natura. Fa male leggere le parti in cui il padre, per difendere la figlia, parla di una bimba affetta da un handicap paragonabile ad altri più comuni ma non tale da giustificare l'atteggiamento ostracista di tutti coloro che ne vengono a conoscenza. "Non è un mostro!" urla a chi punta l'indice inquisitore.
Dunque la solitudine, la sensazione di essere una creatura demoniaca pur non avendo quasi libero arbitrio, i mille sensi di colpa (ivi compreso quello di aver causato indirettamente la morte della propria madre) e il sospetto altrui, quale prezzo da pagare per delle qualità maledette che trasformano un'innocua biondina di otto anni in pericolo pubblico per il mondo intero. Un pericolo pubblico che ha pur sempre il cuore e l'innocenza di una bambina, a suo modo, dolce, che ama gli animali e che chiede solo coccole e amore, ma che finisce per diventare una vera e propria arma in mano a una scienza deviata, cinica ed egoista, che crea mostri nel nome del progresso, calpestando valori come famiglia, amicizia e rispetto della vita altrui.

Bella soprattutto la concitata prima parte del romanzo, in cui si respira pura azione, sicuramente preferibile alla parte centrale dove l'autore passa all'analisi psicologica dei personaggi, sacrificando la componente di genere. Così nella prima parte conosciamo subito la potenza della piccola Charlie, che sbaraglia un vero e proprio plotone di arroganti agenti governativi imparando a controllare sempre più il proprio potere, mentre nella seconda parte abbiamo come apice il capitolo in cui un vecchio sicario indiano, mascherato sotto le sembianze di domestico, rompe la cortina di apaticità dietro la quale si è trincerata Charlie, ormai privata della compagnia del padre (segregato in un'altra cella), guadagnandone la fiducia, col vecchio trucco della comprensione dei problemi altrui mettendo a nudo le proprie debolezze e i propri drammi passati, favorendo così l'immedesimazione della piccina. Finale apocalittico e cattivo (Charlie scopre di esser stata tradita anche da colui che considerava il suo unico amico), con King che vede, forse in modo un po' ottimista, la carta stampata delle testate giornalistiche quale unica fonte di salvataggio per sottrarsi dal controllo scientifico/militare o comunque da una situazione di disagio determinata dal sistema che circonda i deboli di turno. Una speranza che però non è poi così forte, perché in più occasioni, nella lettura del romanzo, assistiamo a operazioni di cover up e di depistaggio informativo, con i "cattivi" che chiamano addirittura in causa attentati terroristici per coprire altre e ben più meschine verità.

Un romanzo dunque piacevole, forse sforbiciabile in più punti, a causa della mania di King di abbondare nelle descrizioni sul passato dei vari protagonisti (si vedano i ricordi nella casa di famiglia del nonno di Charlie), da annoverarsi nel genere fantascientifico. I poteri sovrannaturali, infatti, vengono giustificati da una chiave di lettura pseudo-scientifica e non hanno alcuna origine ultraterrena. Non manca qualche venatura splatter, in qua e in là, ma pur sempre di mero contorno e non certo predominante. Alla fine il romanzo trasmette tristezza, piuttosto che orrore o adrenalina. King fa immedesimare il lettore nella piccola Charlie costretta a far male alle persone che ha intorno per legittima difesa. Un testo che, ne sono sicuro, piacerà soprattutto alle fan di King di sesso femminile, per il loro innato istinto protettivo verso i figli.
Gustose le parti col padre di Charlie che finisce per avere in balia gli scienziati che pensavano di averlo adeguatamente sedato con dei farmaci studiati per attutirne i poteri mentali. King offre così uno spunto interessante, dove suggerisce che la manipolazione mentale, una specie di brainstorming provocato mentalmente con comandi secchi e precisi (si parla di "spinta"), apre delle porte nel subinconscio dei manovrati da cui fuoriescono paure e ossessioni paranoiche che alla fine costeranno molto care ai malcapitati. Non aggiungo altro per non rovinare la lettura.

Si segnala che nel 1984 la Universal ha prodotto un onesto e piuttosto fedele adattamento intitolato in Italia Fenomeni Paranormali Incontrollabili. Visione non male, ma sceneggiatura ampiamente sforbiciata rispetto al romanzo, con inevitabile perdita pressoché totale dell'ottimo lavoro di caratterizzazione fatto da Stephen King. Peccato che questo film sia stato tolto di mano a John Carpenter, che già aveva il contratto in mano, per una ragione che dir becera è dir poco. La Universal, infatti, si era convinta che Carpenter non fosse un regista in grado di gestire una pellicola come Fenomeni Paranormali Incontrollabili semplicemente perché il suo precedente film, l'immenso La Cosa, aveva fatto flop al botteghino (per colpa del parallelo ET di Spielberg). Così si è dovuto assistere alla bestemmia di vedere bruciato un grande maestro come John Carpenter da un anonimo Mark Lester scelto per prenderne il posto. Inutile dire che chi ha optato per una simile conclusione è degno di finire preda del potere distruttivo della piccola Charlie McGee.

Una scena del film 
FENOMENI PARANORMALI
INCONTROLLABILI.

PS: Una piccola nota personale, ma la trovo divertente. Nel corso della lettura King offre un omaggio diretto a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo col padre di Charlie che, comodo in poltrona, se ne sta a guardare il film di Spielberg. Ebbene, più che a Spielberg, per la base del soggetto, si potrebbe quasi dire che King si sia ispirato all'altro film, quello meno famoso, interpretato dal piccolo Cary Guffey ovvero Uno Sceriffo Extraterrestre... Poco Extra e Molto Terrestre uscito un anno prima rispetto alla stesura di Firestarter. Proprio come la piccola Charlie, il piccolo H725 finirà coinvolto in una storia simile e non certo perché riesce a far accendere i fagioli al grande Bud semplicemente facendogli fuoriuscire una fiammella dall'apice del pollice, schizzato fuori dal palmo della mano, alla maniera di Stanlio...

"Le piace, pensò Andy provando qualcosa di molto simile all'orrore. E' per questo che la teme tanto? Perché le piace?"

sabato 19 novembre 2016

Recensioni Narrativa: BOSTON 2010: XXI SUPERCOPPA (Killerbowl) di Gary K. Wolf.



Autore: Gary K. Wolf.
Titolo Originale: Killerbowl.
Anno: 1975.
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.712).
Pagine: 154.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Sulla scia dei successi di Rollerball Murders (1973) di William Harrison e soprattutto della trasposizione dello stesso diretta nel 1975 dal regista Norman Jewison, esce questo Killerbowl, firmato da un autore in italia non troppo noto. Si tratta di una prima opera che riscontra interesse tanto da esser subito pubblicata in Italia, appena un anno dopo l'uscita americana. Gary K.Wolf, classe 1941, prende così le mosse con un romanzo che valica subito i limiti dei confini nazionali e arriva sul mercato italiano grazie alla Mondadori, e più specificatamente alla collana Urania, che lo pubblica col titolo Boston 2010: XXI Supercoppa, numero 712 della collezione classica. Si tratta, senz'altro, di un autore minore, che sarà pubblicato in Italia solo altre due volte, sempre sulla collana Urania, col romanzo Quarto: Uccidi il Padre e la Madre (1977) e con un racconto inserito nell'antologia Quarto Reich. E' conosciuto, a livello internazionale, soprattutto per la creazione del mondo legato al personaggio di Roger Rabbit, protagonista per la prima volta nel romanzo Chi ha Incastrato Roger Rabbit (1981).

Killerbowl è un romanzo distopico con una struttura snella, che gioca sulle immagini e fornisce l'idea di esser pronto per una trasposizione cinematografica (mai realizzata). Si ha quasi la sensazione di esser al cospetto di una sceneggiatura. Wolf mette in scena una vera e propria cronaca di una finale di football americano (un super bowl) giocato su strada. Questa infatti è la nuova dimensione del football americano, uno sport popolarissimo che ha soppiantato le altre discipline in virtù di una violenza spinta ai massimi livelli. L'autore gestisce il tutto alternando la cronaca della partita a una serie di flashback fatti di aneddoti legati al protagonista, articoli di giornale, notiziari sportivi ed eventi dell'ultima stagione di gioco al fine di spiegare questo sport e ciò che si cela dietro. Così vediamo allenatori che si sbracciano e urlan negli spogliatoi, giornalisti che conducono trasmissioni sportive dove sono ospiti i protagonisti del gioco e riunioni di politici che cercano di contrastare il movimento contrapposte ad altre in cui si discute sulle vie da battere per rendere ancora più attraenti e redditizi gli eventi proposti. 
Viene così tracciata l'immagine di un'America ipocrita, attenta a garantire l'adozione di misure drastiche tese ad arginare l'inquinamento (è persino vietato guidare auto e ci si deve spostare mediante il ricorso a biciclette) e ad abolire ogni forma di violenza e di attività pericolose, sostituite da uno sport che funge da catalizzatore e ricettore degli istinti atavici dell'uomo: il football da strada. "I tifosi nel loro subconscio, guardano le partite di football per sperimentare il brivido del pericolo, per ricavarne quell'essenziale esposizione al rischio cui disperatamente aspirano per il proprio benessere psichico e mentale" giustifica uno psicologo per difendere questo "sport" dagli attacchi del Movimento Basta con gli Sport Sanguinari composto da soggetti assimilabili agli attuali animalisti (solo che qua difendono i diritti degli uomini sportivi impegnati, pur se con il loro consenso informato, in sport massacranti). "State trasformando questo paese in una nazione perversa di vampiri depravati" l'accusa di coloro che dicono NO al football da strada.

In che cosa consiste questo football da stada? Bene, si tratta di partite di football americano giocate in piena città, tra palazzi e negozi, in quartieri completamente evacuati coattivamente per l'occasione per una superficie di 700 per 350 metri, con tredici giocatori in campo per squadra (non sostituibili) impegnati per ventiquattro ore. Oltre alla novità relativa alla superficie di gioco, si tratta di uno sport sanguinario. La squadra che difende può infatti utilizzare, per fermare legittimamente gli avversari: coltelli, mazze e le bolas (tre sfere d'acciaio lanciate per avvolgersi alle gambe degli avversari). In più, tra i tredici giocatori, vi è anche un cecchino, che dispone di una pallottola e di un fucile, e un infermiere che può entrare in campo per rendere inattaccabile quel giocatore su cui fa calare un lenzuolo bianco sormontato da una croce rossa, cercando così di rimetterlo in sesto per proseguire la partita. 
Ogni giocatore, data la variegata superficie di gioco (si può anche entrare nelle case e nei negozi), è seguito da un arbitro e da un operatore televisivo che trasmette le immagini per conto di una rete che finanzia l'intero campionato e che, grazie a un evoluto sistema di pay per view, gestisce il materiale permettendo agli spettatori di godere di una visione personalizzabile (si pagano dei supplementi per vedere i replay o per usufruire di particolari inquadrature). Interessante la parte in cui si evidenzia come gli spettatori siano disposti a contrarre debiti pur di vedere queste partite (una realtà poi non molto lontana da quella dei giorni nostri).

Dunque un altro romanzo filo sheckeliano che propone la spettacolarizzazione dello sport fino a giustificare la morte dei protagonisti, che accettano il rischio in quanto pagati profumatamente, per finalità di show televisivo e di introiti economici. Un mondo, apparentemente perbenista, dove dilaga il doping, le scommesse (si scommette anche sulla morte o sulla sopravvivenza dei giocatori), con una rete televisiva che falsa le partite grazie a delle evolute forme di comunicazione permesse da impianti applicati chirurgicamente in testa a taluni giocatori. Un sistema quest'ultimo che permette di suggerire la tattica avversaria, ma anche le battute da proferire in campo agli avversari per aggiungere pepe a uno sport già cruento, un po' sullo stile da intrattenimento che sta alla base delle strategie del wrestling. Ed è proprio su quest'ultimo spunto che lavora Wolf, mettendo in scena un apparato politico corrotto, che si cela dietro al mondo dello show televisivo, che manipola i giocatori, ma soprattutto l'informazione, arrivando a cancellare prove, a screditare coloro che si oppongono e persino a eliminare fisicamente o render ridicoli i nemici agli occhi degli spettatori. E questi ultimi che ruolo hanno? Semplice, quello dei polli d'allevamento, che vedono le partite per evadere dai problemi quotidiani, a cui non importa nulla se le partite sono truccate, e che vogliono vedere scontri cruenti e vedere correre il sangue sui monitor (giocatori scannati con coltelli, altri uccisi a mazzate, cazzotti, calci e cose del genere) al fine di divertirsi e di puntare il dito su quei maledetti strapagati che devono sputare sangue per i privilegi loro concessi.

Spinto da un senatore e da un'associazione che si schiera contro gli sport violenti, il protagonista, T.K., ovvero il capitano di una delle due squadre della finale, cercherà di far emergere, per ragioni di vendetta, il substrato che sottende al gioco. Lo farà però non andando a denunciare alle autorità giudiziare i personaggi coinvolti, come suggeritogli da alcuni politici, ma scegliendo la via più spettacolare in un epilogo alla Rollerball. Purtroppo per lui al pubblico poco importano certe logiche sottointese all'insieme che governa lo Stato e che controlla i cittadini, di fatto comprati semplicemente propinando loro i divertimenti richiesti e giustifiati come necessari per la salute fisica e mentale dello stato (la classica valvola di sfogo di romanica memoria)... Ogni sacrificio, si intuisce dal finale pessimista, sarà così vano e non compreso dal pubblico, troppo assuefatto per riconoscere la realtà dei fatti. E come direbbe Eugenio Bennato: "Al diavolo il predicatore, che predica la sua morale, che predica perché vuol bene al pubblico pronto a pagare..."

Romanzo fantascientifico, ma solo per il contesto, violento, di facile lettura, anche se non sempre coinvolgente (la cronaca della partita tende a essere ripetitiva), che segna il debutto in narrativa del trentaquattrenne Gary K. Wolf, scrittore che si farà ricordare qualche anno dopo per la creazione di Roger Rabbit.
Indicativa la copertina Urania curata da Karel Thole che sintetizza bene una fase di gioco.

La copertina americana originale
dove si mostra l'armamentario 
dei giocatori di football del futuro.

"Non le ho inventate io le regole. Io mi limito a osservarle. Uccidere fa parte del football. Se uno non accetta questa realtà, è bene che non giochi".

sabato 12 novembre 2016

Recensione Narrativa: VITTIME A PREMIO di Robert Sheckley.




Autore: Robert Sheckley.
Titolo Originale: Victim Prime.
Anno: 1987.
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Mondadori, collana Urania (n.1041).
Pagine: 144.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Dal doppio di King, celato Bachman, veniamo all'ispiratore Sheckley con questo Victim Prime, non certo un capolavoro, avendo più la natura di un divertisment incentrato su tematiche e su uno stile caro a una delle più grandi penne della fantascienza americana del secolo scorso: Robert Sheckley, appunto. Definito "Il Virtuoso della Derisione" nel volume Bibbia de I Maestri della Letteratura Fantastica, edizione Edipem, Sheckley in questo piccolo romanzo uscito nel 1987, subito pubblicato nella collana Urania per poi divenire nel corso degli anni un "Classico" tanto da esser ristampato nel 2000, da piena dimostrazione del nomignolo che gli è stato affibbiato. Un vero e proprio maestro di satira, ma non solo di questa. Definito da molti "caustico", "maestro del paradosso", in sintesi mente geniale.
Scrittore originario dell'Europa orientale, Polonia per la precisione (anche se su alcuni fonti si legge Russia), ha modificato il suo nome americanizzandolo da Shekowsky a Sheckley. Origini polacche, ma nazionalità interamente americana. Nato nella città della nuova mela, New York, nel 1928, il giorno dopo il sottoscritto ovvero il 16 luglio (l'ho battuto di una... giornata). Diplomato nel 1946 alla Columbia High School e subito partito per arruolarsi nell'esercito nella campagna di Corea, nella veste di furiere, ma soprattutto di chitarrista e di redattore di una testata giornalistica un po' alla Joker di Full Metal Jacket.
Laureato dopo questa esperienza, passa a intraprendere la carriera di operaio metallurgico con la fissa però per la narrativa. Evade allora dalle ristrettezze economiche e mentali della professione, grazie a un Giudizio Universale (1951) condiviso da tutti, soprattutto dai suoi lettori, e orientato a farne uno scrittore professionista. Inizia così, grazie a questo racconto, a invadere le riviste - benedetta sia l'America per questo - di fantascienza e di fantastico (una cosa che in Italia continua a essere una Chimera e non certo per i "cuori che sperano" tanto per richiamare Gianni Morandi e coloro che suonavano la chitarra che dava sempre la stessa nota). In particolare è il treno offerto da Galaxy (capitanato da un certo Gold il cui nome era già tutto un programma) a farlo conoscere in giro per i paesi di lingua inglese. Adotta anche svariati pseudonimi tra i quali Lang (non certo il Fritz del primo e più famoso film di sci-fi) con i quali lancia della bordate paragonabili a quelle di Clubber, ironia allo stato puro, dove è palese una feroce, ma intelligente, nonostante il contorno a volte buffo e farsesco, critica ai costumi della società capitalistica e agli atteggiamenti ipocriti dei poteri forti. Nonostante questo, in pochi anni, lo conoscono tutti e diviene una delle penne più apprezzate del circuito anche perché, tra le molte cose, a esempio lo spettacolare Uccello da Guardia (che gioca su un sistema a spirale di controllo e autocontrolli da parte della polizia), scrive un racconto breve che farà storia e che decreterà la nascita di un sottogenere: La Settima Vittima. Ritorneremo qui di seguito su questo racconto e sull'importanza che ha avuto, peraltro coinvolgendo anche un regista italiano di un certo calibro, Petri, che realizzò un film sviluppando il tema di Sheckley in quel di Tirrenia (città italiana del cinema per eccellenza, che sarebbe dovuta esser la Hollywood di Italia).
Dunque autore dissacrante, ma disponibilissimo con tutti, in rapporto di amicizia e di interesse proprio con l'Italia, dove, nonostante i suoi modi schivi e riservati, è apparso molteplici volte in conferenze e incontri, donando interviste anche ad appassionati e a riviste più o meno amatoriali.
Abile in egual misura nel destreggiarsi tra il romanzo e il racconto breve, ci preme qua ricordare la sua antologia A.A.A Asso, con le 3A seguite dal carico, dove si leggono racconti esilaranti che fanno inizialmente piegare in due dalle risate, ma poi fanno riflettere e comprendere che Sheckley è uno dei più grandi maestri del genere per saper affrontare tematiche tragiche e proporle in chiave allegra, con senso del ritmo e gusto per il genere, tenendo la noia lontana anni luce e facendo sorridere e coinvolgere. Cosa chiedere di più? Amatissimo, non a caso, anche dal cantautore Guccini. Scopiazzato a destra e a manca, non da ultimo da Stephen King e dal suo discreto Running Man - L'Uomo in Fuga (ottimo omaggio allo scrittore New Yorkese in linea al suo stile). Lo possiamo considerare il perfetto erede dell'"amaro" Bierce, uno che faceva parte di una famiglia, per così dire, di serie A, dato che a ogni figlio scattava il proverbiale A.A.A. cercasi il nome per il nuovo fratello che puntualmente iniziava per A (dieci in tutto, mi pare, più l'uno del portiere, di cui all'asso, se me lo passate). Dunque un autore che apre le porte a colleghi quali Bob Shaw, Howard Fast e Lafferty, tanto per fare dei nomi. Fantascienza a braccetto con l'ironia e la satira, per plasmare, sotto le sembianze della buffonata, dei capolavori che fanno riflettere ed evidenziano i limiti sociali, allo scopo di far attivare le menti e svegliarle dal torpore delle consuetudine e dall'atrofizzazione cercata da chi invece conduce una politica diversa da quella che dovrebbe guidare chi sceglie la professione di "scrittore". Sheckley dunque come Autore e non mero narratore, giustamente insignito del titolo di Author Emeritus da Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.
Veniamo ora al romanzo.

ROBERT SHECKLEY
in quel di Genova.

Prima di passare a Vittime a Premio è indispensabile parlare della fonte di ispirazione. Sheckley si autocita, si concede degli automaggi e, per certi versi, sviluppa il suo racconto La Settima Vittima, strizzando in modo deciso l'occhiolino all'Italia citando apertamente il film di ELIO Petri La Decima Vittima, uscito nel 1965, e persino Django (un personaggio, secondario, si chiama proprio così). A tal proposito, riporto stralci dell'intervista offerta da Sheckley a Franco Enna e inclusa nel volume Il Meglio della Fantascienza Vol.1, in cui è inserito anche un curioso racconto, intitolato Il Giullare del Re di tale Jack Matcha (che famoso certo non era), in cui si preannuncia la venuta di un tale Steven King in lotta con un giullare che si chiama Feste (anagrammando STEFE con resto di N. titolo peraltro di un racconto di King inserito in Al Crepuscolo) ben prima che Stephen King uscisse col suo Carrie. In questa intervista, posta a prefazione del volume antologico, Sheckley parla del film di Tirrenia. Assicura tuttavia di non voler scrivere le sceneggiature dei film, perché ciò gli porterebbe via troppo tempo togliendolo della sue altre occupazioni ovvero la scrittura dei libri. Ricorda inoltre che, alle prime armi, scriveva in continuazione riposandosi solo per due ore e che voleva arrivare al punto da essere esausto.
Dicevamo La Settima Vittima come fonte di ispirazione. Un racconto breve di portata monumentale, che ha delineato un vero e proprio sottogenere: quello della Guerra & Spettacolo. Dunque opere in cui si parla di combattimenti, inseguimenti e guerre rigorosamente riprese dalle telecamere e vendute agli spettatori, in spettacoli concepiti quali valvole di sfogo della violenza e vie per attaccare il pubblico ai monitor in una sorta di reality show dove chi perde muore (con buona pace di King che si accontenta a dire "Chi Perde Paga"). Dunque un racconto vecchio, scritto nel 1953, ma precursore che ha dato il là a una serie di epigoni, alcuni dei quali cult assoluti. Lo possiamo senz'altro definire come l'antenato degli Hunger Games. Tematica dunque che non è stata affatto anticipata da Stephen King con La Lunga Marcia e L'Uomo In Fuga (quest'ultimo debitore proprio de La Settima Vittima), cosa che viene detta dagli affezionati allo scrittore del Maine, ma ha in Sheckley il suo padrino più accreditato come dimostra anche il successivo Il Prezzo del Pericolo (1958) che ne ricalca temi e contenuti. E quali sono i temi e i contenuti di queste due storie? Semplicissimo. Si tratta di una caccia all'uomo televisiva con dei concorrenti che partecipano, ben pagati, in spettacoli televisivi in cui incarnano il ruolo di vittima o di carnefice in uno scontro che avviene in piena città e che include qualunque possibile soluzione. Da questi racconti colse linfa vitale, per primo, Mack Reynolds con i suoi Mercenario e Guerra Totale, del biennio 1963-64, in cui riduceva questi conflitti all'interno di un'area ben delimitata, sempre con le telecamere a filmare il tutto. Un'idea quest'ultima che sarà ripresa dai realizzatori del film L'Implacabile (1987, anno di uscita di Vittime a Premio) come correttivo al più sheckliano L'Uomo in Fuga di Bachman/King (fonte dichiarata di ispirazione). E poi che dire del celebre Rollerball Murderes (1973) di William Harrison, base del successivo film Rolleball (1975), capolavoro assoluto del genere e, a sua volta, fonte di ispirazione per Gary K. Wolf e il suo Boston 2010 XXI Supercoppa (1975) che proporremo su queste pagine prestissimo? Con questi due titoli si assiste al passaggio del concetto Guerra & Spettacolo in ambito sportivo. La battaglia non è più nelle vie urbane né in zone delimitate, ma diviene vero e proprio sport, ovviamente violentissimo e seguitissimo dal pubblico. A coda di tutto questo movimento arriva King, sotto pseudonimo Bachman, a sfornare due romanzi di buon livello, ma non certo innovativi, e che abbiam citato sopra nonché recensito prima di questo romanzo.
Vittime a Premio di Sheckley arriva circa dieci anni dopo i romanzi di Bachman/King, a trattare un tema già abusato, con la conseguenza di riproporre situazioni già viste e già lette. Il romanzo non deve certo esser letto per il soggetto, peraltro molto diluito e con capitoli che sembrano racconti buttati dentro tanto per far brodo e caratterizzare, anche oltre il dovuto, il contenuto in cui viene inscenata l'ennesima caccia all'uomo tra predatore e preda, proprio come introdotto dal racconto che funge da pietra miliare: La settima Vittima. Cosa c'è allora che lo rende buono? Facile: c'è Sheckley con la sua ironia dissacrante a rendere il tutto non spassoso, ma incredibile! Ma veniamo alla sinossi.

Sul set di TIRRENIA de LA SETTIMA VITTIMA
Ursulona con un FUCSIA SHOCKIN
punta il Mastro.

Ci troviamo negli Stati Uniti dell'anno 2092. Il mondo, in un quadro da romanzo di derivazione post atomica, è una landa ormai desolata, piegata dalla desertificazione, dall'inquinamento, dalle radiazioni e infine da virus mortali. "L'America era un terra avvelenata dove i disastri chimici e radioattivi erano irreparabili." La povertà è ormai così dilagante che il sindaco di una cittadina dello stato di New York (Keene Valley) pensa bene di spedire un proprio cittadino (Harold Erdman) a Esmeralda, un'isola appartenuta alle Bahamas acquistata da un società multinazionale (facente capo a Berna) che l'ha trasformata in una terra del vizio, per partecipare a uno spettacolo ben remunerato e spartire con lo stesso le vincite offerte dallo spettacolo. Questa Esmeralda è una sorta di Las Vegas del futuro, caratterizzata però in modo grottesco e provocatorio. Turisti facoltosi, depravati e personaggi alla ricerca del brivido giungono da ogni angolo del mondo per partecipare a feste a base di sesso, alcool e droghe, ma anche per iscriversi a giochi violenti in cui viene legittimato l'omicidio o semplicemente per giocare d'azzardo. Il piatto forte di attrazione è la Caccia, uno spettacolo trasmesso dalle televisioni in cui vanno in scena vari scontri, uno contro uno, tra i partecipanti iscritti in un apposito albo e ammessi previo superamento di un esame fisico. Questi scontri si verificano per le vie urbane, a rischio di passanti e cittadini (se si uccidono terzi si viene assoggettati a delle penalità), e si concludono sempre con la morte di uno dei due partecipanti. Non è ammesso allontanarsi dall'isola, pena noie con la polizia, finché non si uccide l'avversario. Il vincitore beneficia di un premio in dollari e sono anche previsti premi sottoforma di attestati e coppe. Il tutto viene filmato e trasmesso in uno spettacolo con un moderatore, tale Gordon (definito Maestro di Cerimonie dell'Huntworld Show), che introduce la messa in onda alla Dan Peterson con il suo "Amici sportivi... Questo sì che è il giorno giusto per un massacro! Vero o no?" e ancora: "Ooh, guardate un po' quanto sangue! E' un finale da inferno! Sentite che applausi!"
Per agevolare il compito, ogni "cacciatore" dispone di un "battitore", dallo stesso ingaggiato e remunerato, che funge da "navigatore" e preparatore, orchestrando trappole in cui sorprendere l'avversario e predisponendo piani d'azione. Il protagonista ingaggia un italo americano, tale Mike Albani originario di Castellamare (col padre che a lavorato a PROVIDENCE, città natale di un certo Lovecraft), e inizia la sua prima avventura di caccia, finendo subito scelto per il main event della stagione: il Grande Duello. In che cosa consiste questo duello? Gli organizzatori della manifestazione, ogni anno, scelgono, tra i vari contendenti impegnati nelle varie caccie che vanno in scena per le vie urbane, una coppia di rivali che avranno il privilegio di scontrarsi, con modalità scelte di anno in anno dagli organizzatori, in un'arena che riproduce il Colosseo di Roma. Il tutto si svolge in un palinsesto più ampio, chiamato la Festa dei Saturnali (che vorrebbe scimmiottare gli spettacoli dell'antica Roma), davanti a migliaia e migliaia di spettatori assiepati sugli spalti in un meeting che prevede una serie di massacri con tanto di clown suicidi, scontri mortali con auto, moto e sparatorie di ogni specie. Per ogni attrazione c'è una sola costante: chi perde muore, ma entra comunque nella gloria grazie all'immortalità offerta dai videonastri.
Romanzo dunque dai temi cruenti e duri, ma che Sheckley stempera con un'ironia di fondo geniale e divertente che trasforma la violenza in una farsa.

La prima parte del romanzo è funzionale a tracciare la situazione ambientale del mondo. Assistiamo ai pericoli che il protagonista incontra per spostarsi dal Nord America alla Florida, incontrando banditi che ricordano i pirati dell'ottocento e che assaltano i bus come gli indiani facevano con le diligenze. Bello il passaggio in salsa romeriana (riferimento a Zombi), in una landa in cui il deserto ha ingoiato le conquiste del novecento, con un villaggio regredito ai sistemi medievali ma ancora mentalmente legato ai vecchi "riti" capitalistici estrinsecati da una struttura, un tempo centro commerciale, ridotta a un mercato di oggetti inutili e non funzionali, che vengon comprati semplicemente per ripetere l'atto che sta alla base del mercato. Si tratta di parti di romanzo che hanno la funzione di allungare il soggetto e che potrebbero benissimo vivere di vita propria (così come si potrebbero benissimo togliere senza che ciò comporti qualcosa ai fini della storia). Simpaticissime poi le caratterizzazioni degli usi di Esmeralda con momento clou caratterizzato da un controllo stradale della polizia in cui viene ribaltata del tutto (in modo da criticare, forse, l'eccessiva severità dei controlli di polizia stradale) la logica dei controlli dela realtà contemporanea. Il codice della strada di Esmeralda non ha la funzione di garantire la sicurezza stradale, ma di incentivare i pericoli per rendere più elettrizzante l'esperienza di guida. Vediamo infatti un poliziotto multare il battitore del protagonista per aver aver violato i limiti minimi di velocità e non aver aumentato la velocità nei pressi di una curva pericolosa oltre ad aver l'auto con tutti gli equipaggiamenti funzionanti. Esilarante leggere frasi del genere: "il poliziotto lo guardò dal finestrino, accertandosi che non avesse la cintura di sicurezza allacciata (pena altro verbale... Albani tornò in fretta in città, infrangendo abbastanza regole da soddisfare il poliziotto più zelante)".

E che dire del presentatore di questi spettacoli che così presenta l'Huntworld Show: "Il programma che certi governi hanno tentato di mettere al bando perché pensavano che voi telespettatori aveste bisogno di venire protetti dall'assistere in diretta a carneficine oneste e veritiere, e che vi sareste accontentati dei fasulli spettacoli polizieschi che i vostri studi cinematografici continuano a produrre. Ma voi non gliel'avete permesso e per questo mi inchino di fronte a voi"? Passaggi esilaranti ma che fanno riflettere, ahimè, su quanto il potere delle richieste commerciali possa giungere a calpestare quelli che sono i principali diritti umani che non possono considerarsi disponibili neppure col consenso dell'avente diritto e che, nelle storie di Sheckley, si vanno a superare ponendo l'attenzione sul fatto che i partecipanti hanno dato il loro consenso rendendo pertanto giustificata anche la loro morte nel corso dello spettacolo stesso. Poco importa poi sapere che questi soggetti, spesso, si trovano costretti a partecipare, perché attratti dal denaro (sporco) offerto dagli organizzatori, vuoi per far fronte a problemi personali o, addirittura in questo romanzo, di un'intera comunità ridotta alla fame dallo stesso sistema che poi contempla questi giochi. Ed ecco quindi stoccate di rilievo sociale con un razzismo e uno snobbismo che viene ben etichettato da questa frase: "Solo ai poveri avrebbe dovuto esser concesso di uccidersi vicendevolmente, dato che i ricchi erano troppo preziosi per poterli sacrificare."

Romanzo quindi che si legge in una giornata, che non è innovativo ma prosegue la via della fantascienza distopica avviata dal precedente (di circa 30 anni) La Settima Vittima, con un piglio esilarante, quasi comico, ma di una comicità nera. Il volume Urania, uscito il primo febbraio del 1987, si chiude con una pagina che pubblicizza l'uscita di un volume intitolato I Libri di Bachman che include La Lunga Marcia e L'Uomo in Fuga, ovvero i due libri che abbiamo recensito prima di questo e che sono stati scritti, nonostante lo pseudonimo, da quello scrittore che sembra esser stato preannunciato dal racconto di Jack Matcha, inserito ne Il Meglio della Fantascienza Vol.1 a cura di Franco Enna (dove per prefazione c'è l'intervista di Sheckley che parla del film che si sta facendo in Italia per mano di Petri), ovvero un testo con un protagonista pungolato da un giullare che altro non è che il suo doppio... Così si chiude questo racconto: Ora King finalmente sapeva chi fosse, in realtà il giullare. Era STEVEN KING."

La nuova edizione Urania,
nella sezione classici, con
la risposta a chi rivedicava una copertina
maggiormente fica.


"Forse mi aspettavo di vedere la gente correre per le strade come in quel film che avevano girato (a Tirrenia) prima che la Caccia diventasse legale... La Decima Vittima".

sabato 5 novembre 2016

Recensione Narrativa: L'UOMO IN FUGA di Stephen King alias Richard Bachman.




Autore: Stephen King (con pseudonimo di Richard Bachman).
Titolo Originale: The Running Man.
Anno: 1982.
Genere: Fantascienza Distopica.
Editore: Oscar Mondadori.
Pagine: 192.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Richard Bachman torna, dopo La Lunga Marcia (in Italia uscito però successivamente), sul tema dei reality show incentrati su giochi in cui i partecipanti metton in vendita la propria vita, sperando in premi finali esilaranti, per accettare sfide equivalenti a un suicidio. A differenza del precedente romanzo, Bachman, alias Stephen King, caratterizza nei dettagli il contesto generale in cui si sviluppa la storia, ma paga molto sul piano dell'originalità. The Running Man, uscito negli Stati Uniti nel 1982 (due anni in anticipo rispetto alla versione pubblicata in Italia nella collana Urania), deve moltissimo a Robert Sheckley (in particolare il racconto La Settima Vittima), da cui si riprende l'intera idea di fondo (la legalizzazione dell'omicidio per finalità di spettacolo televisivo, con concorrente, che si muove libero per la città, braccato alla stregua di un condannato su cui pende una taglia messa in palio dagli organzizatori del gioco). Occorre dar atto che lo stesso Sheckley, forse a seguito anche dei successi di King, tornerà sulla tematica facendo uscire, tra il 1987 e il 1988, Vittime a Premio (1987) e Stagione di Caccia (1988).
Dunque un secondo romanzo, nella carriera di King, che gioca sulla sete di sangue delle masse e sulla morte altrui come fonte di soddisfazione e di gioia, magari di scommesse e pure di guadagno. Qua però i fatti vengon distorti, manipolati, in favore di una visione, filtrata dalla televisione, totalmente difforme dalla realà e irrispettosa di ogni regola "sportiva". Se ne La Lunga Marcia vi era, pur nella sua brutalità, un certo valore etico e di rispetto (anche se malato) per i partecipanti (visti alla stregua di eroi, sia da parte del pubblico che dell'organizzatore della corsa), qua ogni valore positivo viene spazzato via. King ha una visione molto più pessimista e cupa, fonte di sviluppo di quello che è stato il suo primo romanzo (appunto La Lunga Marcia e non Carrie, che vanta tale primato solo per esser stato pubblicato per primo). Si può così parlare, nella fattispecie, di un vero e proprio romanzo fantascientifico distopico. Dunque un forte legame tra La Lunga Marcia e L'Uomo in Fuga che ha portato, nel 1986, la Mondadori a far uscire in un volume unico, intitolato I Libri di Bachman, i due romanzi.

Una copertina dell'edizione Americana.

Veniamo però a delineare la storia. Ci troviamo negli Stati Uniti del 2025, in un'epoca totalmente dominata dalle reti televisive che hanno soppiantato l'informazione cartacea sia dei libri che dei giornali. Solo in pochissimi accedono alle biblioteche e l'ignoranza trova terreno fertile. In un passaggio l'autore scrive: "I libri venivano guardati con sospetto, specialmente se si leggeva qualcuno che veniva da oltre il Canale. Le riviste porno erano più sicure." Ecco che allora dominano trasmissioni, prive di ogni forma di etica, dove i concorrenti, rigorosamente consenzienti (anche per ragioni di gravi difficoltà economiche), decidono di partecipare a rischio della propria vita sperando di incamerare i soldi dei premi. Uno di questi spettacoli, organizzati e diretti dalla "Commissione Giochi", è il Running Man, una sorta di caccia al ladro che si chiude con la morte del partecipante o con la vittoria di quest'ultimo (evenienza mai verificatesi) nel caso riesca a sopravvivere per 30 giorni e a mandare dei cortometraggi. Così vien definito da un candidato ai giochi: "Credo che ci abbiano riservato ai giochi più ricchi. Quelli dove non si limitano a mandarti all'ospedale con un infarto, o a cavarti un occhio, o a tagliarti un braccio o due. Quelli dove ti ammazzano. I programmi di massimo gradimento." Un programma studiato per liberarsi di sovversivi potenziali, che invita alla violenza e alla spettacolarizzazione della morte, promettendo paccate di soldi che aumentano in funzione dei giorni in cui il partecipante riesce a restare vivo e in funzione di quanti poliziotti o cacciatori riesca a uccidere, a condizione di inviare una serie di riprese con videocamera da recapitare, a scadenze predeterminate, alla trasmissione che, puntualmente, le manda in onda modificando audio e sistemando il tutto per ritorcerlo contro il partecipante.
Un gioco abominevole, orchestrato con presentazioni, fotografie e informazioni distorte per dipingere i partecipanti alla stregua di delinquenti nocivi per la società, costringendo gli stessi a nascondersi come topi per le vie cittadine braccati dalla polizia e dai c.d. cacciatori (dei delinquenti legalizzati assimilabili ai cacciatori di taglie del far west) e da chiunque che, sotto la promessa di denaro messo in palio dalla Commissione Giochi, decida di darsi all'azione.
Il protagonista è un giovane di circa trent'anni, Ben Richards, che sceglie di candidarsi per un gioco organizzato dalla Rete per racimolare i soldi necessari per curare la figlia (affetta da polmonite) e liberare la moglie dall'assillo della prostituzione. Ci troviamo infatti in una società dove il livello tra ricchi e poveri si è sbilanciato in modo importante e dove l'inquinamento atmosferico piega in modo indegno i secondi sprovvisti dei sistemi per difendersi (peraltro tutt'altro che costosi) e tenuti nella perfetta ignoranza.
Dopo esser sottoposto a una lunga serie di esami, sia psichici che fisici, Richards viene scelto per il Running Man. Questa la spiegazione che gli viene fornita: "Le informazioni su di voi e i risultati dei test dicono che siete un tipo intelligente" gli spiega Dan Killian, uno degli organizzatori. "Siete stato sospeso due volte per aver mancato rispetto all'autorità... Mi risulta che abbiate definito il governatore bifolco figlio di puttana... Licenziato sei volte, per insubordinazione, insulti ai superiori, critiche ingiuriose all'autorità... Siete considerato un antiautoritario e antisociale. Socialmente, un deviante. Ciononostante non siete implicato in niente... Uno degli psicologi riferisce che avete anche un grado elevato e inseplicabile d'ilarità." King tratteggia così un personaggio, per farsi capire, alla Jena Plissken de 1997 Fuga da New York (film che viene ricordato anche per le descrizioni di certi quartieri). Dunque un soggetto dotato di una fortissima ironia nera, senza peli sulla lingua e di grande azione. Per definirlo in una parola è un vero e proprio "Tamarro", spacconissimo che cerca soluzioni impossibili come poi testimonierà lo spettacolare e, purtroppo, profetico finale.

La bellissima copertina della prima edizione
uscita in Italia.

In fuga per le città di svariati stati della nazione, Richards riesce a ottenere l'aiuto di alcuni rivoltosi dei ceti più bassi che lo informano delle malefatte del governo e di come questo tenga nell'ignoranza i ceti più poveri. In particolare, Richards si fa promotore di una campagna di sensibilizzazione per contrastare la gestione dell'inquinamento, ma ogni tentativo sarà destinato a fallire poiché i suoi video verranno doppiati da un imitatore con messagi di violenza a danno della polizia e col pubblico idiota che non farà alcun tentativo di decriptare quanto riferito dai labbiali di Richards, preferendo ascoltare (passivamente) ciò che vien loro propinato. Dunque una caratterizzazione, ancora una volta, di una società popolata da "polli di allevamento", incapace di discernere la realtà da quanto vien fatto credere da chi gestisce il potere, neppure quando sarebbe facile comprendere guardando semplicemente ciò che ci circonda senza ascoltare quanto affermato dagli altri (i c.d. autorevoli). E' il tema della tanto famosa manipolazione mass-mediatica di cui tutt'oggi, a distanza di oltre trentacinque anni, ancora si parla. King ci va giù peso, forse perché  inconsciamente "protetto" dallo pseudonimo Bachman: "La politica è una faccenda per imbecilli creduloni, o per gente con troppo tempo e troppi soldi, come quei fottuti studenti universitari, con i loro vestiti alla moda e i loro complessi neo-rock".

Romanzo dunque di azione pura, forse il più Action nella produzione di King, che scorre velocissimo e con pochi fronzoli. La lettura è spassosa e anche divertente, grazie alla caratterizzazione tipicamente cinematografica di Richards. Purtroppo il libro è penalizzato dal fatto che King scopiazza il soggetto da Sheckley, quando all'idea di base che sottende al progetto, e questo non può certo portare il romanzo a essere elevato a testo di riferimento per la tematica trattata. Premesso questo, si tratta comunque di un bellissimo action-movie che ho un po' rivalutato a distanza di anni dalla mia prima lettura. Eccezionale il finale, non voglio anticipare niente per non rovinare la lettura. Vi posso assicurare che quando lo leggerete resterete a bocca aperta per quanto si sia rivelato profetico (ricordate le copertine delle due edizioni Mondadori sopra pubblicate ovvero la prima assoluta dell'Urania del 1984 e la prima degli Oscar che vedete a inizio recensione).

Uno scatto rubato alla versione cinematografica
uscita nel 1987.

Un racconto dunque onesto, appassionato, a mio avviso poco kinghiano. Perfetto per una trasposizione cinematografica che però, per motivi poco chiari, non c'è mai stata sebbene sia uscito un film con Schwarzenegger (perfetto per il ruolo), intitolato RUNNING MAN, e con alcuni personaggi del libro (su tutti Ben Richards e Killian). Il film è totalmente diverso rispetto al romanzo, lo potremmo giustamente definire liberamente ispirato (credo disconosciuto da King stesso). Viene ripreso il tema della manipolazione mass mediatica e quello della caccia ai partecipanti (nel film però solo a cura di "soggetti autorizziati" e all'interno di un percorso chiuso piuttosto che nelle vie urbane), tutto il resto è diverso, a partire dalla caratterizzazione del protagonista (nel film è un detenuto, ex militare, ingiustamente incastrato e costretto a giocare) per proseguire con lo sviluppo della storia (tutto diverso) e per chiudere col finale (assai più political correct e in linea con la figura dell'eroe hollywoodiano anziché di quello sovversivo). Proprio sull'epilogo gli sceneggiatori del film regalano una mezza citazione al finale de La Lunga Marcia. Vediamo e sentiamo tutto il pubblico che inneggia, pronunciando il nome del protagonista che può così abbracciare la sua amata da netto trionfatore (finale che potrebbe essere proprio quello criptico de La Lunga Marcia ovvero che ad attendere il protagonista, insieme al maggiore, potrebbe esserci proprio la fidanzata). Una pellicola questa, uscita nel 1987, con cui si è voluto, non so quanto volontariamente, fondere le tematiche del romanzo alla sceneggiatura del film I Guerrieri dell'Anno 2072 (1984) di Lucio Fulci.

Lettura quindi da non perdere per gli amanti degli Action movie cinematografici con la A maiuscola ovvero quelli alla Carpenter o alla Romero, cioè quelle storie che nascondono, sotto il mantello offerto dal sottogenere della fantascienza distopica, una natura sovversiva tesa a evidenziare possibili conseguenze da certe abitudini e situazioni che si riscontrano nelle gestione degli aspetti della vita quotidiana.

FINITA DI SCRIVERE (ALLORO) ORE 13.00 del 8.11.2016.

Sperando che LA ZONA MORTA non abbia
un finale altrettanto profetico come quello de
RUNNING MAN,
King riceve il premio dal THE PRESIDENT.

Taxista: "Avete proprio dei bei coglioni, voi. Ve lo dico io. Davvero, vi ammazzeranno, lo sapete? Vi faranno secco. Dovete proprio avere dei bei coglioni".
Richards: "Esatto. Ne ho due. Proprio come voi."
Taxista: "Ne ha due...! Buona questa, fantastica!"

lunedì 31 ottobre 2016

Recensione narrativa: LA LUNGA MARCIA di Stephen King (Richard Bachman)



Autore: Stephen King (con pseudonimo di Richard Bachman).
Titolo Originale: The Long Walk.
Anno: 1979
Genere: Drammatico / Fantascienza Distopica.
Editore: Oscar Mondadori.
Pagine: 222.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Gianni Morandi, uno che per un suo famoso pezzo si vide calare contro la mannaia della censura, cantava: "Uno su mille ce la fa". King e l'organizzatore del grande evento che da il titolo a questa fatica sono meno crudeli e si accontentano di scrivere: "Uno su cento ce la fa!" Questa la premessa più scontata e immediata di questo romanzo breve datato 1979 e uscito, col titolo originale di The Long Walk, a nome di un tale Richard Bachman. Seconda opera dunque, quanto meno stando al nome, che esce due anni dopo Rage (da noi Ossessione, iniziato in realtà nel 1966 e finito nei primi anni '70), storia che vede una scolaresca in balia di uno studente che ha ucciso la maestra e tiene sotto scacco la polizia. In realtà, dietro al progetto c'è un soggetto che all'epoca è già considerato un maestro, solo che i lettori non lo sanno. Il nome Bachman, per ragioni commerciali (sembra per non inflazionare il mercato e per permettersi soggetti sperimentali), cela il terribile trentaduenne Stephen King. Scrittore giovanissimo, ma con già all'attivo sei romanzi (uno firmato Bachman) quasi tutti capolavori assoluti nella sua produzione ovvero: Carrie (1974), Le Notti di Salem (1975), Shining (1977), L'Ombra dello Scorpione (1978) e La Zona Morta (1979), questi ultimi due non ancora editi in Italia. Un nome già conosciuto a Hollywood, anche se non ai livelli odierni, per aver visto trasposto Carrie per la regia di Brian De Palma e Le Notti di Salem in una versione televisiva non troppo riuscita e scelleratamente tagliata, tanto da portare il regista Tobe Hooper quasi a disconoscerla. 
Il romanzo uscirà molto tardi in Italia, grazie alla mitica collana Mondadori Urania, che lo farà uscire il 21 luglio del 1985 a firma Bachman. Abbiamo detto in premessa "Uno su Mille ce la fa" e infatti esce, curiosamente, col beffardo (per l'occasione) 1.001, successivamente al gemello Running Man da noi L'Uomo in Fuga, scritto da Bachman/King nel 1982 ma uscito in Italia (sempre nella collana Urania) il 22 gennaio del 1984 e strutturato, ancora la cifra di testa a ritornare come una maledizione scoccata da un demone kinghiano, in 101 capitoli a suggerire un tremendo count-down come quello che caratterizzerà i protagonisti del romanzo qui in esame.

King, ha rivelato, scrive il romanzo tra il 1966 e il 1967, quando è matricola all'università. Ha appena compiuto venti anni quando ultima la stesura. The Long Walk è così da ritenersi la prima vera opera completa scritta da King e la cosa ci pare non di poco conto, dato di chi stiamo parlando ovvero di un romanziere che sembra non finire mai la propria riserva di fantasie. Intervistato dai fan, King assicura di aver presentato il romanzo a un concorso narrativo per opere prime, ma di esserselo visto rifiutato per quella che assume la veste della solita e immancabile (in queste storie dei grandi maestri) toppata da calci. La reazione dell'asso del Maine fu semplice: volume chiuso in un cassetto e arrivederci alla prossima occasione. Occasione però che tarda a venire. Passano infatti più di dieci anni. Le premesse si creano in virtù di una richiesta dell'editore che aveva pubblicato il successivo Rage (altro romanzo giovanile rispolverato per far cassa), che propone all'autore la pubblicazione di un ulteriore romanzo. King, senza tanto perder tempo, rispolvera The Long Walk e lo manda sul mercato.

Per dare verosomiglianza all'autore fittizio, viene creato un profilo fantoccio, una fantomatica vita e persino una foto pubblicata all'interno della copertina de L'Occhio del Male (1984). Bachman sarebbe un ex guardia di New York, con dieci anni alle spalle nella marina mercantile ma ormai datosi all'attività di fattore e di scrittore notturno. King ne colora in modo macabro il passato, affibbiandogli un figlio, unico peraltro, deceduto in un pozzo all'età di sei anni e una malattia degenerativa cerebrale tanto grave da richiedere un'operazione finalizzata a rimuovere un tumore dal cervello. Quando in Italia esce La Lunga Marcia, Bachman viene dato per morto e negli Stati Uniti inizia a serpeggiare il nome del vero autore.

La prima uscita del testo, complice una distribuzione non ai livelli dei volumi ufficiali, non da risultati notevoli e il riscontro economico, come gli altri firmati Bachman, è tutt'altro che fenomenale. Esce subito in formato tascabile per "riempire gli espositori dei supermercati", come ricorda King, senza grande cura nella copertina e nella scelta del volume. Dunque uno di quei testi che vengono dati alle stampe senza pretese, mandati quasi al macello senza prefissarsi obiettivi di livello. Partenza dunque in sordina, ma vendite in crescita al passare degli anni con un fedele zoccolo duro di scrittori interessati alla penna di mister Bachman. Un dato però fa riflettere. Il volume L'Occhio del Male, il più venduto degli iniziali cinque associati a Bachman, arriverà a vendere 28.000 copie, una cifra senz'altro poco entusiasmante se paragonata alle prime stampe griffate King e soprattutto se confrontata all'esplosione a 280.000 una volta corredata del nome "Stephen King". Ennesima dimostrazione di quanto un nome, piuttosto che il contenuto, incida sulle vendite e sul marketing.

STEPHEN KING
ai tempi universitari.

Passiamo ora alla trama. Soggetto semplice, mi verrebbe da dire essenziale, ma assai meno banale di quanto potrebbe apparire a una prima analisi, merito di caratterizzazioni interessanti, specie per l'epoca. Tutto ruota attorno a una corsa che vede dichiarati partenti cento concorrenti, adolescenti di sesso maschile, impegnati in una gara podistica di resistenza dove non è previsto alcun traguardo dichiarato e dove vince non colui che arriva per primo, bensì il superstite che per ultimo cede rispetto alle regole che governano la manifestazione. Le regole non sono molte: si deve mantenere una velocità di sei chilometri orari, non si deve tentare la fuga, non è permessa alcuna interruzione neppure per i bisogni fisiologici. La violazione di queste semplici regole comporta un'ammonizione che può essere ripetuta decorso un tempo fissato a tavolino nel caso in cui l'ammonito non provveda, nel frangente tra l'ammonizione e il tempo utile ad adeguarsi, a riprendere la velocità minima di sei chilometri orari. Ogni ora, da calcolarsi rispetto all'ultima ammonizione subita, i concorrenti beneficiano, se ammoniti in precedenza, della cancellazione di un'ammonizione. Raggiunte le tre ammonizioni si entra in un clima diffida che porta, in caso di ulteriore violazione, al "congedo".
A vigilare sul rispetto delle regole c'è un autoblindo su cui svettano degli apatici militari armati di fucile, che presiedono il tutto senza tradire alcuna emozione di sorta. Ogni congedo viene salutato da una raffica di mitra che attinge lo sventurato consegnandolo alla leggenda della corsa.
Ma chi potrebbe mai partecipare a una corsa del genere? Verrebbe da citare l'inizio di Rush di Ron Howard: Pazzi, Ribelli, Sognatori...Persone che farebbero qualunque cosa per correre e che sono disposti a perdere la vita per farlo... o forse, più semplicemente, reietti, soggetti alla ricerca di emozioni forti, altri che intendono punire findanzate che li hanno traditi o madri che non li hanno considerati a dovere ovvero annoiati che, inconsapevolmente, cercano nella corsa un motivo di interesse per destarsi dall'anonimato che compone i vari elementi che si annullano nella folla della quotidianità che fa da corncie alla prova. Il premio c'è, quasi illimitato, garantito dal Maggiore, un fantomatico ufficiale che si atteggia a organizzatore della manifestazione e che viene associato, da molti, a una sorta di dittatore che governa gli Stati Uniti in cui è ambietato il romanzo. Un'epoca futura, non ben specificata ma probabilmente immaginata non troppo lontana. King non si interessa molto al contorno della vicenda, per quel che mi riguarda diventa difficile persino catalogare il romanzo come fantascienza distopica. Quindi i corridori da una parte, i controllori dall'altra e nel mezzo una folla malata che si accalca sulle strade, brama e tifa per i propri beniamini e attende i congedi come momento topico che va a ravvivare una prova altrimenti monotona. La crudezza e la brutalità della corsa come motivo di interesse, di scommesse che fioccano a grappoli e fanno della Lunga Marcia un evento paragonabile, per interesse, a un superbowl.
King non tratteggia questa società distopica, non è suo interesse. La storia è una mera etremizzazione per parlare della contemporaneità, per questo ritengo il romanzo drammatico piuttosto che fantascientifico. L'autore avrebbe infatti potuto parlare del tessuto politico, ma questo è del tutto residuale e marginale. L'intero narrato si rivolge alla corsa, quasi come se fosse una cronaca offerta da una microcamera conficcata negli occhi del protagonista, il sedicenne Ray Garraty. King cerca di sviscerare i motivi che spingono questi ragazzi a candidarsi volontariamente a una prova che è un autentico massacro, ma a cui pervengono ogni anno così tanti iscritti da avere decine e decine di candidati riservisti pronti a soddisfare le richieste di una massa di spettatori che li reclama per il proprio divertimento. In seconda battuta, e questa è la parte migliore del testo, King caratterizza gli spettatori in modo duro, ma non troppo lontano dalla realtà. Li presenta come un orda famelica e affamata che attende la morte dei corridori come per cibarsi del coraggio (o follia) altrui, quasi a volerlo introiettare per sopperire a una scarsezza di fondo, o per soddisfare il proprio disagio trovando soddisfazione nel verificare il fallimento altrui, la morte dei (presunti) eroi che cadendo fanno sgretolare l'aura di superuomini riqualificando, quanto meno in parte, quella delle c.d. persone banali che compongo la folla. "I francesi scopavano dopo aver visto ghigliottinare qualcuno. Gli antichi romani si rimpinzavano durante le lotte dei gladiatori. E' uno spettacolo, un divertimento, non c'è niente di nuovo sotto il sole."

King condisce il tutto con dialoghi esilaranti, talvolta sconci, che sembran scritti da Quentin Tarantino dei giorni d'oggi e che sono impreziositi da un'ironia macabra a tratti davvero cattiva. Un connubio tra ilarità, innocenza adolescenziale e crudeltà di una prova che è un massacro che assume i tratti di una condanna infernale al progredire dei giorni di marcia (si arriverà a cinque giorni ininterrotti di corsa, con scarpe che si rompono, ferite che si aprono sui piedi, crampi e difficoltà a evacuare rifiuti solidi umani). Eloquente questo passaggio in cui, sentendo un partecipante urlare circa i propri piedi, il protagonista, anche lui affaticato, chiede perché non la smetta di gridare, ma un altro concorrente gli fornisce una spiegazione alquanto chiarificatrice: "Non credo che possa smettere... Le ruote posteriori del carro gli sono passate sulle gambe!"
Non manca il crisma dell'autore che porta il lettore a familiarizzare con molti dei concorrenti, in modo da far sorgere una sorta di affezione che renderà così molto più straziante il congedo. Il protagonista stringe di fatti una sorta di accordo tacito per aiutarsi a vicenda con alcuni compagni ("I Moschettieri"), sarà infatti più volte salvato da un avversario che poi cederà nelle ultime parti del romanzo (quasi a ricordare la figura di un gregario di ciclistica memoria), mentre c'è chi cerca di mandare in paranoia gli avversari o di danneggiarli lavorando sul piano psicologico. Del resto la morte altrui, qua, equivale alla vita propria per quella che è una prova contraria a tutti i valori umani e che è funzionale a far emergere il lato bestiale insito nella natura umana.

La copertina della I edizione
in Italiano.

Alla fine ne esce fuori un romanzo, di circa 220 pagine, scritto in modo scorrevole, non ricco di colpi di scena e di snodi che vadano a sorprendere il lettore, che funge quasi da metafora di vita. La presenza dei militari fa inoltre sorgere l'immagine di un vero e proprio plotone mandato al massacro del "gioco" della guerra, qua rappresentato da una lotta contro gli altri e contro la fatica e il dolore fisico. Dunque legami che si creano con persone che sono destinate, per accordo preso alla partenza, a morire. Sembra un po' una sorta di metafora della vita, dove chiunque si incontra è destinato, prima o poi, a morire. Ecco allora che durante la marcia i protagonisti si interrogano sul senso della vita e su come questa debba essere affrontata. "Meglio vivere alla giornata, è questo che cerco di farvi capire. Se tutti la pensassero così, sarebbero molto più felici" dice un concorrente.

Bello l'omaggio al racconto La Folla di Ray Bradbury, il pubblico infatti ha la stessa caratterizzazione della folla del racconto di Bradbury. Diviene personaggio indistinto e aggiuntivo, che assiste allo spettacolo come potrebbe fare oggi uno spettatore di un reality show per vedere chi è il soggetto che sta per essere eliminato. Il valore della vita viene così a perdere ogni sostanza, anche da parte degli stessi corridori che, il più delle volte (specie nella prima parte di gara, quando si illudono di far parte di un gioco), commentano i vari congedi con leggerenza  e senza far troppo caso, ignorando che presto toccherà a ognuno di loro quella sorte.

Molto più originale di altri romanzi di King, fresco e di veloce lettura. Senz'altro superiore a L'Uomo in Fuga, pur poggiando su un soggetto meno strutturato per quel che concerne gli sviluppi e l'imprevedibilità. Consigliabile e non del tutto kinghiano. Stendo qui di seguito alcune considerazioni riservate a chi abbia letto il romanzo. Dunque ATTENZIONE SPOILER.

Una nota a parte va all'epilogo. King avrebbe potuto chiudere il romanzo in modo lineare, invece alla fine cerca di smuovere il lettore offrendo una parte finale aperta a più interpretazioni. Si tratta di uno stratagemma che da maggiore sostanza al testo, rendendolo più affascinante e dando vita a una serie di interpretazioni che portano gli appassionati a confrontarsi e, a loro volta, a fantasticare magari dando un senso totalmente diverso persino all'intero narrato. Vediamo infatti il vincitore, barcollante e ormai privo di forze, avanzare mentre il Maggiore con la sua camionetta gli si para di fronte per andarsi a complimentare. Il vincitore però, davanti a se, vede anche un altro soggetto che è convinto di conoscere molto bene. Inizialmente pensa che possa a essere un corridore che lo precede e che non è riuscito a superare, avanza ancora poi alla fine, quando una mano si posa sulla sua spalla, trova di nuovo la forza di mettersi a correre. Perché un finale così aperto dove il protagonista potrebbe aver visto davanti a sé qualunque cosa, da una visione dettata dalla fatica a un concreto concorrente ancora da battere per non parlare di figure di impianto metaforico (tipo la morte che fa cenno anche all'ultimo rimasto di seguirla, così come già successo ad alcuni precedenti vincitori deceduti a seguito dei traumi e delle ferite riportate a seguito della corsa)? Semplice, perché questo rende il tutto più affascinante. King, nell'ultimo capitolo dove strizza l'occhiolino ad Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll, gioca a mescolare le carte. Sappiamo che il protagonista non conosce, di fatto, il proprio padre, perché è stato portato via dalle "squadre", una sorta di gruppo sulla falsa riga delle camicie nere, e sparito nel nulla. Si trova alla fine a competere con un rivale, quello che in partenza sembrava il meno pericoloso e che ha corso per tutto il tempo all'estrema retroguardia, che gli rivelerà di esser figlio proprio del maggior, spiegando così la motivazione della propria corsa: "Io sono il coniglio... Li hai visti quei coniglietti meccanici grigi che i levrieri rincorrono nei cinodromi. Per quanto i cani corrano, non riescono mai a raggiungerlo, perché non è un vero coniglio, ma solo una sagoma attaccata a un bastone collegato a un mucchio di ruote e ingranaggi... Il maggiore ha fatto di me il suo coniglio perché i cani corresero più veloci e andassero più lontano." Eppure, sebbene parli di esser il coniglio, per tutta la corsa è sempre rimasto in fondo...
Curioso poi constatare come il soggetto di cui sopra muoia dopo che il protagonista lo ha toccato sulla spalla ("gli posò una mano sulla spalla"), proprio dopo aver visto qualcuno che conosceva come conosceva sé stesso e che, piangendo, gli faceva cenno nel buio più avanti. A vittoria conseguita sarà lo stesso protagonista a sentirsi calare una mano sulla spalla, proprio mentre cerca di decifrare questo oscuro personaggio da lui conosciuto ma non decifrato, che avanza verso di lui insieme al maggiore ("Una mano sulla spalla. G. la scosse via con impazienza. La figura indistinta lo chiamava, gli faceva cenno di camminare, di andare a giocare la partita. Ed era tempo di cominciare. C'era ancora tanta strada da fare. E quando la mano gli toccò di nuovo la spalla trovò chissà come la forza di mettersi a correre"). Finale enigmatico che fa guadagnare punti all'opera. Chi diavolo ci sarà davanti?


L'odissea dei partecipanti
alla competizione agonistica
LA LUNGA MARCIA.
In primo piano il Nr. 47
ovvero RAY GARRATY
il protagonista del romanzo.

Il maggiore rise e gli batté su una spalla: "Mi fa piacere conoscere qualcuno che salta sulle braci ardenti per correre!" 

mercoledì 12 ottobre 2016

Recensioni Narrativa: IL PROCESSO di Franz Kafka.



Autore: Franz Kafka.
Anno: 1925.
Genere: Satirico/Grottesco.
Pagine: 215+20.
Prezzo: variabile a seconda delle edizioni.

A cura di Matteo Mancini.
Dopo aver riletto il pessimista 1984 di George Orwell passiamo a un altro romanzo che fa del pessimismo e dell'ineluttabilità del controllo da parte del potere con conseguenziale perdità della libertà dei singoli il suo centro preminente. Un'opera, a differenza di quella di Orwell, caratterizzata da un'intelaiatura realistica e contemporanea, ma con un alone onirico che la rende, soprattutto per la caratterizzazioni dei personaggi, allucinata ed estraniante. Un'opera, altresì, che accenna, suggerisce a livello subliminale ma non spiega, a differenza invece di 1984 dove la follia del potere trova una giustificazione e le colpe del protagonista sono evidenziate e represse. Da qui una crudeltà di fondo, in Kafka, addirittura superiore a quella di Orwell, peché la condanna arriva senza che se ne capisca il motivo e dunque senza che ci si possa redimere o, ancor meglio, umiliare.
Il testo, assai tribolato nella sua realizzazione e ancora incompleto, vede la luce dieci anni dopo la prima stesura, nel 1925, grazie all'impegno di un tale Max Brod, amico fraterno dell'autore, che si prende incarico di pubblicare una serie di testi di Kafka rimasti inediti. L'autore è infatti morto di tisi già da un anno e ha dato incarico all'amico, nonché biografo, di curare i propri testi.
La trama la conoscono un po' tutti. Assistiamo al calvario, dapprima farsesco, quasi comico e poi via via sempre più tragico in cui si trova, suo malgrado coinvolto, un trentenne procuratore di banca che una mattina viene dichiarato in arresto (ma non limitato nella libertà personale) da alcuni loschi figuri alle dipendenze di un fantomatico tribunale parallelo a quello riconducibile al Palazzo di Giustizia e che ha ramificazioni e collaboratori, più o meno segreti, sparsi in ogni luogo. L'uomo, tale Josef K., non sarà mai informato circa la sua presunta colpa e si troverà costretto a difendersi da un'accusa di cui nessuno sembra conoscerne i termini e le natura. Una situazione dunque dove ogni difesa e ogni garanzia di difesa vengono calpestate e rese impossibili (non a caso gli avvocati non possono assistere agli interrogatori dei propri clienti) e dove il processo non può mai avere fine (anche un'eventuale assoluzione altro non sarebbe che una decisione temporanea). Inevitabile la condanna finale, anche perché Josef K rinuncia a ogni tentativo di corruzione che gli viene suggerito di compiere da personaggi assurdi e sopra le righe, in quanto ritiene di essere innocente e che si stia montando contro di lui un vero e proprio complotto che intende far venire alla luce.
Si renderà però presto conto di esser entrato quale attore protagonista di un vero e proprio teatro delle assurdità, esaltato da udienze che si tengono all'interno di caseggiati popolari periferici tra vere e proprie schiere di spettatori che danno la netta impressione di far parte di un'associazione segreta ("Il signor giudice ha appena fatto, qui accanto a me, un segno segreto a uno di voi" commenta spazientito K durante uno dei suoi monologhi difensivi). Un mondo sotterraneo, anche se sarebbe il caso di definire "aereo", in cui il tribunale si snoda tra cancellerie confinate nei solai di palazzi decadenti, sfruttando apporti di pittori squattrinati ma influenti ai fini dei giudizi (tanto che è proprio un pittore a fornire la spiegazione dei procedimenti al protagonista e non un avvocato, così che lo stesso arriva a dire di é stesso: "spesso queste cariche non riconosciute sono più importanti di quelle riconosciute") e di giudici vanitosi che si fanno immortalare in dipinti alla stregua di divinità. Un ruolo centrale viene poi offerto alle donne, non con qualche punta misogena. Le vediamo infatti caratterizzate come civettuole di facili costumi che gravitano di continuo intorno al protagonista, che va subito in "brodo di giuggiole", quasi a voler simboleggiare la corruzione della purezza del protagonista.
"Non c'è dubbio che dietro a tutte le manifestazioni di questo tribunale vi sia una grossa organizzazione!" capisce presto K senza però arrivare a comprenderne la natura e il fine. Si intuisce un certo senso manipolatorio che caratterizza questa organizzazione che studia e mette alla prova le persone per poterle indirizzare a suo piacimento. "Avete formato dei finti partiti, uno dei quali mi ha applaudito per mettermi alla prova, volevate imparare come si seducono degli innocenti!" Tuona K durante la prima udienza, dopo essersi reso conto di esser circondato da una folla di uomini attempati ("Erano uomini anziani, alcuni avevano la barba bianca. Forse erano loro quelli che decidevano, che potevano influenzare tutta l'assemblea") sui cui vestiti brillavano particolari distintivi e che davano l'impressione di comunicare mediante cenni precodificati. "Ai baveri delle giacche luccicavano distintivi di ogni misura e colore. Per quanto si poteva vedere, tutti avevano questi distintivi. Tutti erano della stessa banda... e quando K si voltò di scatto vide gli stessi distintivi al bavero del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava giù tranquillo." Credo che per la compresione del testo questi siano passaggi cardinali che evidenziano la presenza di un'organizzazione occulta che detta indirizzi  e influisce sugli uomini di un certo prestigio (si noti che il protagonista, Josef K, è un banchiere ovvero un rappresentante di spicco del potere economico).

FRANZ KAFKA.

"Qualcuno doveva aver calunniato Josef K, perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato" questo l'incipit di un romanzo che veste presto i panni di un incubo claustrofobico dove il risveglio è un sonno che non vedrà mai fine. Su questo romanzo, volutamente ambiguo e criptico (si veda il bellissimo penultimo capitolo), si è scritto di tutto. Non è certo compito di questo recensore andare nel profondo o fare una carrellata delle varie chiavi interpretative. Mi limiterò solo a fare delle considerazioni personali. Il romanzo è senz'altro un'allegoria che denuncia, più che l'amministrazione della giustizia in sé e per sé, l'esistenza di certi poteri occulti che muovono la società e decidono il destino delle persone sacrificate alla stregua di pedine di un gioco oscuro di cui non è possibile intuire logica o ragione. Kafka sottolinea come al cospetto di una simile autorità, parallela a quella ufficiale ma molto più potente di essa e spesso coincidente (dato che vi sono soggetti dell'autorità ufficiale che si ritrovano in quella occulta), non vi è possibilità alcuna né di difendersi né di instaurare un rapporto paritario o finalizzato a chiedere lumi interpretativi al fine della comprensione del sistema. Chi è estraneo o appartiene a un rango inferiore non ha facoltà di incidere sulla propria posizione né di fare domande. Si intuisce così l'esistenza di una struttura a carattere piramidale dove neppure i livelli inferiori conoscono le logiche e le ragioni dei livelli superiori, figurarsi gli estranei. 
Centrale è la parabola del Guardiano e dell'uomo venuto dalla campagna (da leggersi, probabilmente, come il non studioso inidoneo a varcare il portale in quanto non pronto, a cui il guardiano urla sempre: «NON ORA!») che vorrebbe entrare nel tempio della legge (qualcuno lo interpreta come l'accesso al mondo divino, trascendente, che resta oscuro all'intelletto e all'esperienza umana), a sua volta strutturato a livello piramidale con una serie di porte che ammettono a conoscenze superiori che sono vigilate da un guardiano distinto dall'altro (e sconosciuto ai guardiani precedenti che, a loro volta, non sanno cosa vi sia oltre). Josef K ascolta la parabola all'interno di una cattedrale, deserta come il palazzo di cui alla parabola, raccontata da uno strano sacerdote che alla fine gli dirà: "Cerca prima di capire tu chi sono io." Che sia proprio lui uno dei guardiani di cui alla parabola?

Lento, lentissimo, ma molto affascinante e angoscioso. Il finale un po' sommario (incredibile l'atteggiamento ormai remissivo del protagonista che accetta di capitolare al cospetto di una condanna da cui non è ammessa fuga perché sconosciuta e dunque tale da non potervi sfuggire), a mio avviso, risente del fatto che si tratta di un'opera semi-incompiuta e uscita postuma, aspetto quest'ultimo che si nota in un'innegabile frammentarietà che si respira, tra un capitolo e un altro, in svariate parti del romanzo non sempre perfettamente raccordate tra loro. Inutile dare consigli o meno di lettura, trattandosi di un classico della narrativa mondiale. Posso solo ammonire dalla lettura coloro che cercano testi di pronta soluzione e strutturati attorno a una trama chiara e centrale. Qua si va e si deve andare (nell'interpretazione) oltre al testo, leggere tra le righe e trovare risposte che giustifichino una storia altrimenti folle e delirante. Con Il Processo Kafka voleva si angosciare il lettore, ma anche fargli porre una serie di domande su cui discutere come il protagonista al cospetto del sacerdote, mentre disquisiscono sul senso della parabola del Guardiano e dell'Uomo di campagna.
Classicissimo. 

Una sequenza dell'adattamento curato da
ORSON WELLES nel 1962.

"Se ti attira tanto, prova dunque a entrare, nonostante il mio divieto. Ma bada: io sono potente. E non sono che l'ultimo dei guardiani. Di sala in sala, però, ci sono altri guardiani, uno più potente dell'altro. Già del terzo non riesco più nemmeno io a reggere la vista."