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mercoledì 15 febbraio 2017

Recensioni Narrativa: FRANKENSTEIN di Mary Shelley.




Autore: Mary Shelley.
Genere: Narrativa del Terrore.
Anno: 1818..
Pagine: 200 circa, a seconda delle edizioni.
Prezzo: variabile a seconda delle edizioni.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Il destino di un intero genere, la letteratura del terrore, si consuma in una lontana data dell'ottocento (verrebbe da dire diabolica: 6.6.16), un giorno particolarmente funesto con vento e pioggia a costringere quattro personaggi a restare rintanati nella villa in cui sono ospitati, nella periferia di Ginevra. Tra le mura di Villa Diodati, questo il nome della magione, ci sono due mostri sacri della poesia inglese: Lord Byron e Percy Shelley. Con loro ci sono due giovani, non di medesima caratura artistica: la compagna di Percy, la prezzemolina Mary Wollstonecraft Godwin, poi meglio nota come Mary Shelley, e un medico di origini bientinesi che risponde al nome di John Polidori (era figlio del bientinese Gaetano Polidori, segretario di Vittorio Alfieri). I quattro, accompagnati dalla sorella di Mary, tra una baldoria e l'altra, impossibilitati a uscire a causa del maltempo, si intrattengono con una serie di racconti tedeschi sui fantasmi fino a quando, d'improvviso, a uno dei quattro viene l'idea di lanciare una sfida di scrittura creativa (sembra per scommessa). Due mostri sacri contro due pivelli, quanto meno all'apparenza, l'esito sembrerebbe scontato. Appunto, sembrerebbe perché i mostri sacri fanno cilecca, sono i due “pivelli” a scrivere la storia e a entrarvi in modo prepotente con due capolavori, inizialamente attribuiti ai due big ma poi, col tempo, riconsegnati ai loro veri autori. Due storie capaci di modificare e rivoluzionare l'intero genere (gotico, ai suoi primi vagiti con Lewis e la Radcliffe) creando due fortissimi stereotipi che avrebbero invaso migliaia di pagine e pagine di romanzi altrui fino a giungere al cinema in tutte le salse (dalle parodie alle trasposizioni più o meno fedeli). Il vampiro da una parte, Frankenstein e i mad doctor dall'altra. Qui ci interessiamo di questa seconda figura, che Mary Shelley plasma facendo forza delle sue esperienze in Italia. Non si contano i soggiorni avuti nella nostra penisola da Mary e dal marito Percy (poi deceduto tra la costa pisana e quella viareggina). Non a caso, il tema dell'Italia è reso esplicito nel romanzo, con la madre del dottor Frankenstein che viaggia col marito in Italia, prende sotto la propria protezione una giovane di Milano (aspetto che ricorda l'atteggiamento del padre di Mary con la figliastra ma anche l'atteggiamento di Percy con la nipote di Mary), inoltre è decisivo, per la formazione culturale del mostro, l'apporto reso da una famiglia decaduta (ricorda un po' la crisi finanziaria di Percy) che ospita una ragazza turca fuggita da Livorno a cui viene insegnato il tedesco col mostro (un bambinone gigante che si sveglia da un giorno all'altro e che non ha alcuna cognizione di cosa sia, pur avendo intelligenza umana) che impara di nascosto la lingua umana standosene rintanato in una baracca. Il contenuto però maggiormente legato all'Italia, come spesso avviene in certe opere, non è quello che si coglie prima facie. Si tratta invece di un omaggio molto profondo. Mary Shelley infatti, che ha alloggiato a Pisa in compagnia del marito, è stata probabilmente informata degli esperimenti tenuti da un certo Andrea Vacca Berlinghieri e lo ha, sicuramente, incontrato durante i suoi viaggi. Chi era Vacca Berlinghieri? Era un chirurgo, che ha studiato anche in Francia e Inghilterra, con passioni variegate che comprendevano la chimica, la matematica, la fisica, l'astronomia e l'esoterismo (un po' come il Dr Frankestein che, a sua differenza, è uno Svizzero ma, guarda caso, nato in Italia, in quel di Napoli... proprio come alcuni figli della Shelley tra i quali una certo Florence, maschio a differenza dell'ominima moglie di Bram Stoker, omaggio palese alla Toscana e più in particolare a Firenze dove è nato). Soggetto alquanto bizzarro, ma non troppo se contestualizzato in un certo tessuto sociale, che fece erigere un tempio di natura massonica (anticlericale) in onore del padre in quel di Montefoscoli (periferia pisana). Atteggiamenti che portarono i prelati a considerarlo sotto un aura malefica fino a trovare stratagemmi particolari per benedire la via d'accesso a questo tempio laico, evidentemente considerato diabolico. Pensatore illuminato, progressista, convinto sostenitore della necessità di allungare la vita degli uomin, eventualmente anche con il ricorso a trapianti (pratica all'epoca vietatissima dalla Chiesa), Vacca Berlinghieri aveva anche passioni alchemiche da valutarsi però nel senso più alto della disciplina ovvero nella ricerca e conquista dell'immortalità terrena (la famosa pietra filosofale da leggersi quale elisir di lunga vita, tanto in voga nell'epoca). Si dice che passasse molte ore a sezionare i cadaveri con la speranza di rianimarli con il galvanismo (quindi col ricorso all'elettricità come si vede in alcuni film su Frankenstein e come invece viene omesso nel romanzo). Qualcuno è arrivato a scrivere che abbia persino comprato pezzi di cadavere e abbia realizzato, nel suo laboratorio sotterraneo, un essere antropomorfo nella speranza di portarlo in vita. Beh, più ispirazione di questa... A onor del vero, però, Mary Shelley dirà di essersi ispirata a uno suo sogno/incubo, senza aggiungere altro che possa portare a Vacca Berlinghieri ma per compiere il passo basta unire i punti con una retta immaginaria... La provincia pisana quindi che sale in cattedra nella formazione del romanzo del terrore di caratura mondiale e che, stranamente, non viene quasi mai esaltata nel territorio locale.

Il pisano ANDREA VACCA BERLINGHIERI
vero ispiratore del DR. FRANKENSTEIN

Vediamo però chi era Mary Shelley. Quando scrive Frankenstein, che poi esce due anni dopo rispetto alla sfida (1818) in forma anonima (ma con prefazione di Percy Shelley), ha appena diciannove anni, dunque giovanissima. Arriva da una famiglia altolocata, figlia unica di un filosofo ispiratore del pensiero anarchico, e secondogenita di una delle prime femministe della storia che morì dieci giorni dopo averle dato la vita. Inevitabile quindi lo spirito libertino di Mary, che sposa il radicale Percy Shelley (già sposato, ma liberato dal suicidio della moglie, tradita a ripetizione e con incontri tra Percy e Mary sulla tomba della madre di quest'ultima, al cimitero: quando si dice il romanticismo gotico!?). Curiosa, intraprendente, assetata di sapere e aperta di mente, forma con Percy (ex allievo del padre) una coppia moderna, con i due che si concedono molte scappatelle e rapporti promiscui fregandosene della società bacchettona dell'epoca e soprattutto dei creditori sempre più sulle tracce di Percy (carico di debiti). Viaggiano in Francia, Svizzera e Italia, senza badare a spese ed eccessi, pur essendo a corto di disponibilità. La fortuna però non è benevola con la povera Mary, la flagella nei rapporti più cari. Le porta via la madre quando è ancora piccola, quindi il marito a ventiquattro anni e i figli in tenera età (sopravviverà il solo Florence). Il marito naufraga e muore affogato nella tratta Livorno – La Spezia e cremato sulla spiaggia di Viareggio. Aiutata dai coniugi Hunt, amici di Percy, dopo un soggiorno di un anno a Genova torna in Inghilterra, aiutata dal padre del marito. Qui continua ad avere rapporti molteplici (tra gli altri con Prosper Merimee, l'autore della Carmen), ma senza più sposarsi. Resta con la sola compagnia di Florence Shelley, cadendo in crisi economica nonostante le riedizioni delle opere del marito defunto e pur continuando a scrivere. Frankestein, inizialmente ignorato, prende piede in virtù di un'entusiasta recensione di Walter Scott (l'autore di Ivanhoe) e conseguente riedizione, modificata, nel 1831 a nome Mary Shelley, diventando un best seller ma con diritti ceduti a una potente casa editrice. Mary scrive un altro notevole romanzo, meno noto, che apre la via al romanzo catastrofico fantascientifico (ancora una volta pionieristica) e che si intitola L'Ultimo Uomo, The Last Man (1826), concepito anni prima a Napoli (definita da Mary “il paradiso abitato dai demoni”), e una ventina di racconti e romanzi storici o biografici. Funestata da una serie di emicranie che sfoceranno in un tumore al cervello, cessa di scrivere nel 1839. Muore, dopo anni di malattia, nel 1851.

Mary Shelley


PROSSIMAMENTE 

Presentazione DEEP SHOCK di Davide Melini



A cura di Matteo Mancini.
Eccoci, finalmente, a parlare della nuova uscita firmata dall'amico Davide Melini, filmaker romano ormai da anni operativo in Spagna e che ha preso le mosse come assistente ne La Terza Madre di Dario Argento per poi intraprendere un percorso personale con cortometraggi premiati a livello internazionale e selezionati per il David di Donatello (2011) pur continuando anche nel ruolo di assistente alla regia (nelle serie americane Penny Dreadful e Into the Badlands). Dopo circa quattro anni di tribolazione, con un cambio di produzione e rivoluzione dell'intero cast artistico e tecnico, è uscito Deep Shock, l'omaggio cercato e voluto da Melini al cinema horror e thriller italiano anni '70, ideale commistione tra Deep Red e Shock rispettivamente di Dario Argento e Mario Bava. Molti sono gli omaggi a questi e ad altri film del periodo, che Melini ha voluto così ricordare per pagare, probabilmente, un tributo doveroso alle sue principali fonti di ispirazione (non è certo il solo in questo). Ci tiene però a precisare di aver realizzato una rielaborazione dei temi classici e di non essersi limitato a una mera copia o “banale” riproposizione. Dunque il passato e la tradizione come punto di partenza e non già di statico e freddo ritorno in cui vivacchiare senza aggiunger niente di nuovo e di proprio. Se vogliamo quindi un riproporre tematiche già viste con l'occhio e il piglio di un Tarantino continentale.
Abbiamo allora avvicinato Davide, grazie agli strumenti offerti dalla nuova tecnologia che negli anni settanta non eran neppur immaginabili. A riguardo, mi vien in mente una diatriba tra Massimiliano Allegri e Arrigo Sacchi col primo, in vena di burle, a scherzare col grande maestro del calcio totale italiano dicendogli: “Ma 25 anni fa non c'eran nemmeno le televisioni...” E noi allora prendiamo la palla al balzo e realizziamo questa intervista senza microfoni, che eppure, 25 anni fa ai tempi in cui il cinema di genere italiano era ormai prossimo a esser strozzato proprio dalle televisioni, eran indispensabili e lo facciamo senza neppure dare la forma di un'intervista a quanto qui di sotto segue.
Ho preso tutte quelle cose tipiche di quei film (del cinema di genere italiano anni '70, ndr) e le ho trasportate in una storia dei giorni nostri. Volevo ricreare quella magia tipica anni '70, però usando le nuove tecnologie” spiega Melini e noi subito cerchiamo di fare come lui in questo articolo, così per gioco, dando vita a un doppio canale di scambio dati. “Quindi villa, gatti neri, pallina che cade, rasoi, assassino in nero, tuoni, ombre, sangue, mistero, terrazza...” prosegue nell'aggiungere gli ingredienti, assai gustosi, dell'alimento con cui si appresta a deliziare i palati degli aficionados che osservano e attendono tutti intorno. Ma attenzione, ci tiene a ribadire, il suo non è un cocktail come quelli che si intravedevano ne La Dolce Mano della Rosa Bianca (2010), il premiatissimo corto che iniziava all'interno di un pub con una moderna Salma Hayek che danzava in primo piano. No... no... no, cari miei, sottolinea, questa volta è stato fatto un passo in più. “Deep Shock è un film che rispetta i canoni del giallo italiano, ma li mescola con quelli horror” e allora ecco i temi delle visioni, demoni, sfide sataniche, croci rovesciate... “facendolo però in modo autonomo e indipendente, viaggiando sotto i binari del giallo/horror intrecciandoli ogni volta con due storie parallele aventi un'anima a sé stante ma confluenti in un unico film. C'è una parte razionale, che corrisponde al giallo, con il suo inizio-svoglimento-conclusione... E una parte irrazionale, a rappresentare l'horror, con anch'essa il classico sviluppo inizio-svolgimento-conclusione...” E cosa c'è di nuovo allora, potrebbe chiedere il solito impertinente ragazzino sbarbato della prima fila, ancora armato di penna e taccuino come una sorta di Tullio (Kezich, ndr) vomitato dagli anni '70, manco fosse lì presente (pur incarnando il passato) a prendere gli ordini dei commensali? Lo spiega subito Davide, spostando il busto in avanti sul bancone in cui vengon servite le pietanze speciali, alla stregua di un Danny Trejo di derivazione Tarantiniana sul set de Dall'Alba al Tramonto (tanto per parlare di due storie parallele in diversa salsa che confluiscono in una esplosiva di natura tutta sua). “Le due storie si intrecceranno l'una con l'altra in maniera perfetta” ci sussurra per non farsi sentire dagli altri distratti avventori, poi porta le due mani davanti al bocca per serrare il suono e ingabbiarlo in modo che possa giungere ai nostri orecchi come il più grande mistero dell'umanità, un tunnel da cui uscire solo grazie alla finissima strettura finale: “dando vita a un vero e proprio deep shock!”
Sulle labbra si apre un sorriso, a entrambi ovviamente, mentre gli altri, dietro, allungano i capi per cercare di cogliere qualche dettaglio, ma sono ancora ignari di quello che sta per succedere. Eppure il film è già uscito, quando scriviamo queste poche righe: Milano, Torino, Napoli e poi nel tarantino, ovviamente. Di lui han già scritto “dalla mente del più che promettente regista romano, possibile erede di Argento e Bava, affiora con violenta prepotenza Deep Shock.”
Accattivante fin dal trailer (che potete vedere qua https://www.youtube.com/watch?v=wJVeMjjNPfs) proprio per gli ingredienti che si intuiscono e per un bell'uso della fotografia (curata niente meno che da Juanma Postigo, candidato al Premio Goya 2016 per la fotografia di El Violin de Piedra), Deep Shock si presenta come il corto del definitivo salto di Melini, girato con una Red Epic Dragon 6K.
Produzione interamente inglese con apporto decisivo di Luca Vannella (cugino di Melini, addetto al trucco in molti kolossal americani, con titoli quali Avengers, Thor, Harry Potter, Apocalypto, Transformers, tanto per citare qualche nomignolo) e Vincenzo Mastrantonio (altro addetto al trucco in capolavori quali Titanic, Moulin Rouge, La Passione di Cristo), ma anche il pluripremiato hair stylist Ferdinando Merolla (Gangs of New York, Hannibal Lecter Le Origini del Male, tra i tanti) e lo stuntman Bobby Holland Hanton che ha pure indossato i veri panni di Batman (Inception, Il Cavaliere Oscuro Il Ritorno, nei panni di Batman, War Horse). Nomi pazzeschi da cui affiorano i titoli di tutti i maggiori successi degli ultimi anni, dalla Spagna all'Italia fino a Hollywood. Un bel banco di prova per l'amico Melini, che sceglie ancora la Spagna, con l'apporto della fedele produttrice esecutiva Fabel Aguilera, quale teatro in cui inscenare i suoi incubi su carta. Dispiace, ancora una volta, evidenziare il disinteresse italiano per certe produzioni. Melini, che ne è anche lo sceneggiatore, traccia un'esperienza onirica, con una protagonista che fugge dai lutti familiari che l'hanno colpita per rintanarsi in un mondo irreale a sua volta più crudele della realtà di partenza. Apparizioni, strani omicidi l'accompagneranno portandola a lambire i confini della pazzia. Muireann Bird, questa l'attrice protagonista, è la star queen in un cast artistico che annovera anche attori professionisti del calibro di Erica Prior (Second Name, regia Paco Plaza) e Francesc Pages (Darkness di Balaguero) oltre ad altri attori emergenti.
Per chi ne volesse sapere di più indichiamo l'indirizzo del sito ufficiale del film http://davidemelini.com/DEEPSHOCK dove potrete leggere l'insieme completo dei cast, sia tecnico che artistico, con l'invito a sostenere il film e gli artisti italiani che tentano ancora di rianimare quella fiammella costituita dal nostro cinema di genere e che qualcuno, specie quelli con penna e taccuino in mano, si è da sempre ostinato a voler spegnere pure quando dietro alla cabina di regia c'era un certo Leone... A proposito di Leone, è prossimo a uscire anche Lion sempre a firma di Davide Melini... Come disse Maurizio Costanzo (grande sceneggiatore dei gialli italiani del tempo che fu) a Sergio Corbucci: “State in campana lassù sul campanile!


IL GIALLO ALL'ITALIANA è PRONTO A FARE IL SUO RITORNO” 

sabato 11 febbraio 2017

Recensioni Narrativa: DALLE NOVE ALLE NOVE di Leo Perutz




Autore: Leo Perutz.
Genere: Realismo Fantastico / Giallo.
Anno: 1918.
Edizione: Reverdito Editore (Anno 1988).
Pagine: 282.
Prezzo: 24.500 lire.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Primo incontro col praghese Leo Perutz considerato, dal movimento letterario, uno dei maggiori esponenti della narrativa fantastica del blocco germanico/austro-ungarico dei primi novecento. Mi è difficile, essendo la mia prima lettura, scendere in ulteriore dettaglio sulla carriera di questo travagliato autore, costretto a fuggire dall'amata Austria prima dello scoppio della seconda guerra mondiale a causa delle sue origini ebraiche. Si intuisce però, già da questo Zwischen Neun und Neun (Dalle Nove alle Nove), senz'altro una delle sue opere prinicpali al punto da esser definito "il maggior successo editoriale dell'immediato dopoguerra sul mercato tedesco", una profonda diversità da autori quali Meyrink, Ewers o Strobl. Pur individuando in Hoffmann il maestro prediletto, queste le testuali parole dello scrittore, a mio avviso si respira una vicinanza marcata a un autore quale Franz Kafka. L'avventura che ci accingiamo a raccontare, infatti, è strettamente ancorata alla realtà, più in particolare al tessuto socio-economico della Vienna del periodo, ma nonostante questo prende la via del bizzarro, direi più propriamente del surreale di kafkiana memoria, senza però sconfinare nella letteratura del paranormale o del fantastico nel senso più stretto del termine. Perutz dispone di una smisurata abilità nello sviluppare la trama in modo da tenere il lettore attaccato alle pagine con dialoghi e descrizioni minimaliste ma calibrate a dovere. A contrario di Kafka è apparentemente meno autoriale (sottolineo "apparentemente") e più concentrato sul ritmo e i fatti, con un'ironia beffarda che traspira da ogni capitolo e che prende la forma di uno specchio d'acqua sotto il quale hanno gioco delle sabbie mobili in cui il protagonista, senza quasi accorgersene, affonda sempre più. Con questo Dalle Nove alle Nove, periodo di dodici ore in cui si svolgono i fatti narrati (anche se in realtà, come scoprirete alla fine, si tratta di un artificio della fantasia), Perutz usa l'espediente del racconto giallo/poliziesco alla Kafka, modello de Il Processo pure se meno criptico, per raccontare la sua amata Vienna e soprattutto il tessuto sociale urbano e la condizione umana nel suo senso più generale possibile. Così vediamo il protagonista, un abile studente che da ripetizioni a giovani di ricca famiglia cacciatosi in un brutto giro per motivi futili, vagare per la città con un comportamento alquanto bizzarro. Durante questa sua odissea, in cui cerca di recuperare per vie legali una determinata somma di denaro sufficiente a convincere la sua ex ragazza a compiere con lui, in luogo di un altro, la vacanza che la stessa ha organizzato in Italia, incontra, di volta in volta, una moltitudine di personaggi che incarnano i diversi stereotipi degli individui che si possono incontrare in città (dai professori universitari, ai medici, passando per i ricettatori, le bambinaie del parco, ai giocatori di domino, i truffatori e via dicendo). A Perutz interessa più questo che la trama in sé e per sé, la sua è un'analisi filosofica e, per certi versi, spirituale che prende le mosse dalla sociologia. Vuole fare un quadro beffardo della situazione, fatto di continue incomprensioni e punti di vista sbagliati, talvolta determinati da preconcetti (si veda la salumiera che a inizio romanzo pensa di aver subito un furto orchestrato in modo subdolo dal suo cliente) altri da modi di approcciarsi superficiali o comunque disinteressati sotto l'apparenza dell'interesse (vedere come in pochi si accorgino delle discrepanze nelle ricostruzioni fatte dal protagonista). Demba, questo il nome del protagonista, verrà visto in dozzine di modi diversi, alla fine da ubriaco (e lui stesso si convincerà di quanto gli altri gli andranno ad attribuire, tipo di esser in possesso di una pistola), costretto ad accampare le più assurde storie e bugie per motivare il suo strano comportamento, riuscendo spesso e volentieri a convincere l'interlocutore di turno e pure se stesso, tanto da compiacersi delle proprie trovate e dirselo davanti a uno specchio. "Bisogna costringere le persone con l'astuzia, con la superiorità di spirito, la forza di volontà, il potere dello sguardo, approfittando di ogni situazione, e fare quanto ci si aspetta da loro." Si tratta però di conquiste fragili come castelli costruiti sulla sabbia, pronti a cadere al primo soffio di vento perché non strutturati.

Per circa metà romanzo, con arte manipolatoria, lo vediamo vagare senza mai mostrare le mani, tenute rigorosamente sotto il cappotto, come mostra la copertina dell'edizione tedesca con cui abbiam deciso di aprire questo articolo. Perché questo? Lo si capirà solo a metà romanzo, dove Perutz racconta l'antefatto da cui si snoderanno due storie. Una è quella che il lettore sta leggendo, la fantastica in quanto parallela alla reale, oserei dire, l'altra si scoprirà alla fine con un colpo a sorpresa  che spiazza, poi non più di tanto, il lettore o quanto meno dovrebbe farlo nell'ottica dell'autore. Da notare come si respiri una sorta di messaggio metaforico per il quale la vita è paragonata a un'esistenza in catene (vuoi di ragione mentale vuoi di ragione sociale), mentre la morte è vera libertà (almeno così io interpreto, l'altrimenti beffardissimo, l'ultimo capoverso del romanzo). Dalle nove alle nove, in questo potrebbe anche significare la fine che simboleggia un inizio ovvero la morte come nuova vita a cui si giunge con un cammino di illusioni che sbocciano in clamorose beffe orchestrate da un destino divertito e divertente (per gli altri, non certo per chi deve fare i conti con i fatti nudi e crudi che si presentano sul proprio cammino).
L'ironia, pur nella kafkiana situazione di un uomo braccato dalla polizia per un reato in fin dei conti di scarso tenore (il furto di tre libri da una biblioteca universitaria) ma che viene trattato alla stregua di un omicidio, regna sovrana ed è curioso vedere come il protagonista riesca, ogni volta, ad accalappiare in diverso modo il denaro ricercato dovendo poi, per un motivo o per un altro, rinunciarvi, sempre per il vizio che lo attananglia e che non voglio qua evidenziare per non rovinare la lettura. Una sorta di volubilità degli obiettivi materiali e terrestri, che sono sempre a portata di mano ma fuggono sempre perché non ancorati al vero fine che dovrebbe orientare la vita di quello che Meyrink definirebbe l'uomo superiore ovvero colui che cerca il cammino della trascendenza (e che, per forza di cosa, passa da un'iniziazione tribolata e sofferente, altrimenti sarebbe di pronto accesso per chiunque). Per dirla in altri termini, ciò che sulla terra è materiale nell'altrove diviene immateriale per l'incapacità di superare l'ostacolo della morte. Dove si è mai visto, del resto, del denaro che supera il confine della realtà per varcare quello della dimensione ignota agli occhi degli umani?
Perutz, a differenza di Meyrink, a cui non amava esser accostato, esplicitamente non dice mai niente di questo, pare quasi suggerirlo a livello subliminale laddove invece l'austriaco non faceva certo giri di parole.

Belli alcuni passaggi che suggeriscono la sensazione di onnipotenza di un ricercato che passa inosservato agli occhi di polizia e passanti semplicemente camminando sotto i loro nasi, una sensazione però anche questa menzognera cui fa da contraltare la maledizione di una purezza infangata che prima o poi presenterà il suo conto in modo irreversibile e da cui non è concessa via di ritorno. Ecco quindi le successive riflessioni sull'espiazione della colpa e sull'onta incancellabile costituita da un reato passato che, agli occhi della società, non viene ripulito con la semplice condanna di una pena e che porta a un isolamento che non prevede riscatto. "La Giustizia infligge sempre le pene a vita. Chi esce dal carcere, deve nascondere le proprie mani, perché sono disonorate per sempre. Non potrà più porgere liberamente la mano a nessuno, dovrà strisciare attraverso la vita con le mani timidamente nascoste, proprio come me, che oggi per dodici ore, con le mani sotto la mantella."

Paolo Maria Filippi, nella sua post-fazione dell'edizione della Reverdito Editore, giustamente si chiede, in realtà, da chi o cosa scappi il protagonista e se davvero sia lui il colpevole o piuttosto una vittima di un meccanismo oscuro, un po' come il signor K de Il Processo di Kafka. Fa questa sua riflessione per la natura, senz'altro culturalmente più elevata del protagonista rispetto ai meschini o comunque monodimensionali soggetti che si trova a incontrare sul cammino. Un personaggio, questo Demba, che si getta in una missione folle, apparentemente dettata dal tentativo di riconquistare un amore non più corrisposto, dal sapore di supposto riscatto morale o più verosimilmente di ribellione al sistema, una sorta di voler dimostare chi, in realtà, sia il migliore senza poi interessarsi dei premi in denaro o delle conquiste affettive. Una parabola discendente che incarna, se vogliamo, la pazzia dell'uomo che non vede, nonostate i suoi impegni, i risultati sperati e che per questo impazzisce a causa del mancato riconoscimento sociale (si veda l'astio che Demba nutre per il tipo che, con superiorità, non gli rivolge mai parola quando entra nella casa in cui lo stesso svolge le sue lezioni: "Cos'è poi tanto di speciale? Niente studi universitari, niente esame di stato. E non mi stringe la mano, macché! Sarebbe indegno di lui!"). Uno stimolo, se vogliamo, puramente narcisistico e per questo destinato a fallire, perché evanescente proprio per il suo essere materiale (sembrerebbe un controsenso). Così allora arriva a scrivere Filippi: "La colpa esplicita, commessa veramente e riconosciuta (il furto dei tre libri, ndr), rimanda ad un'altra colpa, implicita, sottaciuta, metafora di uno status che va ben al di là di un banale conflitto di proprietà, della quale nulla è detto esplicitamente. " Non so se si possa sostenere la nostra ricostruzione, ma abbiamo cercato di fornire una nostra risposta all'analisi di questo bravo critico. Analisi che porta così a rendere molto diverso Dalle Nove alle Nove da Il Processo, per essere il primo più orientato su un'analisi che mette in correlazione la vacuità degli obiettivi terreni che fingono di offrire una libertà che, invece, si può conquistare solo nell'altrove (dove non vi sono giudici e dove non esiste la materia), laddove il secondo si muove su meccanismi oscuri e prettamente materiali che regolano la società, creando un substrato occulto che, dietro le quinte, muove i fili dei poteri istituzionali. Ed ecco che viene pertinente allora l'apparente sconclusionata dissertazione del protagonista che ribalta un concetto dato per pacifico in ogni società civile e che ruota attorno al concetto di giustizia: "Non deve esserci nessun castigo. Il castigo è follia. E' l'uscita di sicurezza verso la quale ci precipitiamo, quando nell'umanità si diffonde il panico. E' il castigo ad avere la colpa di ogni crimine... Che l'umanità abbia il potere di castigare, è questa la causa di tutta l'arretratezza spirituale..."


.Leo Perutz.

Un'opera questo Dalle Nove alle Nove che calamitò subito le attenzioni di mostri sacri del cinema come il maestro dell'espressionismo tedesco Murnau, che tentò di farne una trasposizione (restando impantanato nel mare dei diritti d'autore e delle mancate autorizzazioni, in quegli anni era rimasto altresì coinvolto nella lunga causa intentata dalla moglie di Stoker per bloccare Nosferatu), e sua maestà Alfred Hitchcock che vi si ispirò per il suo The Lodger (Il Pensionante) uscito nel 1927.
Chiudo con un commento che ho trovato molto chiarificatore circa il contenuto del testo. E' stato pubblicato su Anobi da una tale che si chiama GRAZIA, suona quasi di beffa pure questo dato che si parla di colpe e giudizi, la quale in poche parole sintetizza, a mio modo di vedere, l'anima del testo: "Avrei detto lettura d'intrattenimento. E invece. Tutt'altro. Siamo dinnanzi ad una metafora sulla condizione dell'uomo. Sulla delusione dell'uomo. Sulla fine di tutti i suoi sogni e le sue illusioni. In primis la libertà. Ma anche l'amore. E la giustizia. E il sentimento che coglie e che ben descrive è l'impotenza, l'essere con le mani legate, l'impossibilità di cambiare le cose, nonostante il dibattersi quasi frenetico dell'uomo".

martedì 24 gennaio 2017

Recensione Saggi: GUIDA ALLA LETTERATURA ESOTERICA a cura di Claudio Asciuti



Curatore: Claudio Asciuti.
Autori: Claudio Asciuti, Glauco Berrettoni, Adalberto Cersosimo, Oskar Felix Drago, Giacomo Giustolisi e Franco Piccinini.
Edizioni: Odoya.
Anno: 2016.
Genere: Saggistica divulgativa e critica letteraria.
Pagine: 632.
Prezzo: 30,00 euro.

Commento di Matteo Mancini.
Imbattersi in questi volumi, per un appassionato di narrativa fantastica e nella fattispecie non solo di questa, essendo alla prese con una trattazione che confluisce nell'ambito della scrittura creativa convergendo da un mondo decisamente più ampio (e che gli autori tentano di tratteggiare in ogni sua corrente e applicazione), è paragonabile alle emozioni e alla sorpresa che può provare un bambino, svoltando l'angolo di un triste e grigio vicolo urbano, imbattendosi per la prima volta in un centro commerciale interamente dedicato ai giocattoli. Un prodotto nel pieno stile delle edizioni Odoya, da Bologna, seconde a poche nell'ambito della divulgazione saggistica applicata a cinema e letteratura. Si tratta infatti del loro 229° volume pubblicato e, ormai, tra i lettori non sono certo nuovi a queste maratone monotematiche (anche se qua di monotematico c'è solo lo spunto di partenza) che coinvolgono, dietro la regia di un curatore, svariate penne del mondo della saggistica italiana. Garanzia di qualità assicurata a ogni uscita e, se vogliamo, ci pare giusto sottolineare, a nostro avviso, che con questa guida (tutt'altro che semplice da realizzare) sia stato fatto un ulteriore salto nella qualità. Accattivante come sempre nella veste visiva, con foto e copertine inserite nel testo con copiosità, si percepisce, anche per il non addetto alla materia, una maggior cura nelle veste contenutistica, in particolare nel gusto per il dettaglio e nel voler scendere, in taluni casi anche troppo (si vedano le sinossi dei romanzi, praticamente sviscerati dall'inizio alla fine con buona pace per chi non li abbia letti), ad approfondire la materia. Obiettivo di partenza, penso di poter dire, è il voler rendere fruibile il settore più complesso (per le sue mille sfaccettature e interpretazioni) della narrativa a un pubblico di massa ovvero cercare di rendere, se vogliamo, essoterico l'esoterico giocando con l'esse quasi come, nella tradizione leggendaria ebraica, i rabbini giocavano con l'aleph al cospetto della loro creatura gigante che prende il nome di Golem. Ne deriva un'esposizione che cerca di esser il più semplice (cosa non sempre riuscita, perché diviene difficile spiegare in cinque pagine concetti su cui si sono scritti interi trattati) e completa possibile nel fornire gli elementi caratterizzanti di ogni corrente, loggia o scuola legata al mondo dell'esoterismo (dunque ambito maggiore rispetto all'applicazione letteraria). Un lavoro, senz'altro, reso possibile (per la ristrettezza delle pagine comunque oltre le seicento), probabilmente, anche per il doversi relazionare con un materiale più circoscritto rispetto alla sterminata produzione fantascientifica o fantatica/fantasy su cui sono state costruite le precedenti guide legate alla narrativa del fantastico nella sua accezione più ampia (Guida alla Letteratura di Fantascienza; Guida alla Letteratura Horror; Guida alla Letteratura Fantastica). Un testo quindi che costituisce l'ideale chiusura (mi verrebbe da dire la punta della piramide nell'ambito del fantastico) di un poker che non può mancare nella biblioteca sia dell'appassionato, sia dello scrittore del genere sia, più genericamente, dello studioso e che va oltre al compito di fungere da c.d. "bussola orientativa" finalizzata a fornire spunti necessari al lettore per reperire testi (come a esempio La Guida alla Letteratura Horror della stessa Odoya). Asciuti e i suoi collaboratori cercano infatti di tratteggiare periodi storici di riferimento, analizzare figure parallele alla narrativa che non hanno direttamente a che fare con la stessa fungendo solo da involontari ispiratori e, in taluni casi, a trasformarsi in veri e propri personaggi della carta stampata (si pensi a Cagliostro o al Conte di Saint Germain),  e correnti di pensiero a cavallo tra la filosofia e le sette segrete di stampo intellettuale. Un'analisi quindi che parte dall'esterno, dalle origini costituite dal mondo dell'antico Egitto e di quello greco/romano, fornendo spiegazioni e pennellate su un'immaginifica tela in cui si allarga un disegno d'insieme all'apparenza astratto e di difficile discernimento, per scendere poi nel cuore del tema trattato che è, appunto, la letteratura esoterica. Un genere che non può definirsi in un qualcosa di predefinito e archetipico, costituendo, forse più correttamente, una sfumatura applicabile a qualsiasi tipologia di storia, una lente di lettura se vogliamo, e che punta molto sulla componente allegorica e/o simbolica degli elementi, talvolta apparentemente marginali, messi a corredo di un racconto o di un romanzo. Un genere in cui spesso ci si trova a confrontarsi con storie costruite su più livelli interpretativi dove l'ultimo, se così lo possiamo definire, spesso e volentieri ribalta l'interpretazione a colpo d'occhio più intuitiva e assegna al testo un significato diametralmente opposto. Un guida quella dell'Odoya, mai termine è adatto come nella circostanza, che funge da cicerone - più di portale multimediale griffato Virgilio - nella "Commedia" dell'Esoterismo, indispensabile, o comunque amica, per trascendere dall'inferno dell'ignoranza al paradiso dell'onniscenza. Un volume dunque che costituisce la sublimazione dell'ermetismo, forma principe di esposizione nell'ambito esoterico, e che si rivolge a tutti i suoi praticanti, i suoi studiosi e, non da ultimi, agli occasionali meri appassionati.

Il curatore CLAUDIO ASCIUTI
al centro di un trio allo stand Odoya
dove dietro, tra testi western, altri dedicati ai cavalli e altri alla narrativa fantastica,
figura il NUMERO UNO dell'editore con la
prefazione iniziale del NUMERO UNO
tra tutti i vincitori del PREMIO URANIA
senza voler nulla togliere al bravo Asciuti
che se la ride rendendo celato il suo divertimento
come in una versione italiaca di una Monna Lisa da Shaw.

Un breve cenno al curatore nonché autore Claudio Asciuti, già incontrato sulle pagine Odoya. Laureato in lettere con una tesi in psicologia, è insegnante di filosofia (e nel testo si respira questa sua base culturale) ma soprattutto, come probabilmente lo stesso affermerebbe, uno dei maggiori studiosi del genere fantastico in Italia in particolare sul versante fantascientifico. Vincitore del prestigioso Premio Urania 1999 con un romanzo intitolato con un chiaro omaggio alla scuola esoterica per eccellenza della magna Grecia (e non solo di essa): La Notte dei Pitagorici. Pubblicato presso la Mondadori col romanzo La Valle dello Zodiaco, curatore di antologie, realizzatore di saggi, vanta molteplici pubblicazioni sia con Mondadori e Fanucci ed è un collaboratore seriale dell'Odoya. Per la realizzazione de Guida alla Letteratura Esoterica, Asciuti ha confermato cinque dei suoi nove precedenti collaboratori e ha “acquistato” un esperto del campo: Glauco Berrettoni. Chi è Berrettoni? Non certo un ex calciatore del Perugia, perché lui si chiama come l'Onorato che dava la voce è Bud Spencer. E' un dirigente scolastico laureato in filosofia ex collaboratore esterno de Il Giornale, ma è soprattutto uno studioso di esoterismo con interessi piuttosto aperti e variegati, dalla Massoneria al sufismo islamico senza tralasciare il paganesimo neoplatonico che come sappiamo ha costituito la base di certi movimenti in Italia al tempo precedente allo scoppio della seconda guerra mondiale. È senza dubbio, senza voler nulla togliere agli altri, l'anima esoterica e il riferimento più immediato per gli autori della guida. Un acquisto che, sicuramente, ha reso migliore il volume che avete tra le mani o che vi accingerete a comprare.

"Ciò che rende esoterica una letteratura è il quid che fa si che un romanzo di genere travalichi il genere, inventi una strategia che risolva i problemi della situazione di partenza, utilizzi conoscenze che non sono proprio quelle del periodo e della vita materiale di tutti i giorni ma faccia appello a forze, più o meno benigne, che che intervengano dal piano spirituale."

PROSSIMAMENTE LA RECENSIONE NEL DETTAGLIO

lunedì 26 dicembre 2016

Recensione Narrativa: JOHN SILENCE E ALTRI INCUBI di Algernon Blackwood.



Autore: Algernon Blackwood.
Genere: Weird/Horror.
Anno: 1908.
Edizione: Utet (Anno 2010).
Pagine: 462.
Prezzo: 19,00 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Questa antologia che raccoglie la celebre raccolta sul detective dell'occulto John Silence, divenuta nel tempo cult ai massimi livelli, ci permette in primo luogo di prendere le mosse dallo scrittore dalla cui penna è nato tutto: l'inglese Algernon Blackwood. Non nascondo un immenso piacere di parlare di questo autore che fa parte di un gruppo di artisti di cui ho massima stima letteraria.
Personalità alquanto turbolenta, verrebbe da dire, guardando il suo curriculum. A tal riguardo, pur avendo molti amici, non si farà mai una famiglia propria. Nasce nel Kent, a Shooter Hill, nel 1869 e viene subito castrato nel suo sviluppo da un'educazione evangelica che lo porta a esser tenuto lontano dai tipici svaghi dell'epoca. Tutte le distrazioni provengono dal regno del maligno gli metton in testa i genitori. Il padre è un segretario finanziario delle poste oltre che Cavaliere dell'Ordine del Bagno, mentre la madre ha origini nobiliari. Viene mandato a studiare in giro per l'Europa, in Germania, Francia e Svizzera. Nella prima parte di vita però, al di là di interessarsi alla cultura orientale e all'induismo (suscitando il disprezzo della famiglia), non dimostra grandi talenti se non la passione per il violino (farà anche l'istruttore). Ricordato come un fine umorista e un grande oratore, passa i primi trent'anni all'avventura più assoluta, spesso anche perché mal consigliato e truffato da approfittatori di turno. Emigra in Canada, poi a New York dove vive passando dall'impiego di giornalista presso il Times a quello di albergatore con fallimenti continui che lo portano addirittura a vivere di espedienti, finendo a fare persino il modello per pittori, l'attore teatrale e l'operaio in un saponificio. Tenta addirittura di improvvisarsi pioniere partecipando alla corsa dell'oro nelle lande del far west. La svolta avviene quando il banchiere James Speyer lo assume come suo segretario. Blackwood ha già trent'anni ed è praticamente sconosciuto sia come scrittore che, quasi del tutto, come giornalista. Ritorna in Inghilterra e compie quel passo che lo trasformerà in uno dei maestri più acclamati della narrativa fantastica. Col nome di fratello Umbram Fugat Veritas, ovvero la realtà disperde l'ombra, entra a far parte dell'Ordine Ermetico della Golden Dawn dove farà la conoscenza di un humus letterario di prima classe che lo convincerà a mettere nero su bianco le sue idee e la sua fantasia. Blackwood fa così tesoro dell'esperienza di vita vissuta, per i boschi del Canada, per esaltare l'immanenza della natura sull'insignificanza e l'arroganza dell'uomo, credendo fermamente nell'ignoto. Conseguenziale diviene così la compenetrazione tra fantasia e insegnamenti esoterici che vengon traslati dalle pratiche iniziatiche per confluire in narrativa divenendo un unicum affascinante e di immediato successo. Non scrive subito però, rimane per alcuni anni in fase di apprendimento e quando decide di passare all'azione lo fa subito con decisa presa di pubblico. La sua prima opera è una raccolta di novelle che va sotto il titolo La Casa Vuota e altre Storie di Fantasmi - The Empty House and Other Ghost Story (1906) che vede la luce grazie all'iniziativa di un amico che decide di presentare questi scritti a un editore che ne resta favorevolmente impressionato. Appena un anno dopo esce la novella Colui che Ascoltava nel Buio (1907) sempre afferente al tema fantasmi. Blackwood è poi abile a modernizzare la tematica classica dei fantasmi, spiriti maligni, diavoli, licantropi e mummie portando sul piano fantastico, col John Silence, Phisician Extraordinary, la figura lanciata dal "compagno di scuderia" Conan Doyle, altro affiliato all'Ordine, del detective Sherlock Holmes. Non è il primo a farlo, prima di lui, al di là dei tentativi non centrali di Le Fanu e di Stoker (con i loro Hesselius e Van Helsing), ci aveva già provato Matthew Shiel (il Principe Zaleski) e gli Heron con il loro poco conosciuto Flaxman Low. E' però nel 1908 con il John Silence che la figura viene effettivamente sdoganata nel fantastico e subito presa a modello da William Hope Hodgson, due anni dopo, col suo Carnacki. Torneremo di seguito su questo personaggio. In particolare il personaggio di Blackwood, come avremo modo di delinearlo di seguito, deve molto a Sherlock Holmes sia per il suo essere londinese, sia per le notevoli capacità di osservazione sia per esser spesso coadiuvato da un assistente. A differenza di Holmes, però, il Silence è un vero e proprio occultista dotato di poteri che vanno oltre al comune poliziotto, in più è laureato in medicina ed è un benestante di famiglia.
Blackwood insiste facendo uscire, nel giro di pochi anni, altri racconti che faranno scuola come I Salici (1907) e Il Wendigo (1910), tutti testi in cui le descrizioni, costruite in modo lento per portare il lettore dalla realtà alla fantasia in modo graduale e progressivo, sono centrali e hanno la funzione di suggestionare il pubblico cui sono destinate togliendogli il fiato non solo per la tensione ma anche per la bellezza scenografica. Opere dove la natura si trasforma, di fatto, in divinità (o comunque in forza trascendentale) e dove l'invisibile grava sulla piccolezza dell'uomo, spesso e volentieri arrogante e ignorante comparsa di un contesto in cui crede di esser protagonista. Sono questi i migliori anni del Blackwood scrittore che, nel frattempo, si mette anche a scrivere, tra un romanzo occultistico e l'altro (in Italia non facilmente trovabili), opere teatrali, musical e finisce esportato negli Stati Uniti dove Howard Philips Lovecraft non tarderà molto a eleggerlo quale maestro indiscusso nel suo L'Orrore Soprannaturale nella Letteratura. "Nessuno ha mai raggiunto la sua maestria  con cui accumula, dettaglio su dettaglio, effetti e percezioni che dalla realtà conducono a un'esistenza o una visione soprannaturali" scrive la penna di Providence.
Ribattezzato nell'ambiente letterario Lo Spettro, ovvero The Ghost Man, viene arruolato nella prima guerra mondiale (secondo altre fonti nella seconda) in qualità di agente segreto al servizio di Sua Maestà in quanto abile alpinista e appassionato di sci.
Dal 1934 passa a lavorare in radio e dal 1938 in televisione. Sfugge a un missile V2 precipitato sulla sua abitazione durante la seconda guerra mondiale, sorte simile al corrispettivo collega italiano Libero Samale (Frank Graegorius). E' inoltre ricordato per essere stato il primo volto britannico ad apparire in televisione, nel 1950, durante le trasmissioni sperimentali della BBC nell'atto di parlare di fantasmi durante un programma mandato in onda nella notte di Halloween a cui faranno seguito altre puntate raccolte sotto il titolo Le Storie del Sabato Notte. Muore l'anno dopo a Londra, all'età di ottantadue anni, per una trombosi celebrale.
Mike Ashley nel 2001 gli dedicherà una biografia intitolata The Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood.


ALGERNON BLACKWOOD

Veniamo ora a parlare del John Silence, probabilmente uno dei personaggi più famosi nati dalla penna di Blackwood ma non per questo abusato o sfruttato dal suo creatore. A differenza di Conan Doyle, Blackwood non proporrà più il suo celebre detective dell'occulto dopo l'uscita della prima antologia data alle stampe nel 1908. La sua sarà una vera e propria scelta deliberata, cosa che invece non succederà con William Hope Hodgson che non pubblicherà altre storie del suo Carnacki perchè semplicemente deceduto, poco dopo, sul terreno di battaglia, in Belgio, durante uno dei tanti conflitti della prima guerra mondiale. Nonostante l'uscita di una sola antologia, tuttavia, il John Silence è ricordato, in via simbolica piuttosto che reale (lo abbiamo già detto sopra), come il primo vero detective impegnato con serialità in storie del paranormale, vero e proprio ispiratore (pur se con profonde differenze) del “nostro” Dylan Dog al punto che nell'edizione a cura di Flavio Santi, per UTET, compare svariate volte l'esclamazione “Giuda ballerino”. Conseguenziale dunque il ragionamento che porta a fare da ponte storico tra i due personaggi (col secondo nato a distanza quasi di ottanta anni). La sensazione è che si sia trattato di un vero e proprio omaggio del curatore, piuttosto che una fedele traduzione dall'originale ma questo rimane marginale e non cambia la sostanza dei fatti.
Per delineare il personaggio, stante la diversa struttura e realizzazione dei vari racconti (contrariamente a quelli del Carnacki che si avviano sempre alla medesima maniera), sono determinanti il primo e l'ultimo racconto dell'antologia, quantomeno stando all'ordine di presentazione proposto da Santi. Ne Un'Invasione Paranormale ovvero A Psychical Invasion viene fornito il vero e proprio profilo del personaggio di cui il lettore si accinge a leggerne le gesta, spesso e volentieri (ma non in via esclusiva), narrate dal suo fedele assistente (retaggio di Conan Doyle). John Silence, come il corrispettivo Sherlock Holmes, viene giudicato dagli amici come un eccentrico o un cane sciolto, per le sue abitudini e la sua grande capacità deduttiva, ma soprattutto per il suo procedere in modo bizzarro e del tutto sconnesso alle ambizioni della vita comune. Lo spirito di osservazione e la profonda conoscenza dell'animo umano, nonché la capacità di leggere il linguaggio corporeo, non sono le uniche capacità di questo personaggio. Sparito dal mondo per cinque anni, dove sembra sia andato in Oriente, il Silence, poco più che quarantenne, è un vero e proprio sensitivo che conosce l'arte della magia, anche senza darlo troppo a vedere come fa invece il suo collega Carnacki. Alto, con mascelle volitive e una barba nera a renderlo enigmatico al punto giusto, ma soprattutto dai modi gentili, flemmatici tale che in pochi, come dice Blackwood, "avrebbero sospettato dell'energia che gli bruciava dentro come un'immensa fiamma."  Appare dunque molto più professionale del Carnacki, con un modo di fare per niente smargiasso e assai più riservato rispetto a Sherlock Holmes. Non va cioè in giro a lodarsi o a recitare formule magiche riprese da testi più o meno eretici, né ricorre ad amuleti o alla preghiera. Agisce soprattutto a livello mentale o compie atti senza spiegarne la fonte di ispirazione. Questo non deve però portare a reputarlo un mero intellettuale che lavora solo con la mente e risolve i casi, per così dire, dalla poltrona (mi viene in mente una battuta inserita in Uno Studio in Rosso di Doyle). No, signori. Anche il Silence è un uomo d'azione e lo si vedrà correre per boschi e lande in piena notte, alla caccia di entità vomitate dall'altrove o da dimensioni non riconducibili alla tridimensione. Così, al riguardo, si esprime Hubbard, il suo assistente semi-chiaroveggente: “Avevo già avuto esperienza dell'abilità del mio compagno nella corsa in un bosco fitto, e adesso avevo un'ulteriore prova della sua capacità di vedere al buio... Compresi allora quale sensibilità speciale è quella sviluppata dai ciechi: la percezione degli ostacoli.” Pur essendo uno dal grande coraggio e d'azione, il Silence non ha bisogno di armi (intese quelle atte a offendere in un conflitto bellico) essendo le stesse del tutto inutili contro certe forze. Il suo è un continuo allenamento fisico, mentale e spirituale. A differenza di Holmes, a cui è accomunato dalla passione per le materie scientifiche (John Silence è addirittura un medico, mentre il collega è uno studioso un po' di tutto senza avere laurea), il Silence non riceve alcun compenso per i suoi incarichi (“sosteneva che a pagare dovessero essere i ricchi, mentre i più poveri dovevano godere dell'assistenza gratuita” quando si dice un detective di sinistra, ndr... quelli che però più lo interessavano erano "i lavoratori sottopagati, spesso amanti delle arti, che non potevano permettersi una parcella corrispondente a una settimana di lavoro magari solo per sentirsi dire di fare un viaggetto") e viene ingaggiato sempre da persone che sono in difficoltà per disturbi psichici non riconducibili alla medicina che potremmo definire razionalista. Non interviene dunque su casi di omicidi su invito della polizia che brancola nel buio, ma in casi che sconfinano dalla realtà pragmatica per varcare il sottile confine celato da quelle nebbie che rispondono al nome di ignoto. In questo è molto simile al successivo Carnacki di Hodgson. I casi del Silence però non sono mai macchinazioni ordite da qualcuno per acquisire vantaggi venali (come avviene spesso con Hodgson), ma sono sempre flagellati dall'irruzione dell'occulto nella banalità quotidiana. Sono solo questi i casi su cui Silence sceglie di lavorare, andando in giro in mezza Europa (Svezia, Germania, Francia e Inghilterra), in caso contrario dichiara di non essere interessato alla soluzione del caso. Questo avviene perché Silence non vive del proprio lavoro, essendo già ricco sfondato. Il suo dunque è più un lavoro di sfizio, quasi fosse uno studioso che deve fare una tesi di laurea o un accademico alla ricerca delle conferme sulle proprie tesi. Nel primo racconto, dove Blackwood si contraddice, si legge che il dottore non dispone di un laboratorio né di veri segretari, né ricorre a una metodologia strettamente professionale. Ho scritto che si contraddice perché nell'ultimo racconto la storia si svolge proprio nello studio del dottore (unica delle sei) con un cliente che arriva senza appuntamento e pretende di ricevere un consulto. Sto facendo cenno a Una Vittima dello Spazio SuperioreA Victim of Higher Space – indubbiamente, per farmi intendere, il racconto più dylandoghiano del testo. Blackwood dunque si sbugiarda da solo e caratterizza nei minimi dettagli lo studio del Silence, qua assistito da un maggiordomo diverso dal suo assistente esterno. “C'erano due distinte stanze per gli ospiti. Una (per le persone che pensavano di avere bisogno di un'assistenza spirituale quando in realtà erano candidati al manicomio) aveva le pareti imbottite ed era fornita di svariati strumenti nascosti per affrontare e dominare un improvviso accesso di violenza. L'altra, invece, studiata per raccogliere casi autentici di stress spirituale e insolite manifestazioni di natura psichica o paranormale”. Questo tanto per cominciare. Inoltre Blackwood spiega come Silence abbia accessoriato queste stanze. Scopriamo infatti che nella seconda stanza, di fatto una stanza di attesa, è stato praticato uno spioncino aperto in una delle pareti in modo che il dottore possa studiare il cliente prima di riceverlo (“un uomo seduto da solo presenta una sua espressione psichica, e questa espressione è l'uomo stesso. Essa scompare nel momento in cui un'altra persona lo raggiunge”) così da farne un primo screening. In un secondo momento poi, dunque un metodo c'è e come, Silence entra nella stanza e interroga l'ospite facendolo accomodare su una poltrona inchiodata al suolo (per impedirgli la libertà di movimento e tenerlo concentrato), con la possibilità di azionare dei comandi per il rilascio di aromi che si liberano dalle mura con anche la possibilità di scegliere il rilascio di narcotici. Dunque vediamo che, in realtà, l'organizzazione c'è e in modo molto professionale e calibrato. Silence lascia poco al caso e, un po' come Holmes, arriva alla soluzione del caso prima ancora che si sbrogli l'intero bandolo della matassa. Chiarito con chi si ha a che fare, passiamo ora alla sei storie, non prima di aver fatto cenno al suo approccio: "La chiave di volta del suo potere consisteva nel sapere che il pensiero può agire a distanza e, in secondo luogo, è dinamico e può ottenere risultati concreti. Imparate a pensare, avvertiva, e attingerete il potere dalla sorgente."

Una raffigurazione di
JOHN SILENCE,
Alla scoperta dei racconti.

Abbiamo già detto che i sei racconti proposti della serie sono molto diversi tra loro non solo per i contenuti ma anche per la loro struttura. Di lunghezza molto eterogenea, si va dal racconto breve alla vera e propria novella di lunghezza superiore alle cento pagine; divergono anche per la loro impostazione di partenza. Alcuni di essi, i più lunghi, costituiscono narrazioni fatte dal non sempre presente assistente mister Hubbard, altri invece sono in terza persona. In alcuni casi John Silence appare quando la storia è già ben inoltrata in avanti nel suo corso, in un caso appare addirittura alla fine. Dunque grande variabilità che rende ovviamente molto piacevole un'antologia che altrimenti, come succede a esempio col Carnacki, avrebbe rischiato di ripetersi divenendo stucchevole (termine che metto deliberatamente a rimembranza di certe critiche disintegratesi sul muro dell'evidenza). La bravura di Blackwood sta poi nel modernizzare tematiche classiche, riplasmandole e, in alcuni casi, dando vita a visioni, penso di poter dire, originali. Ne è un esempio Un Licantropo in Campeggio, meglio conosciuto come The Camp of the Dog. In questa novella, dallo sviluppo in verità a mio avviso troppo lento, Blackwood riscrive la figura del licantropo miscelandola alla tematica del corpo astrale. Ne deriva un soggetto all'apparenza molto classico costruito sulla tematica tanto cara all'autore, ovvero quella della potenza di un ambiente selvaggio lontano dalla vita urbana e immerso nella più viva (anche se nel testo viene definita morta) vegetazione che riesce a modificare nel profondo gli uomini che si trovano a dover fare i conti con lo stesso. Blackwood costruisce così la storia su tre tematiche che confluiranno in una. Silence giunge solo verso la fine, chiamato dal suo assistente che è il protagonista iniziale della vicenda ma è incapace di sbrogliarla. L'uomo, insieme ad alcuni amici, parte per un periodo di vacanza in Svezia, dove vive in mezzo ai boschi in un campeggio di fortuna collocato in un'isola dove non vi è traccia di animali. Tutto procede con spensieratezza almeno fino a quando un insolito lupo non verrà a fare visita al campo. Non scendo nel merito onde evitare di spoilerare, ma il lettore si accorgerà di come Silence, in modo del tutto originale, arriverà a dimostrare che la licantropia è un fenomeno meramente psichico. Il “mostro” infatti non è da intendersi, in questo caso, come una creatura maligna riconnessa a riti magici o a maledizioni scagliate da esseri malevoli, piuttosto un veicolo di passioni, emozioni e desideri repressi, personificatesi e liberatesi dall'uomo che vanno a rappresentare, svincolandosi dal sonno dello stesso. In altre parole il licantropo diviene una creatura interiore partorita dal subinconscio che si tramuta in carne e ossa nel sonno, quasi come in un sogno o in un incubo, ma che, anziché restare confinato nella testa del suo autore, va fuori e interagisce con le creature che han diritto di stare al mondo. A motivare il tutto, nella fattispecie, un amore apparentemente non condiviso ma nel profondo voluto da entrambi i soggetti coinvolti. Blackwood dimostra, non è il solo caso, una natura romantica spesso riscontrabile negli scrittori di fantastico e del terrore (potrebbe essere un controsenso ma invece è del tutto normale, poiché la sensibilità è sempre la massima caratteristica di un narratore del terrore). Testo dunque molto bello nel soggetto, ma portato avanti in modo lentissimo con dilungamenti talvolta noiosi (a mio modo di vedere) nelle caratterizzazioni dei personaggi. “Il lupo è un fatto psichico di grande importanza, per quanto durante le epoche buie si sia esagerato con le assurde fantasie di contadini superstiziosi, visto che il lupo non è nient'altro che l'istinto selvaggio di un uomo passionale che esplora il mondo con il suo corpo fluido” così spiega Silence.

Se con Un Licantropo in Campeggio Blackwood modernizza la tematica licantropia, in Antichi Sabba (Ancient Sorceries) torna sul classico, con gli unguenti necessari per trasformarsi da uomini in animali, ma lo fa andando ancora una volta a modernizzare la figura lavorando, questa volta, su un altro versante. Introduce cioè i gatti o le pantere mannare, in quello che è, a mio avviso, il capolavoro della raccolta. Silence, nella fattispecie, è quasi assente nella vicenda, partecipa solo in un secondo momento per indagare sul racconto che il protagonista dei fatti gli rivela. Ancora una volta si intrecciano svariate sotto trame come quella del treno che si ferma in una località ai limiti tra il sogno/incubo e la realtà, quella della licantropia diabolica e quella della reincarnazione e, più centrale di tutte, della stregoneria. Il protagonista, un viandante inglese che vaga per la Francia, decide di scendere dal treno su cui si trova, perché infastidito dall'accalcamento che ha intorno. Suo malgrado finisce ospite di una sconosciuta cittadina dove le persone si comportano come gatti e dove, a poco a poco, si troverà sempre più legato, incapace di allontanarsi, specie quando farà conoscenza di una giovane diciassettenne figlia della padrona della locanda in cui è alloggiato. Vivrà così un'esperienza soggettiva, così la qualificherà a posteriori John Silence, in cui si troverà a rivivere le emozioni di un suo lontano passato che lo ha visto partecipe a sabba presieduti da Satana, con streghe e stregoni capaci di trasformarsi in gatti, dopo essersi spalmati sulla pelle dei diabolici unguenti. L'esecuzione del testo, mai noioso, è di una perfezione magistrale e costringe il lettore a leggere senza staccarsi dal racconto. Emerge il consueto stile dell'autore caratterizzato dalla cura nella descrizione degli ambienti e dal suo lento procedere, impreziosito da poetici tocchi di penna in un mix tra romanticismo e perversità malata dove non mancano splendidi ammiccamenti erotici. Lo definirei quasi un racconto multi sensoriale dove i cinque sensi (e anche il mezzo alla Dylan Dog) vengono stimolati al massimo. Spettacolare la parte finale, con la trasformazione di tutti i cittadini, per la sua impressionante forza visiva. Per dare l'idea è come assistere a un'esplosione di luce lunare che si fa strada nel buio fitto dell'abisso della notte, dettando la via alle creature che seguono il canto del male che riecheggia nella vallata. Capolavoro, c'è poco da aggiungere. Uno dei più bei racconti sulla tematica che riconferma la verve romantica dell'autore che, ancora una volta, scende nell'introspettivo: “La vita reale di cui parlo è la vecchia vita interiore, la vita di tanto tempo fa, la vita cui anche tu un tempo sei appartenuto e a cui appartieni.”


Più classico, ma costantemente costruito sul filo della tensione, è La Nemesi del Fuoco (The Nemesis of Fire). Ho scritto classico, ma anche qua Blackwood miscela più sotto trame. A quella della mummia unisce una fenomenologia che, ai tempi odierni, potrebbe esser letta come quella dei foo fighters con differenze comunque apprezzabili non essendoci aerei da disturbare ma semplici colonnelli sprovvisti di velivolo. È infatti un militare a ingaggiare Silence e il suo assistente Hubbard per porre fine agli strani accadimenti che si verificano nel parco ove ha sede la magione avuta in eredità dal fratello. L'area, circondata da un fitto bosco, è oggetto di strani eventi che gravitano attorno a dei globi infuocati che, in alcuni casi, hanno lasciato delle lunghe strisce affumicate sui muri e che ondeggiano in aria anche all'altezza degli alberi. Attraverso un esperimento che prevede l'uso del sangue, Silence riesce a far manifestare la forza occulta che ricorre a un elemento igneo per funestare la vita dei residenti. Silence definisce così questi elementi: “sono forze attive oltre i soliti elementi, terra, aria, acqua o fuoco, nella loro natura essenziale sono impersonali, ma possono essere messi a fuoco, incarnati, animati da coloro che sanno come fare, attraverso le pratiche magiche... Da soli questi elementi ciechi possono compiere ben poco, ma guidati e diretti dalla volontà esercitata di un potente manipolatore possono diventare importanti forze per il bene o il male. Sono la base di tutta la magia.” Nella fattispecie dietro a tutto ci sarebbe una maledizione scaturita a seguito della profanazione di una mummia e al relativo furto dello scarabeo sepolto con la stessa. Tale sacrilegio avrebbe infatti liberato l'elemento igneo programmato da un mago per punire chi avesse osato disturbare la pace eterna della mummia. Bellissimo racconto, pur se lento, con una prima parte introduttiva, una seconda all'insegna dell'azione tra i boschi alla caccia di una creatura invisibile. A seguire una terza esoterica e occulta che ha l'esperimento magico di evocazione come perno su cui ruotare il tutto, per chiudere con un epilogo claustrofobico tra i cunicoli scavati nella sabbia, sottoterra, con la terra che cade ed è sempre sul punto di chiudersi sui tre protagonisti per ingoiarli nelle sue viscere. Meno affascinante di Antichi Sabba, ma probabilmente il racconto che gioca di più sulla tensione e sul mistero.

Molto divertente e veloce il racconto che chiude l'opera ovvero Una Vittima dello Spazio Superiore, con cui Blackwood – lo abbiamo già detto – mostra al suo pubblico il laboratorio di Silence e lo mette al cospetto di una storia dylandoghiana. Silence sarà infatti chiamato ad aiutare un cliente, quasi un alter ego del dottore oserei dire (in grado anche di leggere nella mente delle persone), che, grazie a un lungo studio e alla capacità di rimembrare i ricordi di una precedente vita (ancora il sotto tema della reincarnazione), riesce a superare il limite del mondo tridimensionale entrando nelle dimensioni ulteriori. Blackwood qua si apre a un'analisi della realtà costruita su scala multidimensionale, ma limitata, per gli uomini, alle tre dimensioni. Il protagonista, un po' come in un successivo lavoro di Lovecraft, riuscirà a varcare questo limite non avendo però il pieno controllo delle chiavi (tra cui la musica, concetto già usato da Leslin Allin Lewis sul tema) che consentono di aprire il passaggio dalla c.d. realtà all'altrove (che è anch'esso realtà, nella fattispecie) e di farvi ritorno. Esilaranti i passaggi col cliente che scompare nella nulla sotto gli occhi di un esterrefatto Silence, mentre quest'ultimo prova a tenerlo saldo tra le sue mani.”Lo spazio superiore esiste e il nostro mondo confina con esso e su di esso parzialmente giace, ne consegue necessariamente che noi vediamo solo parti limitate di tutti gli oggetti. Non vediamo mai la loro forma autentica e completa. Vediamo le loro tre dimensioni, non la quarta.”


La precedente versione a cura
FANUCCI.

Inferiori, secondo me, gli altri due racconti. Classico Culti Segreti dove spicca solo la componente melanconica dell'adolescenza con lo stesso Blackwood che, forse, ricorda i suoi passati di studente lontano da casa e immagina di rifare ritorno nei luoghi di studio. Ex studente inglese torna nella campagna tedesca per visitare il paesino presso il quale ha studiato molti anni prima. Si tratta di una scuola religiosa. Deciso a salutare i suoi vecchi maestri vivrà, anche lui, un'esperienza soggettiva tra le mura decadute del convento tra i vecchi maestri che lo accoglieranno come uno di loro, tramando però di sacrificarlo al demonio in ossequio alle loro pratiche segrete. John Silence, di passaggio in zona, riuscirà a intromettersi nel sogno/incubo del protagonista e a liberarlo dal concreto pericolo costituito da un'esperienza al confine tra il sogno e la realtà. Al risveglio, il protagonista si renderà conto che della sua vecchia scuola, in realtà, non resta altro che un cumulo di rovine. Il suo sogno però è stato molto pericoloso perché qualora non fosse intervenuto Silence avrebbe perso la propria anima trasformandosi in un automa. Anche se non detto, viene ribaltato e riproposto sotto altra lente il tema del corpo astrale. Bizzarrissimo, soprattutto per la natura del cliente del dottore, Un'Invasione Paranormale. Lo abbiamo già detto, è il racconto in cui l'autore traccia il profilo del suo detective per poi farlo entrare in azione a esorcizzare uno spirito maligno che ha preso possesso della casa di uno scrittore satirico che ha però perso la sua verve comica. Ancora una volta Blackwood rende personalissime le sue storie. A fungere da catalizzatore è l'utilizzo di una sostanza allucinogena, la Cannabis Indica,che viene assunta da questo scrittore per aumentare la propria verve comica. Una sorta di doping creativo, per intenderci. Uno degli effetti di questa droga è infatti il provocare un riso irrefrenabile. La sostanza produce l'effetto voluto, ma apre anche le porte a quelle che John Silence definisce le “forze di un'altra regione” mettendo in contatto, involontario, lo scrittore con gli spiriti che popolano l'invisibile. Tormentato dalle strane figure che vagano per l'abitazione e che sono riconnesse al precedente affittuario (ovviamente deceduto e votato al male), lo scrittore oltre a perdere la propria arte comica cade in una paranoia che lo conduce alle porte della follia. È la moglie di quest'ultimo a far sì che il caso finisca sulla scrivania di John Silence, che interviene in via diretta per esorcizzare la casa. Ad aiutarlo, nel frangente, non c'è il fido Hubbard, ma un cane e un gatto in vesti di inconsapevoli assistenti. “Tutti gli scrittori umoristici meritano di essere aiutati, non possiamo permetterci di perderne nemmeno uno in questi tempi sciagurati” commenta Silence. Racconto piuttosto classico che ispirerà Hodgson. Silence agisce però con i suoi poteri mentali, senza armi o amuleti. Blackwood divide in due il racconto. Nella prima parte, dopo aver introdotto il personaggio del John Silence, il protagonista viene notiziato circa i fatti che hanno portato il cliente a imbattersi con l'occulto. Nella seconda parte invece abbiamo l'intervento diretto del detective e la soluzione del caso grazie al ricorso delle formule e della ritualità dell'alchimia spirituale. In pericolo però, avverte Silence ancora a sottolineare il tema della vita successiva a quella conosciuta dai comuni mortali, non è il presente (ovvero l'esistenza fisica), ma la vita interiore, quella psichica (argomento ritornante come abbiamo visto) capace di abbandonare il corpo mortale e di sopravvivere allo stesso ma anche di subire danni, ovvero contaminazioni, nella vita terrestre da cui non è poi possibile lavarsi in un secondo tempo. Ne deriva una visione trascendente, che accenna risposte alle domande relative al senso della vita ultraterrena, peraltro comune a una data cerchia di autori di narrativa fantastica con la “F” maiuscola. David Punter, nel suo monumentale Storia della Letteratura del Terrore, scrive, a ragione, che in Algernon Blackwood “il regno del soprannaturale è accettato come esistente”. Vi è dunque una credenza effettiva, il fantastico non viene visto come un mero gioco o una metafora su cui traslare aspetti della vita, per così dire, materiale. Nel volume della Edipem de Maestri della Letteratura Fantastica si accenna quanto in Blackwood vi sia una convinzione marcata circa la possibilità di ampliare le facoltà umane e gli strani poteri che dormono nell'uomo. Lovecraft (razionalista e scettico circa l'effettiva esistenza del mondo del paranormale) parla invece, pensando a Blackwood, di un universo irreale (l'inglese, come abbiam detto, non lo avrebbe chiamato così) che preme di continuo sul nostro. Il solitario di Providence non fa poi giri di parole nell'esprimere il suo giudizio sulle qualità del collega: “Blackwood è il più grande e indiscusso maestro nel creare un'atmosfera soprannaturale... più di ogni altro capisce come certe menti sensibili possono indugiare ai confini del sogno, e quanto illusoria sia la distinzione tra le immagini create dagli eventi reali e quelle stimolate invece dal gioco della fantasia”. Per quel che mi riguarda sostituirei la parola fantasia e aggiungerei "dalle interferenze che sfuggono alle leggi umane e che trovano sede oltre alle dimensioni percepibili con i nostri (limitati) cinque sensi".

Voglio infine soffermarmi sull'ironia un po' beffarda dell'autore che mette spesso in relazione la comicità con il terrore. Nell'ultimo racconto analizzato scrive che “dietro il comico si cela sempre la paura. Un terrore travestito con la maschera da pagliaccio, che trasforma l'uomo nel campo di battaglia di due emozioni opposte, armate per lottare fino alla morte.” Sulla stessa falsa riga, in modo forse anche un po' blasfemo, chiude il racconto Un Licantropo in Campeggio scrivendo: “E per enfatizzare l'eterna vicinanza di commedia e tragedia, due piccoli dettagli spuntarono sulla scena e mi impressionarono così tanto che li ricordo ancora come fosse ieri. Nella tenda dove avevo appena lasciato Joan, tutta tremante della nuova felicità, mi arrivarono all'orecchio i rumori grotteschi di Lupo di Mare che stava russando, ignaro di tutto quanto, e dalla tenda di Maloney mi giunse il monotono alzarsi e abbassarsi di una voce umana: era un uomo che pregava il suo Dio.” Fu così, mi verrebbe da aggiungere prendendomi una licenza narrativa, che dietro il sudario che prende le forme del mantello della copertina scelta dalla Utet, si levò una risata, ma fu difficile per tutti capire se di scherno o di divertimento o forse, più a tema col tutto, di diabolica complicità.

La copertina del film ispirato, vagamente,
ad ANTICHI SABBA,
uscito nel 1942 per la regia di
Jacques Torneur
propio quando Blackwood ripubblicò
una nuova versione dell'antologia.

Una considerazione finale su alcuni aspetti post produttivi, diciamo così. Interessante chiedersi, non che lo facciano molti, la natura del nome che Blackwood ha scelto per il suo personaggio. Sul punto è apprezzabile l'analisi che fa Flavio Santi secondo il quale, a mio avviso a ragione, il nome potrebbe richiamare il tema del silenzio iniziatico, il famoso Silentium. Santi però propone anche altre soluzioni, come una scelta ricollegabile allo pseudonimo del filosofo Kierkegaard ovvero Johannes de Silentio.
Un altro enigma è quello costituito dalla dedica apposta a inizio opera dall'autore: "a M.L.W, il vero John Silence nonché compagno di mille avventure." E' probabile che si tratti del nome in codice usato da un collega di studio all'interno dell'organizzazione segreta di cui faceva parte Blackwood. Santi non riesce a sciogliere il mistero, in altri nemmeno si interrogano seriamente al riguardo. Difficile pensare, ma non impossibile, che Blackwood abbia voluto solleticare la fantasia dei lettori insinuando nelle loro menti la possibile esistenza di un personaggio come il Silence, così da amplificare il fascino delle storie narrate. Difficile, lo abbiamo detto, ma tutt'altro che impossibile.
C'è poi la storia relativa alla divulgazione dell'antologia che, abbiamo più volte detto, esce in Inghilterra nel 1908 e viene ristampata dal suo autore nel 1942, preceduta da una prefazione dallo stesso curata. Proprio in quell'anno esce al cinema, per la regia di Jacques Torneur, un film vagamente ispirato ad Antichi Sabba che viene intitolato Cat People (Il Bacio della Pantera in Italia). Il film avrà un remake nel 1982 con Nastassja Kinski, per la regia dello sceneggiatore di Martin Scorsese ovvero Paul Schrader, reduce dallo script di Toro Scatenato e prossimo a scrivere Mosquito Coast. Da molti viene considerato come un chiaro omaggio a Blackwood, ma chi ha letto il racconto non tarderà a comprendere quanti pochi siano i punti di contatto.
In Italia il testo arriva tardissimo, con ritardo oserei dire scanadoloso, per merito della piccola ma sempre attenta al fantastico Fanucci Editore che lo fa uscire col titolo John Silence, Investigatore dell'Occulto. Nel testo, forse per limiti di spazio, vengon proposti solo cinque dei sei racconti. A esser tagliato è Una Vittima dello Spazio Superiore, pubblicato poi l'anno successivo in un'altra antologia interamente dedicata a Blackwood intitolata Colui che Ascoltava nel Buio. La mancanza non viene colmata dalla ristampa di dodici anni dopo. Solo 2010 (a oltre cento anni dall'uscita del testo inglese), grazie alla Utet, i sei racconti saranno finalmente riuniti in un testo accompagnati da due omaggi, definibili bonus track, con Jim Shorthouse protagonista. Il resto è storia recente, non mi resta che invitarvi a conoscere la narrativa di Blackwood partendo proprio dal suo celebre detective in grado di fare scuola e proselitismi nel campo della narrativa del terrore.

Ps: leggo e dunque riporto per completezza, dalla voce autorevole di Andrea Bonazzi, che sarebbero state pubblicate in Italia altre tre antologie in cui erano inseriti però tre dei racconti della serie. Dalle testuali parole di Bonazzi sarebbe uscita una prima antologia a cura Fratelli Bocca Editori, nel 1946; un'edizione del Gattopardo Editore nel 1972 e una riproposizione di questa a cura de La Bussola Editrice nel 1978. I tra racconti interessati da questi volumi sarebbero stati A Phisical Invasion, Ancient Sorceries e Secret Worship.

Locandina inglese.

"Il vero chiaroveggente odia il suo potere, perché sa di aggiungere nuovi orrori alla propria vita ed è perciò di natura triste."

venerdì 16 dicembre 2016

Recensione Narrativa: LE NOTTI DELLA LUNA NERA di Libero Samale (alias Frank Graegorius e John Kheith).



Autore: Libero Samale (meglio conosciuto come Frank Graegorius e qua John Kheith).
Genere: Horror.
Anno: 1980.
Edizione: Antonino Cantarella, collana I Racconti di Dracula, N. 140.
Pagine: 122.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Penultimo romanzo horror di Libero Samale che, stranamente, si firma come John Kheith (nome del protagonista della storia) in luogo del consueto Frank Graegorius.
Non ci soffermiamo su questa figura, avendolo già fatto in altre occasioni, ci "limitiamo" qua a definirlo il Conan Doyle tricolore, certi di fargli un complimento, per la sua appartenenza ai gruppi esoterici ma soprattutto per la sua professione di medico (lodato psichiatra) e di serio studioso di occultismo in ogni sua sfaccettatura. Il romanzo che ci è capitato per le mani, Le Notti della Luna Nera, è una delle sue ultimissime fatiche, che esce appena cinque anni prima della morte, quando il Gran Maestro Dottore, ha già 66 anni. Dunque è un Samale forse stanco, ormai prossimo a lottare con l'ictus che lo avrebbe condotto nell'aldilà per prender parte, ci piace immaginarlo, a un'altra vita cui si accede con un viaggio da cui non è consentito ritorno (quanto meno cosciente). Ne deriva un testo che non è certo da annoverarsi tra le sue perle, ma questo non deve condurre a cestinarlo celermente o a giudicarlo non meritevole d'interesse.
Lo stile e la capacità evocativa, infatti, sono quelle dei tempi migliori. Così come la narrazione e i tempi rendon la lettura scorrevole e piacevole, mai noiosa. L'intreccio è il punto debole, peraltro un po' portato per le lunghe nella prima parte, e non mancano alcuni punti poco approfonditi (a esempio non si capisce perché le divinità del male dal Nepal decidano di recarsi in Inghilterra). 
Abbiam da poco letto e recensito Malpertuis di Jean Ray e ritroviamo, in questo testo, l'idea delle divinità, questa volta legate alla mitologia indiana (India orientale), che tornano a vivere celandosi dietro spoglie umane. A differenza di Ray però, queste divinità sono conscie del loro stato e ritornano sulla terra per scatenare il male senza che questo sia determinato da destino o fattori esterni. Scatenano il male perché sono nate proprio con questo fine. Come nell'opera del belga si assiste a un mescolamento di culture dato che, dall'idea iniziale di Brahma contrapposto alla dea Kalì e al suo sposo, si arriva alle messe nere e a una setta, composta per lo più di zingari cecoslovacchi, che venerano il diavolo con accezione e riti prettamente europei. Protagonisti, ancora una volta, abbiamo preti e guru che disquisiscono su quale sia la vera e unica religione e un giovane ragazzo che vede rapita la sua giovane sposa.
Il tema del romanzo prende le mosse da concetti filosofici propri di personalità come Empedocle. Ritroviamo infatti l'innegabile convinzione relativà alla necessità perenne di un conflitto tra bene e male come linfa vitale per far si che il mondo possa andare avanti. Dunque il male ha, a suo modo, una natura benevola, essendo lo stesso necessario per la stessa esistenza del bene. "Sai bene che che ci risveglierai e molto spesso." tuonano, all'alba della creazione, le due entità diaboliche, paragonabili per finalità ai demoni cristiani, al dio Brahma. "Altrimenti il tuo mondo non sarà equilibrato. Male e bene devono lottare tra loro per assicurare al mondo una possibilità di esistenza. La crudeltà non può mancare nel tuo mondo, così come non può mancare la morte." E così, da condannate a restare nell'abisso, le due entità sovraumane, periodicamente, vengono liberate dalle catene per ritornare nel mondo degli uomini per portare odio e violenza, finché un eletto non entrerà in possesso di un'arma rituale, simboleggiata da una spada lucente, che li ricaccerà negli inferi, dividendo l'amore malato e perverso che unisce le due divinità trasformandole in un cocktail satanico. 

Questa l'interessante premessa su cui viene costruito un canovaccio che vede ritornare, sotto le vesti di una pantera e di un cobra, la Dea Kali e il suo sposo, Rudra il rosso. E' la prima che risveglia il suo uomo, in virtù di un sinuoso ballo che inebria e ipnotizza la vittima di turno che finisce così impossessata dallo spirito di Rudra il Rosso e perde così ogni volontà e legame con la realtà. Samale regala perle di erotismo poetico, con la Dea Kali che affiora dalle acque di un lago piuttosto che di una piscina, alla stregua di una Venere Infernale, per indurre al peccato soggetti incapaci di resistere alla sua carica erotica e al suo richiamo. Si assisterà più volte a queste scene di ammaliamento finché la divinità non si rivelerà soddisfatta del corpo giusto da offrire in regalo allo spirito del suo amato. Si assiste dunque a una prima parte a metà strada tra il poliziesco grandguignolesco (non manca quello che oggi viene chiamato splatter, in particolare è da ricordare un pazzesco interevento chirurgico in sala operatoria) e il fantasy. Samale prende un po' di tempo, ripetendosi anche, dispensando vere e proprie firme degli omicidi che si susseguono con la presenza di elaborate statuette a forma di pantera e di cobra lasciate sui luoghi degli omicidi, ovvero "i simboli che rappresentano l'essenza malvagia delle due divinità."

L'autore LIBERO SAMALE.

La seconda parte del testo è invece più spiccatamente horror, ma Samale, pur perseverando a regalare momenti di sano terrore scritti da gran narratore del brivido, perde la via maestra dell'originalità e ritorna su tematiche a lui care già proposte in opere come Il Golem (1963). Così vediamo i protagonisti spostarsi dal Nepal a Londra e da questa alla "cara" Repubblica Ceka (sui monti Tatra), con la consueta schiera di zigari che stordiscono con i loro violini ipnotizzando i passanti e con le messe nere che richiedono sacrifici umani. In questo contesto si scatena la lotta per la conquista della spada magica che, guarda caso, si trova proprio in una grotta sui Monti Tatra protetta da rettili di ogni specie, ivi compresi coccodrilli, e che i protagonisti dovranno affrontare. Rudra e la Dea Kalì, intanto, spadroneggiano tra gli zingari, forti dei loro incantesimi e dei loro maledetti miracoli, spacciandosi per i demoni dell'inferno cristiano. Bella la parte in cui la Dea fa risogere un vecchio avvocato sepolto in una tomba, trasformandolo nel suo putrescente e fedele servitore. "La putredine è bella, la putredine è buona! La putredine è più soave d'un balsamo. E voi, volete servire il Principe delle Tenebre? Ebbene, dovete apprezzare non più il bello, il buono e il vero, ma la bruttezza, la malvagità e la menzogna. La morte è migliore della vita , perché le tenebre sono migliori della luce" questo dicono ai loro seguac i due spiritii, promettendo protezione ma garantendo morte ai traditori. Chi decide di legarsi al male non può più esser libero di ripensamenti.

Epilogo con gli eroi di turno che ristabiliranno la normalità e le divinità che andranno incontro al loro ciclico declino in attesa di una nuova era in cui risorgere. Omaggio persino a un western come Un Dollaro Bucato con un amuleto di una maga che si rivelerà decisivo grazie alla sua composizione, anziché al suo supposto valore mistico e trascendentale.

In definitiva siamo al cospetto di una lettura piacevole che si ultima in qualche ora, ma che lascia poco di nuovo. Quello che c'è da apprezzare è la capacità narrativa di evocare scenari fantastici da brivido, che cela un autore che non ha avuto lo spazio che avrebbe meritato nell'alta editoria. C'è allora da ringraziare piccole realtà come la Dagon Press o entusiasti studiosi/scrittori come Sergio Bissoli che, con gli strumenti a disposizione (purtroppo non molti), han contribuito a gettare luce su un personaggio di spiccato valore umanistico e narrativo oltre che professionale nel campo della psichiatria. Allora lunga vita al dottore che, sicuramente, scruterà da qualche dimensione a braccetto con Doyle e gli altri appassionati e creatori di narrativa Fantastica.

"Forse la SPADA DI FUOCO  sarebbe riuscita a
sospingere Rudra e Kalì nell'abisso da dove erano
usciti; ma sempre essi avrebbero lasciato il loro marchio
feroce: il COBRA ROSSO e la PANTERA NERA,
a devastare le vite umane.
Brahma abbandonò le sue fantasticherie dolorose e tracciò
con la spada una traccia di fiamma nello spazio.
(Libero Samale aka John Keith e Frank Graegorius)  

"Nell'abisso dei millenni, prima che il mondo fosse il Nero Nulla, sbadigliò e dal suo sbadiglio nacque Rudra il Rosso, il Dio del male. Dormiva sospeso nello spazio vuoto, caos che ribolliva nella mente di Brahma. Ma dall'abisso scaturì anche un'altra feroce creatura: la dea Kali."

giovedì 15 dicembre 2016

Recensione Narrativa: MALPERTUIS di Jean Ray.



Autore: Jean Ray.
Genere: Weird/Horror.
Anno: 1943.
Edizione: Mondadori (Urania Horror, N.12, uscito il 7.12.16).
Pagine: 159.
Prezzo: 6,50 euro.

Commento a cura di Matteo Mancini.
Prima di iniziare la recensione di questo romanzo è doveroso fare un ringraziamento alla Mondadori, nelle persone di Giuseppe Lippi e Franco Forte, per aver riproposto questa pietra miliare della narrativa weird europea che era stata pubblica decenni fa dalla Mondadori stessa e finita fuori catalogo con prezzo lievitato alle stelle. La sperenza-invito è che la collana Urania Horror perseveri nella "riscoperta", o meglio riproposizione, dei capolavori dei grandi maestri e magari proponga anche qualche inedito in Italia di autori, a esempio, quale Sax Rohmer o il Simon Iff di Crowley, tanto per dare qualche suggerimento. Staremo a vedere e incrociamo le dita.
Adesso addentriamoci nel clima malsano e onirico di questo Malpertuis ovvero "l'antro della volpe", la casa della malizia, dove la volpe viene intesa quale figura demonologica sia in Europa che in Oriente, da considerarsi ovvero quale simbolo metaforico di uno stregone, un taumaturgo di grande potenza. Così spiega il nome della casa, in cui è ambientato il romanzo e a cui da anche il titolo, il folle e funambolico autore che sta dietro al testo: il belga Raymond Jean Marie de Kremer meglio conosciuto come Jean Ray.
Pietra miliare della narrativa del terrore europeo che risale al lontano 1943, ma che non risente affatto degli anni godendo di un'originalità tutta sua innestata in un classico soggetto che rientra nel campo del sottogenere delle case stregate.

La storia si sviluppa prevalentemente all'interno di una magione e viene alla luce grazie a un furto perpretrato da un ladro all'interno del convento Pères Blancs. Il malfattore porta infatti alla luce alcuni fogli scarabocchiati, frutto del lavoro di quattro persone vissute anche in epoche diverse, contenuti all'interno di un tubo di stagno e che riportano i fatti connessi alla magione Malpertuis e al suo vecchio proprietario, un fondatore Rosacroce, di nome Quentin Moretus Cassave. Tutta la storia, dopo una premessa in cui i lettore viene proiettato sul mare agitato che si affaccia su una fantomatica isola greca (c.d. degli Dei morenti), si svolge all'interno o nei pressi di Malpertuis, dopo la morte del vecchio Cassave. Quest'ultimo ha infatti disposto che tutti i suoi eredi, pena esclusione dall'eredità, siano obbligati a vivere all'interno della magione sino alla loro morte, ricevendo in cambio una rendita annuale e un faraonico vitalizio. Questo l'inizio cui segue la presentazione dei vari eredi, che non vanno molto d'accordo tra loro, in un clima onirico in cui il mistero e la promiscuità, compresa sessuale, aleggiano di continuo a scacciare l'iniziale noia che regna sovrana.
Jean Ray non è sempre facile da seguire nella prima parte, adotta uno stile poetico, un po' pomposo in alcune parti, seppur macabro, ma quando deve ricorrere all'artificio della tensione sa quale corde toccare. Sono infatti presenti almeno tre o quattro capitoli di grande effetto visionario e orrorifico. Non aggiungo altro per non rovinare il pathos dei vari momenti. Posso solo dire che presto il protagonista, il giovane Jean-Jacques Grandsire, si troverà proiettato in un incubo popolato da creature di ogni specie, con frangenti che sembrano propri di un racconto di Lovecraft (alla fine però le distanze tra i due autori saranno ristabilite). "Malpertuis potrebbe essere l'abominevole punto di contatto di due mondi, di essenza differente, che si vengono a sovrapporre" ipotizza il protagonista, mentre, a poco a poco, i suoi conquilini cominciano a morire o a sparire, in aggiunta ad accadimenti ultraterreni: tipo persone che lanciano fuoco dalla bocca o altre di dimensioni paragonabili a quelle di una mosca.

Poster americano della
trasposizione cinematografica.

Il lettore comincia a pensare a una storia affascinante, ma comunque rientrante nel classico tema delle case stregate, quando d'improvviso Ray vira in una direzione piuttosto originale e crea una situazione tutta sua che ricorda un po' le tematiche di un Lord Dunsany cambiando tuttavia il background culturale dal celtico al mediterraneo. Gli eredi infatti, alcuni anche inconsapevoli, non sono coloro che pensano di essere, ma sono involucri di carne e ossa al cui interno vivono entità assai antiche che si ricollegano, addirittura, alle divinità dell'antica Grecia, con tutti i poteri e le debolezze raccontate dalla mitologia. Gelosie amorose, rivalità e la volontà del destino, giudicato ineluttabile dall'autore, determineranno il terribile epilogo previsto, probabilmente, proprio dal vecchio Cassave, prima ancora di morire. "Perché, al di sopra dei desideri e delle aspirazioni degli uomini, al di sopra della volontà degli dei, regna la legge inflessibile del Destino! Ciò che sta scritto deve compiersi" con buona pace del libero arbitrio, verrebbe da aggiungere. Così spiega Zeus, sotto mortali spoglie, a un religioso che lo ascolta stringendo in mano il rosario e invocando l'intercessione di Dio. Inutile sottolineare che il religioso vedrà più di quanto sia consentito a una mente rigida e la conseguenza di aver scrutato nell'ignoto sarà quella tanto cara al maestro di Providence. Una fine invece cui non era andato incontro il vecchio padrone di casa, guarda caso un dottore in scienze occulte ed ermetiche (e dunque aperto a ogni soluzione e sperimentazione), che si era fissato di ritrovare gli dei morenti dell'antica Grecia per imprigionarli, attraverso riti magici, nella propria magione, al fine di sfruttarne i poteri. Dunque un canovaccio dove sacro, profano e pagano vengono a miscelarsi in un gran calderone in cui trovano spazio anche le leggende folkloristiche dei lupi mannari (introduzione a mio avviso un po' forzata da parte di Ray), con l'elemento della pelle di lupo utilizzata nelle notti di luna piena, come si legge dai documenti ottocenteschi della primordiale criminologia francese, per commettere omicidi e abomini di ogni specie. Preti votati all'amore divino, altri invece maledeti e civili mezzosangue (un po'umani e un po' dei) si troveranno così a lottare contro gli dei dell'antica Grecia, sopravvissuti nel corso dei secoli, in un finale apocalittico dove la pazzia giungerà a fare saltare i cervelli più ortodossi.

Lettura classica, senz'altro da riscoprire, anche se non di facile fruizione nella prima parte di narrazione per i lettori standard. E' consigliato, dopo la prima lettura, riprendere in mano il libro e analizzarlo di nuovo da capo alla luce delle scoperte fatte a termine opera. Da avere in biblioteca, specie per il modesto prezzo dell'edizione Urania che lo ha riproposto dopo ventisei anni dall'ultima edizione uscita sul mercato italiano.

Dal libro è stato tratto un adattamento cinematografico diretto nel 1971 da Harry Kumel, con Orson Welles (nei panni di Cassave) e Sylvie Vartan tra gli attori principali.

L'autore JEAN RAY.

"Gli uomini non sono nati per volontà degli dei. Anzi, gli dei devono la loro esistenza alla fede degli uomini. Se questa fede viene a mancare gli dei muoiono"